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Vi racconto che cosa succede in Forza Italia

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Il post di Paola Sacchi

 

Se la scissione di Forza Italia alla fine rischia di non essere evitata, perché Giovanni Toti rilancia dopo il freno posto da Silvio Berlusconi a quelle che sono apparse fughe in avanti, rispetto al mandato che gli era stato dato, potrebbe essere almeno depotenziata. Questo sembra al momento il risultato che il Cav porta a casa, in un uno-due dove ha sparigliato e controsparigliato nel giro di una manciata di giorni. Sembra che l’altra sera a Toti il Cav abbia detto chiaramente di non fare l’iniziativa del 6 luglio, “se la fai è una tua iniziativa personale, non di Forza Italia”.

Spiega un osservatore particolare, come il deputato veneto di Fi, ma anche un ex leghista cresciuto nel Carroccio, Roberto Caon: “Qui è accaduto che Toti si è mosso un po’ come faceva Matteo Salvini quando iniziò la scalata alla Lega, solo che Toti non è Matteo, Roberto Maroni (l’allora segretario leghista, ndr) è un grande amministratore ma non è Silvio Berlusconi e Forza Italia non è la Lega, ovvero strutturata con le regole di un vero partito, con tanto di distinzione tra socio sostenitore e socio militante, dopo una certa gavetta. Regole che disciplinano l’accesso alle primarie. Ora Toti farà pure la sua manifestazione il 6 luglio, ma dopo aver accettato inizialmente l’incarico di coordinatore molti dei suoi sostenitori sono rimasti delusi. Comunque sia, Berlusconi per me lo ha depotenziato. Il rischio è che si ritrovi alla fine un po’ nella stessa situazione di ininfluenza di Flavio Tosi….”. Il ragionamento dell’ex leghista ora parlamentare azzurro è crudo ma realistico. Così come quello di chi alle critiche di “gattopardismo” rivolte a Berlusconi anche in questa occasione, fa notare da sempre che “Forza Italia è Berlusconi”.

Nel dibattito scaturito dalla nomina dei due “coordinatori” Toti e Mara Carfagna (coordinatori a tempo in vista del congresso, con l’incarico di scrivere con il vicepresidente Antonio Tajani e le due capogruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Annamaria Bernini, la proposta di cambiamento dello statuto in vista del congresso, così era del resto specificato nella nota ufficiale fin da subito) quello che più colpisce in realtà è che, a parte sfumature e differenziazioni nei rapporti con Salvini, di cui però entrambi confermano di voler restare alleati, sia Toti che Carfagna e poi Gelmini, candidatasi anche lei ad eventuali primarie, sulle quali solo il congresso però deciderà (determinando oggettivamente un nuovo sparigliamento dei giochi) dicano alla fine le stesse cose: rappresentare il ceto medio, le istanze liberiste e garantiste, alleati ma non succubi di Salvini ecc. ecc.

Insomma, stando alle dichiarazioni ufficiali, si stenta a capire davvero l’oggetto, inteso come linea politica, di tanto dibattere. Qualcuno come il vicecapogruppo vicario alla Camera Roberto Occhiuto ha rimarcato il rischio di apparire come il Pd, “ma avendo noi solo un po’ più dell‘8 per cento”. Ma anche nella “Beirut-Pd”, dove, ammette ironicamente un suo esponente “siamo maestri nel darci addosso l’uno contro l’altro, maestri di sconfitte…”, pure quando la maionese impazziva lo scontro era sempre ascrivibile un minimo alla linea politica.

Dentro Forza Italia invece più che di linea politica si è fatto un gran parlare di primarie. Cosa che ha fatto apparire lo scontro più personale che politico. E soprattutto quel continuo rimarcare che: sia chiaro Berlusconi era e resterà il leader; che: sia chiaro il suo posto non è contendibile con le primarie, più che una conferma alla fine è suonato ad orecchie maliziose e attente come una sorta di non detto che rischia di aleggiare su tutto: ovvero, voglia di successione. Al di là delle stesse intenzioni dei protagonisti.

Ma tornando ai fatti, così come si sono snocciolati nel giro di pochissimi giorni, è accaduto che ci sia stata una inconsueta convocazione dei coordinatori regionali via social. Che ha subito generato la protesta del lombardo Massimiliano Salini, dato molto vicino al Cav, ma anche di altri importanti coordinatori, come Gianfranco Miccichè, che a quel punto avrebbero chiesto: “Scusate, ma voi siete stati incaricati di proporre solo il nuovo statuto, per noi il referente resta il leader: Berlusconi”.

A questo è seguita la candidatura di Gelmini che ha accusato Toti di “esser partito con il piede sbagliato”. E Berlusconi stesso ha convocato, come gli spetta per statuto, i coordinatori regionali, alla guida dei quali ha confermato il fedelissimo, Sestino Giacomoni, da molti anni nel suo staff. Ma anche questo però era già annunciato. Perché sempre nella nota ufficiale sul “cambio” di Fi e sulla nomina dei due “coordinatori” a tempo era scritto che sarebbe rimasta invariata la struttura preesistente, con lo staff e il vicepresidente di Fi Antonio Tajani. Che, impegnato a Bruxelles dove è ancora presidente del parlamento europeo, non ha raccolto le critiche di Toti al suo operato.

In realtà di meno di un anno, perché Tajani fu nominato numero due del Cav solo nel luglio di un anno fa. Ma, comunque sia, come ricordano alcuni partecipanti all’assemblea dei parlamentari azzurri al Senato, che dette il via al “rinnovamento”, Berlusconi avrebbe avvertito: “Ricordatevi bene però che io ero e resto il presidente”.

Piaccia o no, al di là del grande e vero e nodo che resta la linea politica del partito azzurro, a metà opposizione e a metà alleato di Salvini nelle giunte locali, si è avverata ancora una volta la profezia che confessò a chi scrive un esponente di rango di Fi? Ovvero che alla fine “tutti anche quelli più accorti cadono prima o poi come vittime dell’illusione di sostituirsi, anche non confessandolo a se stessi, a Berlusconi, sperando che lui vada in pensione e faccia il padre nobile, cosa che invece lui non farà”?

In un partito per sua natura leaderistico, come Forza Italia, quello non può essere un posto contendibile. Tanto più che lo occupa un leader che paradossalmente fa politica in fondo da meno anni dello stesso Salvini, visto che l’imprenditore Berlusconi la sua discesa in campo la fece quando era già alla soglia dei sessant’anni.

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