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Vi racconto chi è (e cosa ha fatto) Angelo Becciu

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Vita, opere e missioni (anche politiche) di Angelo Becciu, silurato da Papa Francesco. Fatti, ricostruzioni, approfondimenti e curiosità

 

A ricordare i recenti ex cardinalizzati e cardinalizzati ridotti a mezza porzione nella storia della Chiesa non si rende onore né alle passate, disgustose, quanto coltivate, fiere colpe dei protagonisti di allora, né al presente mondo piccolo.

Il licenziamento dai diritti connessi alla porpora (che la porpora conserva) inflitto ad Angelo Becciu è una assoluta prèmiere. Dove l’opera in scena rischia di ribaltare il teatrale broccardo.

Qua si comincia dalla farsa e si finisce in tragedia.

E non per le imminenti cruciali ispezioni di Moneyval, né per una visita del segretario di Stato Mike Pompeo al suo omologo vaticano dopo – e nonostante – un paio di tweet sulla libertà in Cina a seguito di ammiccamenti della Santa Sede verso il regime di Pechino. Partite grosse, ma i campi di gioco sono differenti.

La tragedia è un’altra, ed è già in atto.

Forse in un non ultimativo atto in diuturna scena che non conosce sipario. E non tanto perché nelle vicende moderne è la prima volta che la sanzione viene comminata a un cardinale di Curia – come correttamente rammentato a caldo dai vaticanisti. Non appena perché quanto contestato a Becciu nulla ha a che vedere con vicende torbide paragonabili ai predecessori Keith Patrick O’Brien (2015) o Theodore McCarrick (2019). Entrambi privati dei diritti porporali per storie di abusi sessuali e di lenzuola. Il secondo pure strappato della berretta e dimissionato allo stato laicale.

E magari fossero i tempi del 1927, quando un Louis Billot perdeva la cappamagna per disquisizioni teologiche con l’allora regnante Pio XI.

Macché.

Per Becciu è assai diverso.

Oggi si vive di danze, di guittezze, di grande teatro, canterebbe il poeta Ivano Fossati.

Difatti si tratta di soldi. Solo di quelli. E fa pure un po’ sbadigliare. Per la millenaria storia della Chiesa, attenta alle persone in vista della vita eterna, quella del denaro è questione sì importante, ma di povera cosa di fronte a violazioni di coscienza, sessuali e disquisizioni dottrinali. È dai tempi dei trenta denari di Giuda che la Chiesa ha qualche problema coi soldi. Quindi?

E allora?

Un frate agostiniano, seduto in un confessionale nella basilica di San Pietro, da dietro la grata del tribunale della penitenza – fosse lettore di un manuale settecentesco alla Jean Baptiste Bouvie – assolverebbe il penitente assegnando sonnolento un’ammenda di tre Pater, Ave e Gloria. E un successivo – più tonante quanto misericordioso – invito al proposito di non peccare più. E poi basta.

Oggi per la riparazione corre l’obbligo d’altro. La penitenza va socializzata. Meglio: giustiziata.

Penitenza che su Becciu si è abbattuta come una ghigliottina.

Del resto anche una imperfetta raccolta differenziata è diventata peccato ecologico, e si rischia che a confondere vetro con plastica si venga spediti da uno zelante padre spirituale a riparare andando per parchi a raccogliere cartacce in compagnia di Greta Thunberg. Dove non è chiaro se la penitenza consista nella passeggiata nel verde a raccattare lattine o nella compagnia dell’attivista svedese.

Sempre che a Becciu possa davvero essere contestato qualcosa. In foro interno ed esterno. Perché ad oggi non risulta.

Al momento nulla risulta. In dubio pro reo. Però qualcuno deve spiegare. E il Vaticano non lo sta facendo.

All’arcivescovo Angelo si potrà rimproverare – quanto lodare, a seconda dei punti di vista – una consuetudine con il potere maturata in anni di servizio diplomatico in giro per il mondo, e di tentativi di tessitura di relazioni con il mondo politico italiano.

