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Smart city, la via italiana

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Smart city, la via italiana è il titolo del seminario a porte chiuse che StartMag.it tiene a Roma. Innovazione, ambiente, energia, mobilità alternativa, innovazione sociale, ICT i nuovi pilastri delle città del futuro

E’ difficile dare una definizione ad un fenomeno che si sta sviluppando in questi anni e che riguarda l’evoluzione e la crescita delle nostre città. La smart city è un concetto che si è arricchito di diverse matrici, da quella tecnologica e digitale a quella ambientale ed energetica che coniuga la gestione dei trasporti, della mobilità, il controllo dell’acqua e dell’aria.

Tutte queste matrici insieme danno vita ad una visione non più verticale di smart city bensì integrata, dove una componente non è dominante rispetto alle altre, ma complementare. Migliorare la vita dei cittadini vuol dire guardare alla città come ad un “unicum”.

Fino ad un decennio fa, l’accezione di smart city era del tutto sovrapponibile a quella di città digitale, una città nella quale gli aspetti legati all’ICT erano predominanti. Questo tipo di città intelligente ha rischiato nel tempo di apparire freddamente funzionale ed efficiente. ICT e innovazione sono due capisaldi della smart city, ma non esauriscono la funzione della città del futuro.

La smart city è oggi uno dei paradigmi del cambiamento della nostra epoca. Come nella storia è stata per esempio la prima Rivoluzione industriale. La smart city rappresenta anche il cambiamento di un un vocabolario, corredato da nuovi termini come green economy o sostenibilità. Smart city appartiene allo stesso capitolo, ma ha una storia del tutto particolare. Cosa si nasconde dietro questo termine usato e a volte abusato, fino a rischiare di apparire vuoto? La smart city è solo una città intelligente o deve aspirare ad essere un paradigma più ampio sul quale si fonderanno tutte le città? La smart city sarà sempre più la normalità, il modus vivendi ordinario di una città. E’ questa la visione alla quale dobbiamo tendere. Ma per farlo dobbiamo scendere nei particolari di ogni ambito in cui si manifesta e sviluppa una città.

smart city

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La Commissione Europea ha stimato che attualmente circa il 70% dei cittadini del Vecchio Continente vive in città. Le città sono i luoghi per eccellenza dove gli uomini tendono a realizzarsi. Ma questo vuol dire anche – secondo la stessa Commissione Europea (Dg Energia) – che nelle città si generano il 70% in più di consumi energetici, o il 70%-75% in più di “greenhouse gas emission” (emissioni di gas serra).

Questo causa diversi problemi dovuti al sovraffollamento. La vita delle città spesso assomiglia ad una “ring” di lotta quotidiana. Pensiamo solo alle emissioni del traffico, o alla difficoltà nella mobilità che causa stress che si riversa negli ambienti di lavoro, con conseguente perdita di produttività. Pensiamo all’inquinamento atmosferico che pervade le nostre città o gli ambienti ad alto tasso di frequentazione, come le stazioni ferroviarie e le metropolitane. Quello ambientale infatti è uno dei primi ambiti sui quali lavorare per creare una smart city. In questo il Protocollo di Kyoto ha segnato uno spartiacque nella storia del mondo contemporaneo, che si riverbera anche nelle realtà locali delle nostre città.

Una smart city pensa in modo globale e quindi vede nella lotta ai cambiamenti climatici una sfida anche sua, non solo di scala planetaria. La sfida ambientale e quella energetica si intrecciano per esempio nel potenziamento di un vettore economico che oggi è l’efficienza energetica, di cui i Comuni non possono non tenere presente nella pianificazione sostenibile di una città. Da segnalare a questo proposito il Patto dei sindaci (Covenant of Mayors) in ambito europeo, un’iniziativa che è partita dal basso, e che ha visto impegnati sul fronte dell’aumento delle rinnovabili e dell’efficienza energetica quasi 5000 sindaci europei, di cui 2425 italiani (stando ai dati del 2013).

