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Vi racconto i fantasiosi ricatti americani a Matteo Salvini

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Fatti, commenti e interpretazioni sulla visita di Matteo Salvini negli Stati Uniti secondo il notista politico Francesco Damato

 

Non è fine, lo so. Si tratta pur sempre di una signora, colta in un momento di difficoltà, peraltro affrontato e superato alla grande, senza “crollare”, come ha avvertito giustamente Repubblica, e rinfrancatasi rapidamente con tre bicchieri d’acqua formato birra, magari. Ma quella foto della cancelliera tedesca Angela Merkel tremante, e a labbra strette, mentre la banda militare suonava gli inni d’ordinanza per l’arrivo dell’ospite ucraino a Berlino, è davvero galeotta. E’ l’espressione casuale ma formidabile del passaggio politico che stiamo attraversando, degli equilibri in cambiamento, di certe abitudini ormai tramontate. E’ come se ai loro tempi fossero state colte tremanti e impaurite – già, perché sul volto della Merkel si è letta anche un’umanissima paura – Caterina di Russia, Maria Tersa d’Austria, la Regina Vittoria di Gran Bretagna, la Golda Meir d’Israele, la Margaret Thactcher d’Inghilterra, la Madeleine Albright d’America: donne forti che hanno fatto, ciascuno a suo modo, la storia.

E’ come se la Merkel, già in difficoltà dopo le ultime elezioni tedesche, rassegnatasi a presiedere il suo ultimo governo di coalizione fra popolari e socialisti, avesse fatto un altro passo verso il suo pensionamento fisico e politico, pur rimanendo attrice importante, e persino protagonista forse, del grande tramestio in Europa per gli assetti che dovrà darsi l’Unione con l’insediamento del nuovo Parlamento e, poi, degli altri organismi comunitari.

Quella foto in difficoltà della Merkel può aumentare di significato se paragonata a quelle spavalde, diciamo così, del leader leghista e vice presidente italiano del Consiglio Matteo Salvini a Washington e di ritorno a Roma, col proposito dichiarato di far sentire a Bruxelles e dintorni la voce dell’Italia come prima non era mai accaduto. E ciò anche se a negoziare tutto per l’Italia nelle sedi europee non sarà lui, Salvini, ma un Giuseppe Conte. Che muore dalla voglia di dimostrare, almeno nelle apparenze e con le parole, di essere davvero il presidente del Consiglio, e non o non più una specie di assistente, avvocato, consulente dei suoi due vice: lo stesso Salvini e il grillino Luigi Di Maio. I quali, dal canto loro, e nonostante la rivitalizzazione fisica e verbale di Conte, smembrano avere davvero superato l’incomunicabilità delle settimane conclusive della campagna elettorale per le europee e le amministrative, e ritrovato la voglia di stare insieme: Di Maio per non andare in eventuali elezioni anticipate peggio del 26 maggio scorso, quando ha perduto 15 dei 32 punti percentuali di voti guadagnati l’anno scorso col rinnovo delle Camere, e Salvini per non rimettersi a tutti gli effetti, e a tutti i livelli, con Silvio Berlusconi, specie ora che nella Forza Italia del Cavaliere si stenta davvero a capire che cosa stia accadendo, come del resto succede sempre quando una storia va esaurendosi.

Non è un caso che, tornato dagli Stati Uniti in una dichiarata, anzi ostentata sintonia col presidente Donald Trump, deciso ad investirla tutta sul piano del programma di governo e delle leggi da approvare anche a breve, Salvini abbia voluto incontrarsi con Di Maio in un convegno dove si sono toccate con mano, diciamo così, le diverse predisposizioni avvertite verso i vincoli europei. Per sottrarsi ai quali, o comunque per cercare di cambiarli con le buone o le cattive, i due vice sono ormai più vicini fra di loro di quanto non ne sia lontano Conte con la paura che ha -e va forse anche compresa- di fallire nel tentativo che si è proposto, o si è lasciato imporre dal Quirinale, di evitare ad ogni costo la procedura d’infrazione per debito eccessivo, non si sa se più allestita o minacciata dalla pur uscente Commissione europea.

Si sprecano naturalmente le analisi e le previsioni sul trumpismo di Salvini, diciamo così, ironicamente già riscritto dal direttore del Fatto Quotidiano all’anagrafe politica italiana come Matteo Trumputin, visti i trascorsi del leader della Lega con Putin. Una volta – gli ha rinfacciato Marco Travaglio – egli trovò Mosca una città più confortevole delle capitali europee. “Nozze d’interesse” sono state definite anche dal Corriere della Sera quelle di Salvini con Trump, come se non fossero d’interesse anche quelle, in Italia, fra Salvini e Di Maio.

Nella sua nuova grafica d’attacco, alle notizie e non solo alle persone o alle forze politiche non condivise, Repubblica ha lanciato l’allarme sul “ricatto americano a Salvini”. Ed è con un certo stupore che se ne scopre poi, nello stesso titolo, il contenuto o la finalità: la realizzazione del gasdotto Tap, con terminale pugliese in Italia, in funzione anti-Putin, per rovinargli gli affari energetici in Europa. Ma la realizzazione di quest’opera, in effetti contrastata per un ben po’ dai grillini, è stata sbloccata da tempo, con tanto di intervento personale del presidente del Consiglio già costato un bel po’ di voti alle cinque stelle, che li hanno pure digeriti. Ed è stata sbloccata, quell’opera, anche per intervento personale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recatosi sul cantiere di partenza del viadotto, sulla frontiera greco-turca, per sottolinearne l’utilità, l’urgenza e quant’altro. Non si vede, quindi, francamente dove stia questo ricatto, se non nel vistoso a altisonante titolo della Repubblica, quella di carta naturalmente.

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