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Perché la strategia zero Covid della Cina non sta funzionando?

Strategia Zero Covid Cina

Lockdown, test di massa, restrizioni e, di conseguenza, un rallentamento economico. Da quasi tre anni la strategia zero Covid della Cina sta paralizzando un Paese da 1,4 miliardi di persone, eppure questa settimana si è registrato il più alto numero di casi giornalieri dall’inizio della pandemia. Come è possibile?

 

Solo una settimana fa i giornali annunciavano un timido allentamento delle rigide misure restrittive previste dalla strategia zero Covid della Cina e i titoli locali ricominciavano a salire.

Poi sono apparsi i video dei lavoratori della Foxconn, la principale azienda produttrice di iPhone del Paese, che protestano e si ribellano – particolare non irrilevante in uno Stato dove il dissenso viene soffocato sul nascere – proprio a causa delle dure restrizioni imposte da Pechino. Restrizioni che da ottobre tengono praticamente in ostaggio centinaia di migliaia di lavoratori della fabbrica, costretti a vivere in dormitori costruiti apposta per tenere sotto controllo i contagi che si sono diffusi nell’azienda.

Ora, la notizia che mercoledì scorso la Cina ha registrato il più alto numero di casi giornalieri dall’inizio della pandemia, nonostante la strategia zero Covid volta a eliminare il virus. Un dato che fa sorgere dubbi sia sull’effettiva efficacia di questa politica che sulle prospettive di crescita economica del Paese.

I DATI

Mercoledì scorso, stando ai dati riportati dalla Bbc, la Cina ha registrato un nuovo record di contagi causati dal Covid: 31.527 contro il picco di 28.000 di aprile.

Numeri che in realtà, osserva il quotidiano britannico, sono “ancora esigui per un Paese di 1,4 miliardi di persone” che, ufficialmente, ha dichiarato che dall’inizio della pandemia sono morte poco più di 5.200 persone.

Cifra che non ha niente a che vedere con i dati, per esempio, degli Stati Uniti o di altri Paesi occidentali che non hanno applicato le stesse misure. Ciò equivale, infatti, a 3 decessi per Covid ogni milione, rispetto ai 3.000 per milione degli Stati Uniti e ai 2.400 per milione del Regno Unito.

Ma nonostante questo la risposta di Pechino non cambia e la tolleranza zero continua a imporre lockdown, test di massa, chiusure e nuove restrizioni. A Zhengzhou, la città cinese degli iPhone dove sono scoppiate le proteste, il lockdown coinvolgerà 6 milioni di persone.

IL COSTO UMANO DELLA STRATEGIA ZERO COVID E LE PROTESTE

Ma Pechino ha anche un altro problema oltre ai contagi. Infatti, nel Paese in cui non si può protestare crescono sempre di più le manifestazioni di dissenso causate dagli “effetti collaterali” della strategia zero Covid.

Oltre al recente caso di Foxconn, Bbc ricorda, di quando a gennaio, nella città turistica di Xi’an, che conta 13 milioni di abitanti, alcuni residenti sono stati costretti a lasciare le loro case in uno sgombero di mezzanotte e sono stati trasportati in autobus in strutture di quarantena, da dove si sono susseguite le denunce per le condizioni in cui vengono trattati i pazienti.

Una delle più note è quella della famiglia di una ragazza di 16 anni morta in uno di questi centri a ottobre dopo che erano state ignorate le richieste di assistenza medica, mentre la settimana scorsa è stata diffusa la notizia del decesso di una neonata di Zhengzhou perché le cure erano state ritardate proprio dalle restrizioni.

PERCHÉ LA STRATEGIA ZERO COVID NON STA FUNZIONANDO?

Ma quindi come è possibile che tutti questi controlli e restrizioni non bastino a contenere i contagi? Come affermato da vari scienziati citati da Bbc e Cnn, oltre a non essere state destinate sufficienti risorse all’espansione delle strutture mediche per far fronte al massiccio afflusso di pazienti, il vero problema – checché ne dicano coloro che ritengono che non ci sono prove che senza i vaccini magari sarebbe stato peggio – sta proprio nel fatto che i tassi di vaccinazione in Cina sono troppo bassi, soprattutto tra i gruppi vulnerabili.

Il Dragone, che non è riuscito a sviluppare un vaccino di nuova generazione a mRna e non ha nemmeno voluto importarli, ora deve fare i conti con una popolazione in cui tra gli over 80 solo la metà delle persone ha ricevuto la vaccinazione primaria.

UN DURO COLPO ANCHE PER L’ECONOMIA

Ma se da un lato la politica cinese ha apparentemente salvato vite, nonostante il carissimo prezzo che la popolazione sta pagando, oltre al costo umano questa strategia ha anche un elevato costo economico.

Gli investitori, infatti, sono sempre più preoccupati e sfiduciati circa l’approccio di Pechino alla pandemia a quasi tre anni dallo scoppio e anche dal fatto che Xi possa sacrificare la crescita economica a favore dell’ideologia – come ribadito nell’ultimo congresso del Partito comunista cinese (Pcc) che gli ha consegnato il terzo mandato.

La società di brokeraggio Nomura, scrive Reuters, ha tagliato sia le previsioni su base annua del PIL cinese per il quarto trimestre dal 2,8% al 2,4% che quelle di crescita per l’intero 2022 dal 2,9% al 2,8%, un valore ben lontano dall’obiettivo ufficiale della Cina di circa il 5,5%.

“Riteniamo che la riapertura sarà probabilmente un processo prolungato con costi elevati”, ha scritto Nomura, che ha anche abbassato le previsioni di crescita del PIL cinese per il prossimo anno dal 4,3% al 4,0%.

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