Per fare un esempio concreto, nel 2003 il Comune di Carugate, 14 mila abitanti circa alle porte di Milano, emana un regolamento edilizio sostenibile che non prevede solo impianti solari termici (come aveva fatto Barcellona con l’ordinanza solare del 2000), ma anche l’obbligatorietà a garantire un livello di isolamento termico minimo per le pareti degli edifici o per le coperture, o l’obbligo ad installare caldaie ad alto rendimento, oppure la raccolta delle acque piovane per l’irrigazione dei prati. Carugate ha anticipato di qualche anno parti della legislazione sull’efficienza energetica. Tra gli strumenti che non sono obbligatori, ma che possono servire a qualificare una città quale smart city troviamo il Piano di azione per l’energia sostenibile (Paes).

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Le smart city partecipano in modo attivo al cambiamento di un altro paradigma dei giorni nostri, le smart grid. In passato eravamo abituati a pensare la generazione di energia da un solo punto, per esempio da una centrale termoelettrica, oggi invece sul territorio troviamo più punti di produzione, distribuiti, di minore potenza e di diversa natura (centrali solari fotovoltaiche, centrali eoliche, sistemi di cogenerazione per esempio). Di fatto siamo di fronte ad un network energetico che dispone di micro-reti di trasmissione, la cui infrastruttura che è compatibile con la generazione distribuita dell’energia è la smart grid o rete intelligente.

Il cuore di una smart grid è costituito da distribuzione elettrica ed ICT; attraverso quest’ultima infatti le centrali di autoproduzione distribuite sul territorio possono comunicare con le centrali di potenza scambiando dati e informazioni sull’energia prodotta, e regolando infine il dispacciamento di energia.

Le reti di dati sono il sistema nervoso della città digitale, per alcuni anni sinonimo di smart city. Lo spazio fisico di una città è solo un lato dell’esperienza di una smart city, esiste anche lo spazio digitale. E’ inutile soffermarsi sulla crescita del ruolo della tecnologia nel nostro tempo e nella nostra vita. Ma è bene soffermarsi per capire quale ruolo può avere l’ICT e l’innovazione tecnologica nella vita futura (e presente) delle nostre città.

Tra le iniziative a livello europeo è bene segnalare che le attività relative all’ICT sono considerate una condizione necessaria per una crescita economica intelligente, come recita Agenda Digitale Europea. In ambito europeo più volte si è posto l’accento sulla circolarità virtuosa dell’economia digitale: creazione di contenuti e servizi senza confini, incremento della domanda di servizi, sviluppo delle reti.

La strategia digitale europea ha tra gli obiettivi principali degli Stati membri la diffusione della banda larga entro il 2020. La banda larga veloce (a partire da 30 Mbps) per tutti i cittadini dell’Unione europea entro il 2020 e la diffusione della banda larga ultraveloce (100 Mbps) per il 50% entro la stessa data.

Il ruolo dell’ICT può essere fondamentale per migliorare la vita dei cittadini. Una serie di dati legati alla vita quotidiana possono rivelarsi cruciali nella loro elaborazione: il traffico, l’illuminazione pubblica, l’utilizzo del car sharing e del bike sharing (da poco entrati anche nel paniere Istat per il calcolo dell’inflazione), le transazioni Nfc (Near Field Communication) per esempio per l’uso dei trasporti pubblici o dei parcheggi. Senza l’Ict non avremmo fenomeni come Uber, il car sharing e il bike sharing, come non avremmo nuovi servizi per prenotare un taxi tramite App o un semplice sms. In questi casi l’ICT ha migliorato e migliorerà la qualità della vita del cittadino-utente.

Questa enorme mole di dati (in alcuni casi, open data) può essere maneggiata, studiata, e può contribuire a capire meglio le città. Può essere rispedita agli utenti, come nel caso del traffico urbano, rilevando il numero di auto che viaggiano in città, collegando questi dati alla temporizzazione dei semafori.

