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Perché non mi convincono le parole di Virginia Raggi su Marcello De Vito

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Il piglio severo del sindaco di Roma, Virginia, Raggi, contro il tradimento di un alto dirigente del suo stesso partito, Marcello De Vito, alloggiato nelle patrie galere insieme ad altri amici e collaboratori della sindaca, non mi ha convinto. È stato come piangere sul latte versato, quando invece era prima che bisognava intervenire. Non tanto per colpire qualcuno, ma per predisporre quelle misure che rendono più complicato l’eventuale successo del malaffare. L’opinione di Gianfranco Polillo

 

Più che il fisico bestiale, di Luca Carboni, é stata la faccia tosta di Virginia Raggi a colpire, nel corso della trasmissione di Bruno Vespa. Il piglio severo contro il tradimento di un alto dirigente del suo stesso partito, Marcello De Vito, alloggiato nelle patrie galere insieme ad altri amici e collaboratori della sindaca, non ha convinto. È stato come piangere sul latte versato, quando invece era prima che bisognava intervenire. Non tanto per colpire qualcuno, ma per predisporre quelle misure che rendono più complicato l’eventuale successo del malaffare.

Roma era stata più che avvertita. Nei mesi passati la vicenda di “mafia capitale” non era stato un semplice campanello d’allarme: ma una sirena. Aveva mostrato l’esistenza di un sistema collusivo al quale avevano partecipato uomini politici, funzionari del Comune ed affaristi di vario genere e natura. Destra e sinistra unite, al di là delle divergenze politiche e programmatiche. Una macchina complessa, in totale simbiosi con l’opacità delle strutture amministrative interne dello stesso Comune. Che due anni della nuova giunta M5S non sono riusciti a bonificare.

Anzi quella stessa rete ha, ogni volta, catturato nuovi protagonisti. Gli uomini politici passano, l’Amministrazione rimane: un vecchio detto che, da tempo immemorabile, descrive i rapporti tra questi distinti soggetti. Ma che, nel caso di Roma, ha sempre visto la presenza di altri protagonisti: i grandi potentati che, negli anni, hanno guidato lo sviluppo urbano della capitale, secondo logiche perverse. Ed ecco allora il caso di Sergio Scarpellini, che recluta Raffaele Marra. Il quale diventa uno dei principali consiglieri di Virginia Raggi, coinvolgendola nel pasticciaccio della nomina di suo fratello Renato a capo del Dipartimento Turismo dello stesso Comune.

Passa poco più di un anno ed è la volta Luca Lanzalone, braccio destro della Raggi per lo stadio di Tor di Valle e voluto dalla stessa sindaca alla presidenza di Acea. Un altro “tradimento”, stando all’analisi appena svolta dalla sindaca a Porta a porta, finito anch’esso tragicamente, visto il passaggio del super consigliere nelle patrie galere. Intanto si dimetteva l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini, apparentemente contrario alla realizzazione dello stadio. Ma quest’opera non era stata già indicata nelle sue regole d’ingaggio? Ben più ampie, pertanto, le motivazioni reali: “Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza, – queste le sue dichiarazioni subito dopo – invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che ha provocato immensi danni alla Capitale”.

Questa quindi la parola chiave per capire quest’ultima vicenda. L’urbanistica contrattata presuppone l’esistenza di un mediatore. In passato questo ruolo era stato svolto da un sindaco come Luigi Petroselli, nel suo grande sforzo di recuperare le vecchie borgate. Mai un sospetto di malaffare. Questa volta, invece, la scelta era caduta su Marcello De Vito. Mister preferenze; diretto concorrente di Virginia Raggi nella corsa a candidato sindaco; esponente dell’area ortodossa del movimento che, nel Lazio, fa capo a Roberta Lombardi e presidente dell’Assemblea capitolina.

Ed è qui che nascono i misteri. La scelta non era certo motivata dell’incarico svolto dallo stesso De Vito. Come presidente dell’Assemblea, non aveva titolo per poter intervenire sui singoli assessori e quindi garantire il decorso più celere delle singole pratiche. Probabilmente la scelta fu motivata dalle caratteristiche intrinseche del personaggio: esponente di spicco del movimento, con una presa effettiva sugli attivisti. Come era dimostrato del resto dalla facilità con cui era riuscito a garantire una sistemazione per i membri della propria famiglia. Un assessorato alla moglie presso un municipio, e l’elezione della sorella come consigliera regionale, nonostante i mugugni della base.

Devono essere state queste le qualità che gli hanno consentito di operare in punti diversi del territorio della Capitale. Di spendersi, con successo, coinvolgendo anche la sindaca Raggi e l’assessore all’urbanistica Luca Montuori (il successore di Berdini), nel risolvere il problema della riqualificazione urbana degli ex mercati generali all’Ostiense, fortemente osteggiata dalla parte più ecologista dei militanti dell’ottavo municipio. Compenso concordato per la parcella con Pier Luigi e Claudio Toti, noti costruttori romani: 110 mila euro. Nemmeno tanto, considerato il valore del progetto.

Solo un acconto di 24 mila euro, sui 160 mila promessi, avrebbe ottenuto, sempre secondo quanto sostenuto dalla Procura di Roma, per favorire l’intervento previsto dall’imprenditore Giuseppe Statuto sull’ex stazione di Trastevere di Piazza Ippolito Nievo. Al fine di ottenere un cambio di destinazione d’uso, per poi procedere alla realizzazione di un albergo. Le pressioni furono esercitate direttamente sulla segreteria dell’assessore Montuori. Che non si dimentichi che, prima del grande salto, l’assessore era stato un attivista dei 5 stelle. Nonché capostaff del vice sindaco e assessore alla crescita culturale Luca Bergamo. A dimostrazione di quanto possa essere compenetrante il piccolo mondo dei 5 stelle romani.

Molto meglio era, invece, andata con il gruppo Parnasi, quello incaricato della costruzione dello stadio, ma anche interessato alla riqualificazione degli spazi relativi all’ex fiera di Roma, su Via Cristoforo Colombo. Compenso previsto, seppure in diverse tranche: 95 mila euro. L’obiettivo era rimuovere i vincoli a suo tempo previsti dall’assessore Berdini. De Vito si era impegnato a prendere contatti con Paolo Ferrara, anch’esso portavoce della corrente che fa capo a Roberta Lombardi, e con Daniele Frongia, ex vice-sindaco della Raggi ed ora “semplice” assessore allo sport. Una vita politica, vissuta da quest’ultimo tra i 5 stelle, a dir poco travagliata. Esponente di spicco del “cerchio magico” era stato costretto a rassegnare le dimissioni da vice sindaco dopo l’arresto di Raffaele Marra.

C’è, quindi, una piccola foresta dietro la vicenda di Marcello De Vito, di cui la Procura di Roma ha effettuato un primo censimento. Sarà a numero chiuso o destinato ad allargarsi? Questo è quello che più preoccupa. La tesi del “tradimento” e quindi dell’immediata punizione – l’espulsione decisa da Di Maio anche in violazione delle norme dello Statuto dei 5 stelle – può funzionare solo se il tutto è contenuto nei verbali che hanno portato agli arresti eccellenti. Ma se così non fosse, la culpa in vigilando della sindaca diverrebbe ben più grave. E non potrebbe certo essere facilmente esorcizzata.

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