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Vaticano, Londra e Mincione. Che cosa (non) dicono Parolin e Becciu

Bilancio Vaticano

Le stilettate fra Parolin e Becciu sull’inchiesta che squassa i palazzi del Vaticano e non solo. Fatti, nomi e approfondimenti

Pietro da Schiavon è un porporato vicentino che parla poco. Son però breviloquia che lasciano il segno. Angelo da Pattada ha un temperamento diverso. Interviene con larghezza. Non si sottrae alla stampa. E dopo un mese dall’esplodere di una inchiesta in Vaticano per un investimento immobiliare a Londra torna sull’affaire che, almeno per la tempistica, lo coinvolge. Precisa, avverte, smentisce.

Di fronte al preteso “graffio” – così battezzato dalle gazzette – del suo ex capo, il cardinale Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, che ha definito l’operazione immobiliare “opaca”, il già Sostituto Becciu affida all’Ansa una replica pepatissima. Descritta come reazione a Parolin che ha concesso ai giornalisti una dichiarazione secca a margine di un evento all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede che si occupava di ben altro: il rapporto tra i Papi e il cinema.

E che doveva dire il principale collaboratore del Papa di una indagine della magistratura vaticana di cui Francesco era a conoscenza? Indagine che ha portato i gendarmi a perquisire fino nelle affrescate stanze della Terza Loggia che il porporato dirige? Un inedito da fare indispettire qualsiasi Ceo. Non Parolin. Lui accetta che si indaghi. Accetta che i poliziotti siano entrati negli uffici dei suoi collaboratori – pare senza esserne informato per tempo, ma questo non conta – e che quattro suoi funzionari siano stati sospesi, con sovrappiù di ulteriore sospensione del direttore di un altro cruciale organismo vaticano, l’Aif, l’autorità antiriciclaggio.

Questo il prelato vicentino ha detto: operazione opaca sull’investimento immobiliare a Londra, si farà chiarezza. Punto. Parole che riecheggiano un mattinale di questura senza troppi fronzoli. Sa di fraseggio politico (Parolin è politico): fiducia nella magistratura ecc… Che in quel fazzoletto di terra che è il Vaticano è – si ricorda sommessamente – è una giustizia amministrata in nome di Sua Santità.

Ben diversamente si era mossa l’Aif, che qualche giorno fa ha affidato al Bollettino ufficiale della Santa Sede un comunicato più che irrituale, date le indagini in corso. L’Autorità di informazione finanziaria ha ribadito la sua “piena fiducia” nel direttore Tommaso Di Ruzza, che insieme ad altri quattro dipendenti della Santa Sede è oggetto di inchiesta. L’attestato di stima è più che atteso. E doveroso e misericordioso.

Ma il presidente Aif, René Brülhart, va oltre. Si legge nella nota: Brülhart “dopo aver consultato i membri del Consiglio direttivo, ha avviato un’indagine interna per comprendere a fondo l’attività operazionale dell’Aif interessata. Sulla base di tale indagine interna, il Consiglio direttivo ha stabilito: in primo luogo, che l’attività svolta dall’Aif e dal suo direttore era di natura strettamente istituzionale e condotta in conformità con lo Statuto dell’Aif. In secondo luogo, che nell’esercizio della sua funzione istituzionale, né il direttore né alcun altro dipendente dell’Aif hanno svolto in maniera inadeguata la propria funzione o tenuto qualsiasi altra condotta impropria”.

Praticamente Brülhart ha chiuso le indagini prima della magistratura vaticana.

Becciu poche ore dopo le parole di Parolin è invece intervenuto con quella che viene descritta come intervista dalla principale agenzia di stampa italiana ma che, a leggerla, sembra più un comunicato di un ex Sostituto che ai tempi dell’affare Vaticano-Raffaele Mincione (che lambisce il premier Giuseppe Conte), era anche incaricato degli affari amministrativi. Dice il monsignore all’Ansa (di fatto replicando a Parolin o confermandolo): “Perché dovrebbero essere operazioni opache? È prassi che la Santa Sede investa nel mattone, l’ha fatto sempre: a Roma, a Parigi, in Svizzera e anche a Londra. Pio XII fu il primo ad acquistare immobili a Londra. Ci è stata avanzata la proposta di questo storico ed artistico palazzo e quando fu realizzata non c’era niente di opaco. L’investimento era regolare e registrato a norma di legge”.

Becciu definisce quindi “infanganti” le accuse mosse nei suoi confronti. Il riferimento è probabilmente non tanto all’affare londinese, quanto a certe ricostruzioni giornalistiche imprecise, tendenziose. Titolistiche. Perché Becciu ha ovviamente ragione quando sottolinea di non avere mai manomesso i soldi dei poveri. Pure Parolin nelle sue scarne parole afferma di non avere dubbi che l’Obolo sia gestito come va gestito.

