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Auto elettriche, cosa rischia l’Ue con lo stabilimento di Byd in Ungheria

La società cinese Byd aprirà uno stabilimento di auto elettriche in Ungheria, il primo d'Europa. La Commissione ha annunciato un'inchiesta anti-sussidi, ma la Cina potrebbe dominare il mercato automobilistico europeo dall'interno. Tutti i dettagli.

La società cinese di veicoli elettrici BYD ha annunciato il 22 dicembre che realizzerà uno stabilimento di assemblaggio automobilistico in Ungheria.

La notizia è rilevante non solo perché quello ungherese sarà il primo stabilimento di auto elettriche di BYD nell’Unione europea, ma anche perché rappresenta un segnale concreto dei piani di espansione dell’azienda nel mondo. Nel 2022 BYD ha venduto infatti 1,8 milioni di veicoli a batteria (sia elettrici puri che ibridi plug-in), più degli 1,3 milioni di Tesla (che però non realizza modelli ibridi), ma le consegne si sono concentrate in Cina.

– Leggi anche: Byd sorpasserà Tesla sulle auto elettriche?

COSA SAPPIAMO DELLO STABILIMENTO DI BYD IN UNGHERIA

Lo stabilimento europeo sorgerà a Seghedino, nel sud dell’Ungheria, e dovrebbe – nelle intenzioni – permettere la creazione di “migliaia” di posti di lavoro locali e promuovere l’interscambio di tecnologie tra la Cina e l’Ungheria.

Non sono noti al momento né le dimensioni dell’impianto, né l’entità dell’investimento di BYD e nemmeno i tempi di costruzione. Le stime riportate dal New York Times parlano di due-tre anni di lavori e un volume di produzione di 200.000 auto all’anno una volta che entrerà a regime.

BYD già possiede uno stabilimento in Ungheria: è quello di Komárom, nel nord-ovest del paese, dedicato però all’assemblaggio di autobus elettrici. È stato aperto nell’aprile del 2016.

LA FABBRICA DI CATL

Sempre in Ungheria ma a Debrecen (circa 220 chilometri a nord di Seghedino) sorgerà una fabbrica di batterie per i veicoli elettrici di un’altra grossa compagnia cinese, CATL: la struttura, che si estenderà su una superficie di 220 ettari, sarà situata in prossimità degli stabilimenti di Mercedes-Benz, BMW, Stellantis e Volkswagen. L’investimento ammonta a 7,8 miliardi di dollari ed è stato agevolato dal governo di Viktor Orbán, politicamente vicino a Pechino.

Lo scorso ottobre Orbán si è recato in visita in Cina, a Shenzhen, dove ha sede BYD.

Grazie al contributo cinese, l’Ungheria potrebbe diventare il secondo paese produttore di batterie per i veicoli elettrici d’Europa, dopo la Germania.

L’INDAGINE EUROPEA SULLE AUTO ELETTRICHE CINESI

A settembre, durante il discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’apertura di un’inchiesta anti-sovvenzioni sui veicoli elettrici provenienti dalla Cina. “In questo momento i mercati globali sono inondati da economiche auto elettriche cinesi. E il loro prezzo è tenuto artificialmente basso da enormi sussidi statali”, aveva spiegato. “Questo distorce il nostro mercato”.

I dati della Commissione dicono che in media le auto elettriche cinesi sono del 20 per cento più economiche di quelle europee.

Dal 2035 sarà vietata l’immatricolazione di veicoli alimentati a benzina o diesel sul territorio dell’Unione. Il rischio, quindi, è che le case automobilistiche cinesi – sostenute dallo stato e dotate di grandi economie di scala – possano “conquistare” il mercato europeo della mobilità elettrica, sostituendosi alle aziende locali. Oggi la quota della Cina sul totale dei veicoli elettrici venduti in Europa è dell’8 per cento, ma potrebbe salire al 15 per cento nel 2025.

La Cina è il paese che produce più veicoli elettrici e più batterie (componenti inclusi) al mondo. Le case automobilistiche europee non possono invece contare su una filiera domestica sviluppata. I dazi che potrebbero far seguito all’inchiesta anti-sovvenzioni non basteranno, insomma, a risolvere lo squilibrio di competitività con la concorrenza cinese. Anche perché le aziende cinesi potrebbe aggirare le eventuali tariffe installando capacità manifatturiera direttamente all’interno dei confini europei, come sta facendo BYD: l’Unione rischia di diventare l’assemblatrice dei veicoli elettrici altrui, perdendo rilevanza industriale in un settore critico per la sua economia e la sua occupazione.

– Leggi anche: Perché la Germania borbotta per l’indagine Ue sulle auto elettriche cinesi

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