“È un uomo della vecchia guardia”, lo tacciano i detrattori. Che corrisponde al vero. (Becciu ha 72 anni che da quelle parti eppure risulta giovinotto. Ma il curriculum è implacabile).

Il ritratto di uomo della vecchia guardia, in fondo, potrebbe comunque non dispiacergli. Becciu ha organizzato la storica visita di Benedetto XVI a Cuba nel 2012, dove Angelo da Pattada era nunzio. Poi è stato protagonista di un tentativo di dialogo – si narra – con un abboccamento con i leader della Lega Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, ricevuti nel suo appartamento vaticano. Già quando (ed è un ancora), la Lega tra Cei e Vaticano veniva e viene ancora guardata con più di una diffidenza. (Che poi a Salvini, monsignor Becciu, attivo sui social e certo non personaggio che si sottrae ai commenti e alle interviste, non gli abbia sonoramente rimproverato l’uso comiziante di rosari e bibbie è altrettanto documentabile).

Godibile comunque il fermo immagine di un Salvini e Giorgetti fatti entrare in casa dell’allora – ancora Eminenza a pieno titolo e diritti – da una scala di servizio; fino al costringere i due ad un ginnico salto di alcuni sacchi dell’immondizia.

Doveva essere meeting riservato. Come se invece dietro le Sacre Mura anche le lische di pesce della cena precedente ficcate nella busta dell’umido non avessero occhi e orecchie. E parola. Misteri della fede. Soprattutto la favella.

E come se i corvi in servizio permanente Oltre Mura non chiacchierassero mane e sera coi gabbiani che aleggiano su Roma da una parte all’altra del Tevere. Difatti la cosa è quasi subito uscita.

E come dimenticare che la tessitura del dialogo di un non sprovveduto diplomatico ha riguardato un po’ tutto lo spettro politico italiano. Citofonare Palazzo Chigi dove, per ovvie ragioni, non rispondono. Ma qualche imbarazzo ora… Chissà. Whatsappare a caso.

Che Becciu di denari si sia molto occupato è noto.

Normale.

Come nunzio, inevitabilmente; ancora più inevitabile come Sostituto della Segreteria di Stato per Benedetto XVI e poi Francesco. Lì dove si gestiscono i soldi dell’Obolo di San Pietro, che non vanno solo ai poverelli: si rassegnino le anime belle. Anche vanno lì, ma non solo. Servono a far funzionare la macchina della Chiesa. Piaccia o meno. Che la carità la Chiesa non la dispensa solamente con gli spicci offerti a caso fuori dai market a chi ti porta il carrello della spesa. La questione si affronta in maniera un pochino più articolata. Progettuale? Ognuno guardi.

Quindi sicuramente l’arcivescovo Angelo avrà dovuto mettere pure mano nelle casse dentro la Congregazione delle cause dei santi, dove fino a qualche anno fa un povero cristo morto da decenni, che magari aveva sposato madonna povertà in vita, rischiava di trovarsi a salire postumo agli altari costando ai posteri tra doverosi e costosi processi e lunghe ricerche di archivio – ma anche raffinati catering, varie ed eventuali sontuose celebrazioni –, fino a 300mila euro.

E di denari male o bene gestiti, Becciu avrà dovuto occuparsene anche dal 2017, quando Papa Bergoglio lo ha spedito a risolvere una delle più grandi crisi dell’Ordine di Malta. Una crisi per nulla risolta, tra rivolte intestine che non sembrano placarsi. Anzi.

E poi sì. Si inciampa. C’è il tentativo di salvataggio dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (Idi), un ospedale romano crollato nel 2013 sotto milioni di euro. Coinvolti i potenti e danarosi Cavalieri di Colombo. Da Roma chiesero aiuti. I cavalieri Usa risposero picche, salvo poi essere ricondotti a più miti consigli grazie ad alte, altissime mediazioni della Segreteria di Stato. Anche perché per quella mancata donazione a fondo perduto il Papa rifiutò la consueta udienza annuale. E non erano tempi di Covid. Era proprio arrabbiato.