E allora che dice Becciu? Nell’operazione immobiliare sono state utilizzate le offerte dell’Obolo di San Pietro? E allora? L’Obolo è chiaramente descritto come un contributo che diocesi e fedeli di tutto il mondo destinano alla Santa Sede per l’opera di evangelizzazione, il mantenimento della Curia romana e delle nunziature (le ambasciate del Vaticano nei cinque continenti) e anche – non solo, appunto – per le opere di carità. Che comunque non mancano. Dove sta lo scandalo? Si vorrebbero milionari depositi ad ammuffire? Anche un piccolo risparmiatore sa che non conviene tenere i soldi fermi.

Incalza Becciu: “In Segreteria di Stato avevamo un fondo intitolato: soldi dei poveri. E ai poveri venivano destinati. Se invece per soldi dei poveri ci si vuole riferire all’Obolo di San Pietro, dobbiamo chiarirci”. “Io dico – spiega – che devono essere chiari sacerdoti e vescovi quando presentano ai fedeli la richiesta dell’Obolo di San Pietro: l’Obolo non è solo per la carità del Papa, ma anche per il sostentamento del suo ministero pastorale; particolarmente per il mantenimento delle strutture della Santa Sede. Non possiamo nasconderlo. Del resto se non fosse così, a cosa serve raccogliere ogni anno sui 60 o 70 milioni di euro? Se fossero esclusivamente per i poveri forse sarebbe meglio che restassero nelle diocesi e lasciare che i vescovi li gestiscano loro. Per i poveri qui attorno provvede generosamente e puntualmente l’Elemosineria apostolica. Se non si usasse l’Obolo, ci si dovrà porre la questione di come mantenere il Vaticano ad iniziare dalle migliaia di dipendenti e loro famiglie”.

La Palice approverebbe lo spiegone.

La ricostruzione su scopo e destinazione dell’Obolo di San Pietro è descritta fino al particolare in un sito web dedicato. Accessibile e consultabile da tutti.

Allora perché reagire così pesantemente? Replica a Parolin?

Forse sì, forse no.

Becciu si toglie qualche sassolino. Riguardo all’investimento a Londra ribadisce – già lo aveva fatto – di quanto fosse regolare e registrato a norma di legge. Difatti, su questo a parte qualche troll social webete, nessuno contesta. Ma aggiunge dettagli interessanti: “La sterlina, a quel tempo, appariva come una interessante valuta di diversificazione rispetto al continuo fluttuare dell’euro e del dollaro. Al riguardo, non si deve dimenticare che la maggior parte delle entrate della Santa Sede sono in dollari, ma la stragrande maggioranza delle uscite, sono in euro. Si cercava pertanto un investimento immobiliare sul lungo/lunghissimo termine, non certamente un investimento di carattere speculativo”.

“Speculativo” è l’accento da tenere in considerazione.

Secondo il cardinale, “le difficoltà sono nate con il socio di maggioranza (il finanziere Mincione, ndr) con il quale mi risulta siano sorte questioni circa la gestione della parte della liquidità. Egli infatti, disattendendo le indicazioni reiterate in innumerevoli occasioni, anche per iscritto, continuava ad investire in attività che la Segreteria di Stato non poteva assolutamente condividere né approvare. Gli era stato espressamente detto di non investire in Carige, e lui ha investito in Carige. Gli era stato detto di non investire nella Banca Popolare di Milano e lui ha investito nella Banca Popolare di Milano. Lo stesso vale per Retelit. Gli era stato detto e ridetto di no. Si volevano i classici investimenti della Segreteria di Stato: a capitale garantito e non di carattere speculativo. Ad un certo punto abbiamo detto: adesso basta. Si trattava però di individuare il modo per uscire”.

Nel frattempo Becciu cambia di ufficio, arriva un nuovo Sostituto, il venezuelano Pena Parra, e il monsignore sardo ricorda: “Non so cosa sia successo dopo. Mi dicono però – aggiunge – che quello storico ed artistico palazzo è ora totalmente della Santa Sede e se venduto renderebbe e avrebbe un valore decisamente superiore rispetto al prezzo per il quale fu comprato. Del resto, anche un’eventuale gestione, potrebbe dare risultati più che soddisfacenti, benché diluiti nel tempo. Non va infine disatteso che, trattandosi di un investimento a suo tempo pensato sulla lunga distanza, è vero che, al momento, è in sofferenza, per il calo della sterlina, ma nessuno è in grado di dire ora ciò che potrebbe avvenire tra qualche mese o anno. Del resto, a suo tempo, si era generalmente convinti che Brexit non sarebbe passata. E invece è passata”.

Mincione, intervistato dal Corriere della Sera a metà ottobre, aveva dato una lettura differente. Gli investimenti nel suo fondo, oltre a quello immobiliare, era chiaro al Vaticano. Proprio su Carige e Retelit e Tas. “Sapevano”, diceva al quotidiano milanese.

La vicenda che vede coinvolto indirettamente anche il premier italiano Giuseppe Conte per un presunto conflitto di interesse nella scalata a Carige del finanziere italo-londinese Mincione per avere fornito – ancora da semplice avvocato – un parere pro veritate, sollecitando un’azione di golden power del governo italiano che poi, pochi giorni dopo, diventato Avvocato del popolo, il suo Consiglio dei ministri effettivamente delibera, è un’altra vicenda che a questa si intreccia.

