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Tavares Meloni Mirafiori

Ecco come Stellantis continua a smantellare Mirafiori

Nuovo colpo per Mirafiori: siglato il contratto di solidarietà anche per i dipendenti impiegati sulla linea della 500Bev. Gli ammortizzatori sociali dureranno dal 23 aprile al 4 agosto 2024. Fatti, numeri e approfondimenti

Siglato stamani il contratto di solidarietà anche per i dipendenti di Mirafiori impiegati sulla linea della 500Bev. La cassa integrazione durerà dal 23 aprile al 4 agosto 2024.

COSA DICONO I SINDACATI

“La firma di questo contratto è necessaria al fine di preservare il massimo possibile di posti di lavoro, garantire un percorso di transizione dignitoso e per la migliore tutela del reddito”, ha commentato a caldo il segretario territoriale Fismic Confsal di Torino, Sara Rinaudo. Che poi ha aggiunto: “Si dimostra sempre più urgente che il Governo intervenga con una politica industriale ad hoc per il settore e che vengano allocati quanto prima tutti i modelli della 500 a Mirafiori”.

MIRAFIORI NON RIESCE A RIPARTIRE

Il nuovo stop collettivo arriva con la cassa integrazione già è in corso per i 1.260 lavoratori della 500 elettrica e il contratto di solidarietà in vigore fino a dicembre a rotazione per i 960 dipendenti della linea della Maserati dopo la fine della produzione della Levante.

GLI ULTIMI COLPI SUBITI DA MIRAFIORI

Tutto ciò avviene non solo a dieci giorni esatti dallo sciopero del 12 aprile con la grande manifestazione aperta a tutta la filiera germogliata dal secondo dopoguerra a oggi attorno agli impianti Fiat e che ha visto migliaia di partecipanti scendere in piazza per il rilancio di Mirafiori, ma soprattutto a poche settimane dalla decisione di Stellantis di tagliare il 12% della forza lavoro nel torinese con 1.520 esuberi su 12 mila lavoratori e procedere con oltre 2.500 uscite in tre diversi impianti italiani: oltre a Mirafiori, anche Cassino (850 di cui 300 in trasferta a Pomigliano) e Pratola Serra con 100 esuberi.

QUALE FUTURO PER IL POLO TORINESE?

Più che i tagli a preoccupare i sindacati è l’assenza di visione strategica che lascia supporre che Stellantis non abbia alcun progetto per Mirafiori, evitando di menzionare la produzione di nuovi modelli, chiesti invece a gran voce dai metalmeccanici nella giornata di sciopero del 12 aprile. Per iniziare a parlare di quelli, del resto, il Gruppo guidato da Carlos Tavares sembra voler attendere incentivi dallo Stato.

TAVARES: “ALFA E LANCIA IN VITA GRAZIE A ME”

Proprio Tavares dal canto suo continua a bollare come “fake news” il pericolo paventato da un numero crescente di osservatori (a iniziare dal governo) che Stellantis starebbe preparando i bagagli per andarsene dal nostro Paese.

Negli ultimi giorni il manager portoghese, rispondendo a Quattroruote, ha detto: “Dovete sapere due cose. Innanzitutto, c’erano molte persone che bussavano alla mia porta per farmi vendere Alfa Romeo. E ho detto di no. E c’erano tante altre persone che mi dicevano che avrei dovuto uccidere Lancia. È imbarazzante: ho detto di nuovo no”.

MARCHI ITALIANI PRODOTTI OVUNQUE MA NON IN ITALIA

Sarà, però resta il tema, peraltro alla base del litigio tra le istituzioni e il Gruppo imprenditoriale sul nome dell’Alfa Romeo Milano / Junior, che se i marchi italiani vengono prodotti altrove (come appunto l’Alfa Romeo Junior in Polonia, la 500 algerina, la Panda serba, la Topolino marocchina e la 600 polacca) cambia poco per il tessuto economico italiano averli mantenuti in vita.

Secondo gli ultimi dati di Fim-Cisl nel primo trimestre del 2024 sono state prodotte, tra autovetture e furgoni commerciali, 170.415 unità contro le 188.910 del 2023. La sola produzione di auto segna un crollo del 23,8% e proiettando questi numeri su base annuale significherebbe avere, se va bene, 630mila unità totali.

Ampiamente al di sotto della linea “di galleggiamento” indicata dall’esecutivo in 1,3 milioni di mezzi. Sotto tale numero i licenziamenti colpirebbero non solo Stellantis, ma si allargherebbero a chiazza d’olio all’intera filiera. E la strada imboccata in Italia da Stellantis sembra presentare già numerose chiazze d’olio così pericolose per la tenuta industriale del nostro Paese. Uno scenario sempre più grigio, specie considerato che i marchi esteri contattati dal nostro esecutivo non sembrano troppo convinti di voler produrre in Italia.

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