Il rumore di una inchiodata allarma Pechino. Non preannuncia un sinistro stradale, ma potrebbe essere l’avvertimento di qualcosa di più grave, che il governo cinese ha provato fino all’ultimo a scongiurare: l’inizio della crisi delle auto cinesi.
CHI INCHIODA A FEBBRAIO
Great Wall Motor ha venduto 72.594 auto a febbraio, con un calo del 6,8% rispetto alle 77.883 auto dello stesso periodo dell’anno precedente. Saic ha comunicato di avere piazzato 269.465 unità, con un rallentamento dell’8,6 per cento mentre la produzione è scesa del 6%. Xiaomi, outsider dei miracoli in campo automobilistico, ha dichiarato di aver consegnato più di 20.000 unità nel mese di febbraio: il distacco con i risultati di gennaio è impietoso considerato che nel primo mese dell’anno era riuscita a immatricolare quasi il doppio di auto elettriche, per la precisione 39.002.
Xpeng fa sapere di aver consegnato 15.256 veicoli a febbraio 2026, con un tonfo del 49,9% rispetto ai 30.453 veicoli di febbraio 2025. Anche il confronto mese su mese fotografa l’inchiodata: -23,7% rispetto alle 20.011 immatricolazioni di gennaio 2026.
Tonfo simile per Byd, campione indiscusso tra i costruttori asiatici che stanno iniziando a presidiare l’Europa. Non a caso il -41,09 per cento rispetto al medesimo periodo di un anno fa è parzialmente sorretto da un dato: per la prima volta nella sua storia l’azienda è riuscita a vendere più auto all’estero che in Cina. Infatti, su un totale di 190.190 unità, 100.600 vetture sono state consegnate fuori dal Dragone e 89.590 sono state acquistate da consumatori cinesi.
CHE SUCCEDE IN CINA ALLE AUTO CINESI
Il mercato locale, che finora aveva permesso alle industrie del Dragone di crescere a dismisura, inebriate da trimestrali che le concorrenti occidentali certo si sognano, inizia insomma a farsi fosco, specie considerato che la guerra dei prezzi scatenata dalle Case automobilistiche quando Pechino ha ritirato gli incentivi per favorire non solo l’acquisto di auto cinesi ma soprattutto la crescita di colossi locali capaci di avere rilievo internazionale, rischia di portare a un vero e proprio darwinismo industriale.
Al momento sono ben più di 100 i costruttori foraggiati negli anni con soldi pubblici ma riecheggiano cupe le parole di Stella Li, vicepresidente esecutivo di Byd, pronunciate a margine del Salone dell’auto di Monaco quando dichiarò che sarà inevitabile che “alcuni costruttori vengano estromessi” dal mercato locale. “Persino 20 case sono troppe” aveva poi detto la top manager asiatica al Financial times, lasciando intendere che, al pari degli altri grandi Paesi, anche la Cina resterà con un numero ristretto di “big” del comparto. Secondo le stime della società di consulenza AlixPartners dei 129 costruttori attualmente in attività solo 15 arriveranno a vedere il 2030.
Per provare ad arginare la guerra dei prezzi Pechino è tornata a drogare il mercato interno estendendo il programma di sussidi per le auto fino al 2026, ma il meccanismo è passato da un sussidio fisso a uno basato sul prezzo dei nuovi veicoli.
Non aiutano però né l’introduzione di un’imposta del 5% sull’acquisto delle auto a nuova motorizzazione imposta a livello statale né le norme via via più restrittive imposte in materia di sicurezza, soprattutto con riferimento alla tecnologia di bordo (dagli Adas alle maniglie a scomparsa).
CHI SGOMMA
Le speranze di Pechino sono legate alle performance di chi risulta in attivo: irrilevanti a tal fine i numeri portati da Li Auto, che nel mese di febbraio 2026 ha consegnato 26.421 veicoli, portando il totale cumulato dalla fondazione a 1.594.304 unità con un +0,6% anno su anno. Decisamente più consistente la crescita dell’ex startup Nio, protagonista soprattutto nel settore del battery swap, che avendo consegnato 20.797 veicoli nel mese di febbraio ha messo a segno una crescita del 57,6% rispetto ai 13.192 di febbraio 2025.
BYD E GEELY SI DANNO SPORTELLATE?
Ma il vero avversario per Byd resta Geely Automobile che, pur avendo registrato un aumento assai modesto dell’1% nelle vendite di febbraio – raggiungendo 206.160 veicoli rispetto ai 204.910 dello stesso periodo nell’anno precedente – è il marchio con il quale contende tanto il mercato interno quanto estero, a tal punto che pur di accelerare nel presidio del Vecchio continente Build Your Dreams ha esportato pure qua la famigerata guerra dei prezzi.