E poi sì: l’arcivescovo Angelo ha licenziato il revisore Milone che voleva fare pulizia; e ha avuto più di uno scontro con il cardinale australiano George Pell, ai tempi prefetto della Segreteria per l’economia, chiamato da Francesco a riformare le tribolate finanze vaticane. Lo scontro c’è stato, ha riconosciuto appena venerdì in conferenza stampa lo stesso Becciu.

Lo scontro Becciu-Pell non è risanato, manda a dire Pell dall’Australia dove era volato immediatamente quando convocato per farsi processare, poi vistosi condannare per abusi su due chierichietti; quindi incarcerare per più di un anno, e poi vedersi infine assolvere nell’ultimo grado di giudizio.

Ecco, le recenti parole di Pell – a cui Bergoglio mai si è sognato non solo di togliere la porpora ma neppure di chiederne un passo indietro – sarebbe in procinto di tornare a Roma. Le sue parole sono inconsuete nei confronti di un confratello: datogli il tempo di apprendere la notizia del licenziamento dai diritti cardinalizi di Becciu, l’australiano si è complimentato con il Papa per i passi nell’azione di pulizia nelle finanze vaticane, auspicando che l’azione prosegua a Roma come in quel di Vittoria.

Indelicato. Forse. Ma insomma, quando gira gira.

Eppure: Vittoria è lo Stato australiano da dove a Pell sono state mosse incredibili accuse di pedofilia risalenti ad anni fa. Accuse australiane che in tanti hanno ricondotto ad una regia romana. Cioè: curiale. “Cannoni sparati in Australia con munizioni preparate sotto il Cupolone” si è più volte detto. E non è da escludere che la narrazione sia poi così inverosimile.

Cosa si vogliano dire Becciu e Pell in caso di un incontro persn
onale, sono affari loro.

Ma il punto (uno dei tanti possibili) è proprio che a Pell e a Becciu in questo momento – così lontani e così vicini – è dato di condividere un passo: pulire il nome, come dicono gli anglosassoni. Ovvero: protestare davanti ad una giuria la propria innocenza. Il primo lo ha già assaggiato, e amaramente. Condannato, ingabbiato e poi pienamente riabilitato da una Corte civile. Il secondo, ancora no.

Il decardinalizzato a metà Becciu in forza della decardinalizzazione a metà ora è ampiamente processabile dalla magistratura vaticana.

E questa è una novità.

Non solo processabile da quella canonica (lo sarebbe stato anche da cardinale a pieno titolo), ma da quella civile. E da quella vaticana, amministrata comunque in nome di Sua Santità. Ma un avviso di garanzia a Becciu non è arrivato. I dossier a suo carico – con presunti illeciti che sarebbero stati segnalati dalla Guardia di finanza italiana, probabilmente dopo richiesta di rogatoria della Magistratura vaticana – sono solo ora consegnati ad uno scoop giornalistico dell’Espresso.

E da dove arriverà la manina che passa carte sicuramente non via email o fax?

Comunque: un processo, istruito dalla Magistratura vaticana, civile, sarebbe il passaggio più auspicabile in questo momento.

Sarebbe l’unico chiarificatore. Per il bene della Chiesa – ovvero dei fedeli, di chi versa per l’Obolo di San Pietro e firma per l’Otto per mille e si sente tradito – e per la giustizia nei confronti di Becciu.

Colpevole il monsignore? Innocente? Non servono conferenze stampa a chiarirlo. Occorre confrontarsi nella sede più opportuna rispetto a interviste variamente rilasciate, scomposti tweet. Dall’altra parte dei sussurri sordi e poco trasparenti della comunicazione vaticana, che ha liquidato altra sera la faccenda con un rigo. Alimentando ricostruzioni giornalistiche che ovviamente colgono solo un aspetto, e non possono fare sintesi.

Altrimenti forse non hanno troppo torto i retroscenisti a sguazzare in notizie raccolte da qualche lunga tonaca (ovviamente sempre interessate a dire A al Mattutino e poi Z al Vespro) o a dossier abilmente fuoriusciti da Porta Sant’Anna.

