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Ecco perché il voto in Baviera provocherà un terremoto politico in Europa

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulle elezioni in Baviera del 14 ottobre

La crepa profonda che minaccia l’Unione europea non sta sulla Manica per via della Brexit, e tantomeno nella  dissidenza dei Paesi del Gruppo di Visegrad. Il governo giallo-verde dell’Italia è solo un fastidioso foruncolo da schiacciare con lo spread.

Il vero terremoto per l’Europa potrà scatenarsi dal cuore industriale della Germania, dalla Baviera: qui vengono al pettine i nodi irrisolti dall’Unione, innanzitutto l’immigrazione incontenibile che ha già squassato l’Italia. Ha destabilizzato l’area più ricca della Germania, così come la povertà nei Lander orientali sta polarizzando il consenso verso  formazioni xenofobe e sovraniste. Un assetto sociale rigido, incapace di farsi concavo di fronte all’ingresso imprevisto di migliaia di stranieri, va in frantumi. Anche le soluzioni meccaniche messe in campo di recente dal governo federale, con l’aumento del salario minimo dei lavoratori precari, sono state bilanciate dalla riduzione delle ore lavorate.

La locomotiva politica, prima ancora economica dell’Unione, è così dilaniata al suo interno, con un progressivo disfacimento del consenso verso i suoi due pilastri politici tradizionali, la Cdu-Csu e l’Spd. Un processo che ha già colpito un po’ tutte le famiglie politiche europee che hanno rappresentato il pilastro del secondo dopoguerra.

Le elezioni bavaresi del prossimo 14 ottobre segneranno comunque la fine dell’era Merkel, già messa a dura prova dai deludenti risultati elettorali del settembre 2017. C’è in gioco assai più della continuità politica che i suoi governi hanno assicurato attraverso le grandi coalizioni con i Socialdemocratici, messe in piedi a partire dal 2005. Ci si divide su tre temi, e sulle le rispettive polarità: integrazione/identità; accumulazione finanziaria/sostenibilità ambientale; lavoro regolamentato/precarizzazione sociale.

In Baviera, i  sondaggi ormai consolidati sono impietosi nel prevedere che la Csu perderà per la prima volta dal 1962 la maggioranza assoluta dei seggi del Langstad, dopo aver governato ininterrottamente dal 1946. Rispetto al  2013, passerebbe dal 47,7% dei voti al 33%%; i Verdi aumenterebbero nettamente il consenso passando dall’8,6% al 18%; i Socialdemocratici dimezzerebbero i loro vori passando dal 20,6% all’11%. L’Fpd, il partito liberale, invece, è accreditato appena del 6%, rispetto al 3,3% della precedente tornata. L’Afd, il partito che raccoglie le tendenze xenofobe e sovraniste e che tanto preoccupa tutti per il crescente consenso che riesce ad aggregare, si fermerebbe al 10%.

Si guarda già al dopo, e non solo in Baviera, soprattutto in termini di ricambio generazionale. Il punto di riferimento sono le elezioni europee del prossimo maggio, che potrebbero squassare definitivamente i già precari equilibri su cui è stato costruito il terzo Cancellierato di Angela Merkel.

L’alleanza tradizionale meno dirompente, in Baviera, sarebbe un accordo tra Csu e Fpd. Sempre ammesso, però, che questi due partiti raccolgano insieme il numero di seggi sufficienti per avere la maggioranza. Ma un accordo siffatto lascerebbe spazio alle due opposizioni sociali, Verdi ed AfD, che in primavera mieterebbero ancor più ampi consensi alle europee. Due carenze speculari sono alla base delle tensioni: da una parte, la Cdu-Csu non ha saputo affrontare il tema dell’immigrazione incontrollata; dall’altra, l’Spd non ha saputo risolvere quello della povertà salariale e del precariato. I Verdi e l’AfD approfittano di questa duplice insoddisfazione per proporsi come alternativa di sistema.

La crisi tedesca risiede ancor più in una carenza di alternative al modello mercantilista adottato finora, che richiede una disciplina assoluta dal punto di vista del lavoro, assorbendo in esso quasi ogni altra vitalità sociale. La crisi di denatalità in Germania è spiegabile per via di un orizzonte sempre più breve in cui collocare l’esistenza. La paura del futuro incombe: il continuo, martellate, richiamo alla precaria sostenibilità dei debiti, alla incerta redditività degli investimenti, alla dubitevole tenuta delle rendite pensionistiche, ha reso frustrante il pur consistente risultato reddituale. E, ciò che è più grave, non c’è una alternativa, né di politica economica, né sociale, che ponga rimedio ad un sistema in cui la prosperità presente e la paura del futuro diventano inscindibili.

L’insostenibile irrequietezza tedesca risiede nella accumulazione finanziaria, impiegata all’estero: la cooperazione del debitore, che deve assicurare le rendite ed l’integrità del capitale, è una condizione indispensabile, ma sfuggevole. La austerità che viene imposta loro per assicurare la stabilità finanziaria confligge con il sistema di crescita tedesco, che vive di asimmetrie commerciali, accumulando surplus che corrispondono ad altrettanti deficit.

I nodi di un decennio di crisi europee insolute si stringono, anche in Baviera.

(articolo pubblicato sul quotidiano Mf/Milano Finanza)

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