L’Unione europea ha deciso di fare sul serio sulla minaccia economica della Cina? Nelle prossime tre settimane i leader dell’Ue saranno chiamati a delineare la nuova strategia di fronte ai mercati europei sommersi dalla sovracapacità produttiva cinese e alla coercizione politica ed economica esercitata da Pechino grazie alle dipendenze in settori critici.
La Commissione di Ursula von der Leyen terrà un dibattito di orientamento sulla Cina. Il tema sarà affrontato anche dai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo del 18 giugno. Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania hanno chiesto un approccio più assertivo (ma Madrid ha ritirato la firma ieri). La strategia del “de-risking” (riduzione del rischio) annunciata nel 2023 da von der Leyen non basta più. La Commissione sta preparando nuove iniziative legislative. Ma dotarsi di nuovi strumenti di difesa commerciale serve a poco, se manca la volontà di utilizzarli per paura delle ritorsioni. La Germania rappresenta l’anello debole sulla Cina. Come con i dazi di Donald Trump, Berlino è riluttante a usare i muscoli dell’Ue con Pechino.
La volontà della Commissione von der Leyen di indurire la sua politica sulla Cina è confermata da due decisioni adottate ieri. L’esecutivo comunitario ha inflitto una multa da 200 milioni di euro alla piattaforma di commercio elettronico Temu e ha aperto un’inchiesta approfondita contro il gigante JD.com sull’acquisizione del colosso tedesco della grande distribuzione Ceconomy perché la società cinese è sospettata di ricevere sussidi dalla Cina. Dal 2024 si sono moltiplicate le azioni della Commissione per proteggere l’Ue dalla Cina. Ma i dazi antidumping contro i veicoli elettrici, quelli nel settore dell’acciaio o le inchieste anti-sussidi non sono stati sufficienti per limitare il deficit commerciale dell’Ue, che ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 360 miliardi di euro, secondo Eurostat.
In un documento fatto circolare nel fine settimana, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania chiedono alla Commissione di essere più assertiva con la Cina. Nell’immediato servono più inchieste antidumping e anti-sussidi. Nel medio periodo è necessario apportare alcuni aggiustamenti chirurgici agli strumenti di difesa commerciale esistenti, come lo strumento antielusione che consente alla Commissione di estendere i dazi antidumping o anti-sussidi ai prodotti assemblati o transitati attraverso paesi terzi. Nel lungo periodo si chiedono riforme per migliorare la scatola degli attrezzi della difesa commerciale, come la creazione di un nuovo strumento di resilienza da attivare quando le fonti di approvvigionamento sono concentrate in un unico paese oltre una certa soglia.
La Commissione non ha atteso il documento dei cinque per iniziare a lavorare su nuovi strumenti di difesa commerciale. Nelle prossime settimane potrebbe presentare un nuovo strumento contro la sovracapacità e un regolamento per imporre alle imprese europee almeno tre fornitori nelle loro catene di approvvigionamento evitando la totale dipendenza dalla Cina. La scorsa settimana, il ministero cinese del Commercio di Pechino ha minacciato rappresaglie se l’Ue si doterà di uno strumento contro la sovracapacità.
Come era accaduto nella risposta alla guerra dei dazi di Donald Trump, la Germania sarà decisiva per determinare quale sarà la politica dell’Ue di fronte alle pratiche commerciali della Cina. E, come era accaduto nel conflitto commerciale con gli Stati Uniti nel 2025, la Germania teme più le ritorsioni di breve periodo della Cina che gli effetti di lungo periodo delle pratiche cinesi sulla base industriale europea.
Appena arrivato alla cancelleria, Friedrich Merz aveva promesso una politica più dura con Pechino. Nell’accordo di coalizione tra CDU-CSU e la SPD, il suo governo si impegnava formalmente a perseguire la “riduzione del rischio” e il rafforzamento della “sicurezza economica”, identificando esplicitamente la Cina come un “rivale sistemico”. All’inizio del suo mandato, Merz aveva chiesto alle società tedesche di ridurre le loro dipendenze e annunciato che il suo governo non sarebbe intervenuto per sostenere le imprese che subiscono perdite a causa di investimenti rischiosi in Cina.
Due conflitti commerciali, che hanno messo a rischio le industrie tedesche nel 2025, sembrano aver fatto cambiare idea a Merz: le restrizioni di Pechino sulle esportazioni di terre rare nell’ambito dello scontro sui dazi con Trump e l’interruzione delle forniture dei chip Nexperia a seguito della nazionalizzazione del produttore di semiconduttori da parte dei Paesi Bassi. In entrambi i casi Berlino ha fatto pressioni sulla Commissione per fare concessioni ed evitare un’escalation con Pechino. In una visita in Cina a marzo Merz ha lodato i progressi tecnologici cinesi e si è spinto fino a evocare la possibilità di un accordo commerciale.
