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Come si muoverà Stellantis in Italia dopo Termoli

Stellantis Francia

Mosse, obiettivi e scenari su Stellantis in Italia dopo la decisione della gigafactory a Termoli

 

Quanto ha influito la mediazione del governo Draghi sulla decisione di Stellantis di costruire in Italia, a Termoli, la sua terza fabbrica europea di batterie per le auto elettriche?

Ad aver condotto per “mesi” le trattative con il gruppo – nato dalla fusione di Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e PSA – sono stati innanzitutto i ministeri dello Sviluppo economico e della Transizione ecologica, guidati rispettivamente da Giancarlo Giorgetti e da Roberto Cingolani.

IL COMMENTO DI BERTONE

Secondo Ugo Bertone, giornalista torinese esperto di economia e finanza che ha lavorato per Il Sole 24 Ore e La Stampa, già direttore di Borsa e Finanza, il ruolo del governo è stato relativo e non decisivo.

“Le scelte delle politiche industriali dell’automotive non passano più per l’Italia. Dovremmo abituarci. Nessun produttore”, spiega Bertone a Start Magazine, “può subordinare le proprie scelte alla politica nazionale”. O peggio, alla politica locale.

LO SCONTRO CINGOLANI (MiTE)-CIRIO (PIEMONTE)

A questo proposito, qualche giorno fa Alberto Cirio, il presidente della Regione Piemonte – dove si trova lo stabilimento di Mirafiori, dato per favorito a ospitare la fabbrica di Stellantis -, aveva mostrato di non gradire le parole del ministro Cingolani, che aveva dichiarato di non preferire una località in particolare (“questa è la scelta che deve essere fatta alla fine dal produttore”), purché fosse sul territorio italiano.

Cirio, invece, sosteneva che il ministero della Transizione ecologica “è colui che insieme al governo deve dare una direzione politica al paese”, e che la scelta della località per la gigafactory “è fortemente politica”.

IL RAPPORTO SPECIALE FRA TORINO E L’AUTO NON C’È PIÙ

Non è così, secondo Bertone. “Non credo che ci possa più essere spazio per discussioni del tipo ‘io do a te qualcosa e tu, contro il tuo interesse, ti sposti da noi’. Sono cose che appartengono al Ventesimo secolo”.

“In passato c’era un rapporto tra la FIAT e lo stato italiano, avvelenato dai troppi aiuti. Oggi questo non c’è più. Prima i territori, come Torino, lo capiscono, meglio sarà per tutti. Torino non può più pensare di essere la figlia benedetta di un’industria dell’auto che ormai va da un’altra parte”.

Bertone pensa che si stiano “ristabilendo degli equilibri che prescindono dalla pressione politica. Lo stesso Elkann è assolutamente distaccato e per niente campanilista quando si parla di FIAT. Torino non può restare attaccato a un retaggio storico di un mondo passato”.

LE RAGIONI PRATICHE DI STELLANTIS

“E il sindacato”, aggiunge il giornalista, “lo ha capito, salvo le frange locali. Quello di Tavares per la gigafactory in Italia, dopo quelle in Francia e Germania, è stato un impegno importante”.

La scelta dell’Italia significa insomma che, per Stellantis, il nostro “resta un paese chiave, altrimenti non avrebbe senso” investire nella gigafactory. Allo stesso modo, la preferenza data a Termoli rispetto a Mirafiori o Melfi risponde a ragioni pratiche (qui l’approfondimento di Start con l’analisi di Bertone sul tema).

COSA DEVE FARE L’ITALIA

Se è vero che l’Italia è un mercato importante per Stellantis, per Bertone “è altrettanto vero che l’Italia, questo rango, deve difenderselo sul campo e non sui tavoli della politica. Se perdi il passo sei veramente finito, subentra qualcun altro”.

“Oggi l’Italia è meno efficiente di altre località”, aggiunge. “Recuperare questa efficienza è un problema molto grosso”, che riguarda soprattutto gli stabilimenti auto del nord. “Esiste un problema vero a Mirafiori, perché l’impianto è immenso e ormai produce al 15-20 per cento” della capacità.

LA COMPETIZIONE TRA I GOVERNI

“Tutti i governi, sia di destra che di sinistra, stanno schierando una serie di incentivi e di regole per facilitare lo sviluppo del background logistico per l’auto elettrica. In questa competizione, chi resta indietro viene tagliato fuori”, avverte Bertone.

“Esemplare il caso della Gran Bretagna”, spiega, “perché l’investimento da 100 milioni di sterline di Stellantis nell’impianto di Vauxhall è stato finanziato anche con fondi di provenienza pubblica”.

Il giornalista pensa però che l’Italia, “grazie anche ai fondi dell’Unione europea, è pronta a fare la sua parte”.

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