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La mobilità è uno dei capitoli cruciali e più interessanti delle nostre città. Un quarto delle emissioni mondiali deriva dal settore dei trasporti e, se pensiamo all’intensità della vita di una città, capiamo subito che l’inquinamento derivante dall’utilizzo massiccio dell’automobile è un fattore critico delle metropoli. Il trasporto in ambito urbano genera ingenti costi esterni che sono riconducibili ad agenti inquinanti che impattano sulla salute umana, sui cambiamenti climatici, che danneggiano edifici, monumenti storici, oppure i costi esterni derivanti dalla congestione del traffico, con perdita di tempo, di salute e di inefficienza del sistema produttivo.

La mobilità è uno dei perni sui quali regolare e pianificare la vita degli smart citizen di domani e richiama due tematiche centrali quella degli Intelligent Transport Systems (ITS) e quello dello sviluppo di fonti energetiche alternative al petrolio: ci riferiamo alla mobilità elettrica. L’Italia presenta alcune, pesanti, criticità su questo tema, primo fra tutti l’alto tasso di motorizzazione. Nel 2012, 625 veicoli ogni 1000 abitanti, un dato superiore del 30% alla media europea.

Da qui ne discende che il cittadino deve essere messo in condizioni di constatare la convenienza nel non possedere un’automobile e nel non usarla sempre. Per esempio, sino a qualche anno fa il car sharing non aveva avuto un grande successo nelle principali città italiane (Milano e Roma), oggi i cittadini che utilizzano questo servizio sono centinaia di migliaia. L’auto non viene più vissuta come uno status symbol, ma come un servizio. Non più solo un bene da possedere. Il cambiamento culturale in questo caso è epocale, e siamo solo all’inizio.

Lo sviluppo di una mobilità alternativa, come quella elettrica non può più essere rimandato dai Governi (centrale e locale). Nell’ultimo report annuale (2014) di Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, di fronte al dato di un aumento delle auto elettriche in Europa (36,6%) dobbiamo riscontrare un dato italiano del tutto insufficiente: solo 1.431 immatricolazioni di auto elettriche contro le 18.649 della Norvegia, le 8.804 della Germania, le 15.046 della Francia e le 7.370 della Gran Bretagna. Un gap davvero significativo, da colmare tramite politiche di incentivo finanziario per l’acquisto di auto elettriche, prima che con l’installazione di colonnine per la ricarica.

auto elettrica

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Il tema della smart city richiama anche quello dell’innovazione, che non è solo innovazione tecnologica. Uno studio dell’Anci Cittalia del 2011 ha messo in evidenza il caso della città brasiliana Curitiba, capitale dello Stato brasiliano del Paranà che, dovendo affrontare tutti i problemi di una grande metropoli – traffico, produzione di rifiuti, inquinamento, povertà, disoccupazione, per citare alcuni problemi – ha puntato sull’innovazione.

Ecco qualche risultato conseguito a Curitiba: una flotta di autobus a risparmio energetico che utilizza fonti rinnovabili e che ha ridotto i consumi del 42%; corridoi di mobilità dedicati solamente agli autobus; “tube stations”, fermate sopraelevate di mezzi pubblici rispetto al livello stradale al quale possono accedere anche categorie svantaggiate; integrazione sociale con centri di assistenza diurni per famiglie svantaggiate vicino alle scuole; programmi di integrazione per le scuole a favore degli adolescenti e dei bambini. Così l’innovazione diventa anche innovazione sociale. La smart city recupera nella sua interezza lo spirito di una Human city, vera aspirazione di ogni buon amministratore.

 

 
BIBLIOGRAFIA
Giuliano Dall’O’, Smart city. La rivoluzione intelligente delle città, il Mulino 2014
CTI Liguria, La città digitale. Sistema nervoso della smart city, Franco Angeli 2014
Gianni Silvestrini, 2C (due gradi), Edizioni Ambiente 2015
Cassa Depositi e Prestiti, Smart City. Progetti di sviluppo e strumenti di finanziamento, 2013

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