Che poi: chi ha fatto uscire le copertine di scoop finite sulla scrivania di Francesco?

Ché sarebbe anche ora di finirla con questo presunto Vatileaks da numerare; che ormai non ha più bisogno di essere numerato: è in atto dai tempi di Benedetto XVI. Uno, due, tre, quattro, cinque…

Basta. No: siamo al colapasta non di notizie – ci fossero! – ma di documenti scappati fuori per interesse che fanno il gioco di quello o quel partito ecclesiale. È un Vatileaks permanente. I corvi sono così tanti che non ha più ragione cercarli.

E la discussione sulla tenuta del regno di Francesco che tanto appassiona (pochi; sempre più ridotti addetti ai lavori) ha stufato. Son robe che arricchiscono conti in banca di passamani e lacchè. E qualche editore. Fossero le intenzioni buone. Sia ammessa l’attenuante in guerra nella buona battaglia combattuta nel posizionamento tra bande curiali. Sarebbe serio. Il resto, anche no.

Difatti qualcosa non torna.

Perché il licenziamento di Becciu comunicato in una udienza con Francesco – udienza in tabella per questioni di routine come l’approvazione a conclusione di processi di beatificazione e canonizzazione delle quali Becciu si occupava dal 1 settembre 2018 – non è credibile si sia trasformato in una cacciata per questo motivo. Non in questo modo.

L’imputazione sarebbe infatti avere destinato, quando il vescovo Angelo era Sostituto in segreteria di Stato, qualche centinaia di migliaia di euro alla Caritas della sua diocesi di origine per sostenere progetti per disoccupati e immigrati. Cento dei quali ancora fermi sul conto della Diocesi, in attesa di perfezionare progetti.

D’accordo: la cooperativa destinataria dei fondi è coordinata da un fratello di Becciu. Ma la diocesi di Ozieri è piccola, molto piccola. Che una famiglia cattolica si ritrovi ad avere figli, sorelle, nonni e zii impegnati in qualche attività non è per nulla raro. Il fratello di Becciu si è arricchito? Non risulta. Il denaro era destinato non a lui ma ad una coop collegata alla Caritas.

Lo scoop dell’Espresso su quelle che sarebbero le accuse mosse dal Papa a Becciu riportano poi di alcuni lavori di falegnameria commissionati da monsignor Angelo nunzio ad un altro fratello, prima per una ristrutturazione nella nunziatura in Angola poi a Cuba. Questi ultimi lavori completati dal successore. Si potrà dire che una chiamata diretta di un “congiunto” per lavori in una struttura ecclesiastica non sia corretta. Del resto il recente codice degli appalti vaticano – uscito nel giugno scorso – non solo lo sconsiglia, ma sembra deprecarlo in maniera più che esplicita. Però lo sa anche un 16enne animatore di parrocchia che dal diacono di provincia fino al vescovo e su su, è prassi diffusa affidare lavori nelle varie strutture a congiunti e amici.

Non va bene? Certo. Ok. Giusto cambiare passo. Ma semicardinalizzare un prelato per questo lascia perplessi. La sanzione è enorme.

Quindi: o c’è altro, o c’è dell’altro.

Tanto che – ma questa è una pennellata di colore del settimanale L’Espresso – pure il terzo fratello di Angelo da Pattada viene tirato in ballo per oscurare l’immagine dell’ormai mezzo cardinale. Solo perché il congiunto porporato avrebbe sponsorizzato una mitica quanto introvabile “Birra Pollicina” presso enti religiosi. Questo terzo fratello è docente universitario e investe in birrifici. Ha forse torto Becciu quando rileva che fare assaggiare una birra ad alcuni amici non è uno spot né una pressione?

Forse qualcuno può essersi sentito in obbligo di acquistarla “perché l’ha consigliata il cardinale”. Ma tra la percezione e la coercizione ce ne corre.

(1. continua; qui la seconda parte)

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