In visita a Pechino questa settimana, la ministra dell’Economia tedesca, Katherina Reiche, ha sostenuto il dialogo con la Cina per assicurare stabilità in termini di forniture di terre rare e nelle catene di approvvigionamento. “Migliaia di aziende in Germania dipendono dalla possibilità di esportare nel vasto mercato cinese”, ha aggiunto Reiche, dopo un incontro con il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao: “A Bruxelles stiamo promuovendo un approccio equilibrato: misure di protezione efficaci, pur mantenendo l’apertura alle esportazioni”.
Più di 5 mila imprese tedesche operano attualmente in Cina. “Mentre noi parliamo di de-risking, le aziende tedesche continuano a investire in Cina, perché i costi di produzione sono più bassi e le tecnologie sono più avanzate”, spiega al Mattinale europeo un funzionario dell’Ue. Secondo un rapporto della European Chamber, il 37 per cento delle imprese europee presenti in Cina non ha modificato la sua strategia nelle catene di approvvigionamento negli ultimi due anni. Il 32 per cento le ha ulteriormente concentrate in Cina. Solo il 7 per cento ha detto di aver cercato catene di approvvigionamento fuori dalla Cina. Il “de-risking” sulla Cina per la Germania è rimasto solo una parola scritta su carta.
Tra gli Stati membri dell’Ue ci sono altri casi di “free rider”. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha compiuto quattro viaggi a Pechino in cinque anni per cercare di attrarre investimenti cinesi nel suo paese. Il leader socialista, che dà lezioni agli europei su Trump o Israele, non sembra interessato alla natura del regime di Xi Jinping, alle violazioni dei diritti umani o alle minacce a Taiwan. La firma della Spagna nel documento dei cinque paesi è stata interpretata come un tentativo di calmare l’industria locale. Prima dell’uscita di Viktor Orban, l’Ungheria è stata un cavallo di Troia della Cina nell’Ue, diventando il paese che riceve più investimenti esteri diretti cinesi. La Repubblica ceca, con il ritorno al potere di Andrej Babis, sta riallacciando le relazioni con Pechino. Tuttavia a Bruxelles nessuno ha l’influenza della Germania.
La scelta di von der Leyen di dotare l’Ue di nuovi strumenti di difesa commerciale potrebbe essere un inutile diversivo. Oltre agli strumenti tradizionali, negli ultimi dieci anni, l’Ue ha introdotto un regolamento per monitorare gli investimenti stranieri diretti, un regolamento sul controllo delle esportazioni a uso duale, lo strumento internazionale sugli appalti, il regolamento sui sussidi stranieri e lo strumento anti-coercizione. In questa legislatura la Commissione ha anche proposto l’Industrial Accelerator Act, che introduce il principio della preferenza europea. Ma per usare gli strumenti serve la volontà politica e una maggioranza qualificata di Stati membri. Una delle narrazioni promosse dalla Germania è che l’Ue non è ancora pronta a una guerra commerciale con la Cina, perché le dipendenze sono troppo forti.
Un rapporto dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza dell’Ue pubblicato in marzo sostiene il contrario. “Il dibattito europeo sulla Cina parte spesso da un’unica premessa: Pechino è forte, sempre più dominante e in inesorabile ascesa, mentre l’Europa deve difendersi da una posizione di debolezza in modo reattivo”, spiegano i due autori, Alicia García-Herrero e Tim Rühlig. La Cina è “potente”, ma “è anche sempre più fragile e questa fragilità conferisce all’Europa una leva”. La crescita cinese, a causa della demografia, si attesterà all’1 per cento dopo il 2035. Il Partito Comunista Cinese teme che il crescente pessimismo sociale, la disoccupazione giovanile e la fiducia dei consumatori ai minimi storici possano erodere la stabilità sociale. L’Ue rappresenta circa il 15 per cento delle esportazioni cinesi e Pechino ha bisogno di accedere al mercato unico dell’Ue, che è caratterizzato da un elevato potere d’acquisto.
Il rapporto suggerisce di adottare una “diplomazia basata sulla leva”, utilizzando i punti di forza dell’Europa per avanzare richieste realistiche ma sostanziali alla Cina. “La Cina ha già dimostrato la volontà di usare le dipendenze come arma” e ora tocca agli europei “convincere i cinesi che siamo seri”, ha spiegato al Mattinale europeo Tim Rühlig. Deve esserci la volontà di usare la propria forza. Ma per ora gli europei “sono politicamente incapaci di usare le leve” per “troppa paura della rappresaglia” cinese.
(Estratto dal Mattinale europeo)