Conte, interrogato dalla Lega, si attende dia risposte in Parlamento, e non solo alla stampa. Curiosità: a presiedere il Cdm del giugno 2018 che diede il via al golden power era il vicepremier del tempo, Matteo Salvini. Che ovviamente non poteva sapere di Retelit e della consulenza di Conte da poco fornita (e pagata) dalle società del finanziere Mincione. Come Conte non poteva sapere dei rapporti tra Mincione e il Vaticano.

Ma le domande si affollano. Becciu nella sua intervista-comunicato all’Ansa, ad esempio, non risponde (non gli è stato chiesto?) del suo presunto intervento presso l’Apsa, la banca centrale del Vaticano, a sollecitazione di un prestito di 50 milioni per salvare l’Idi, ospedale cattolico in più di una difficoltà. Era il 2015.

A fine dello stesso anno l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede è uscita dal controllo dell’Aif. La ragione? Apsa non effettua più attività finanziaria a livello professionale. Quel prestito come lo si deve considerare?

Oggi l’Aif verifica solo sullo Ior. E di questo risponde a Moneyval. Quella parentesi 2015 per il salvataggio Idi è stata “opaca”? Probabilmente no. Ma intanto nel tempo ci si impegna a rientrare. Per coprire il prestito si chiedono denari ai ricchi americani della Papal Foundation. Loro, da sempre al servizio della Santa Sede e di migliaia di interventi caritatevoli in tutto l’orbe cattolico, sulla faccenda non ci vedono chiaro. Uomo chiave, ponte tra Roma e Stati Uniti, il cardinale Theodore McCarrick. I benefattori Usa tirano il freno. Francesco pare non li abbia ricevuti per ripicca. Ma sono le solite male lingue.

Il denaro alla fine arriverà. Intanto l’anziano McCarrick ha perso berretta cardinalizia e stato clericale per abusi su giovani seminaristi.

Quindi.

Davvero la questione è “solo” un investimento immobiliare non troppo redditizio in quel di Londra dove il Vaticano fa shopping per diversificare il giardinetto delle monete mettendo qualche milione in sterlina?

Davvero l’Aif travolta dallo scandalo non ha qualche altro sassolino da togliere dalla scarpa perché non riesce a investigare sulle operazioni di Apsa?

Davvero la cacciata di due anni fa da Porta Sant’Anna del revisore generale, Libero Milone, non ha niente a che fare con difficoltà di accesso ad atti forse “opachi”, non necessariamente illegali?Cacciata diretta proprio da Becciu; o per lo meno a lui non sgradita?

Davvero Parolin non era a conoscenza? Davvero Parolin e Becciu si stanno facendo la guerra?

Sul segretario di Stato Parolin negli ultimi mesi si dice di tutto. È finita sui giornali, persino, una presunta volontà di Papa Francesco di toglierlo dal Vaticano e di spedirlo a fare il Patriarca di Venezia. Per toglierlo di mezzo. A parte le suggestioni, a parte che tra buoni e devoti funzionari, nella Città leonina in parecchi hanno interesse a fare uscire leaks pro domo, la questione potrebbe anche essere credibile.

Nel senso di un’astuta mossa gesuitica del Papa argentino. E nemmeno nuova. Giovanni Battista Montini che già era Sostituto con il cardinale Pacelli, poi promosso pro-segretario di Stato, nel 1954 fu spedito da Pacelli ormai Pio XII a guidare l’arcidiocesi di Milano. Le gazzette del tempo si eccitarono sulla narrazione della promozione per rimuovere.

Ma attenzione. Montini aveva passato – suo malgrado – una vita come diplomatico. Nessuna esperienza pastorale. L’incarico all’arcidiocesi ambrosiana gliene inseriva una. Facendone un buon candidato per un Conclave che, infatti, nel 1963 lo elesse Pontefice.

I parallelismi con il diplomatico Parolin si sprecano. Anche Pietro da Schiavon non ha mai avuto esperienze pastorali. E se Francesco davvero lo destinasse alla cattedra di San Marco per offrirgli la possibilità di aggiornare un curriculum vitae accettabile per una elezione al Soglio?

E, ancora, Parolin è un bergogliano di ferro. Certo: non risulta arruolato nel partito dei turiferari che affollano i dintorni di Santa Marta. E difatti, se può avere qualche distanza dottrinale – diplomaticamente trattenuta – con Bergoglio (o meglio: con il cerchio dei consiglieri del Pontefice), sulla sua fedeltà al successore di Pietro non si discute. Fino alla fedeltà del portafoglio degli investimenti vaticani e delle indagini giudiziarie. Che difende, perché approvate dal Papa. Operazioni che non ha difficoltà a definire opache. Probabilmente non dicendo cose poi così differenti dal suo ex Sostituto Becciu.

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