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Tutte le ultime cose turche fra Erdogan e Putin su energia, Libia e non solo. Il Punto di Orioles

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Turchia Russia

L’inaugurazione del Turkstream è solo l’ultimo esempio della collaborazione tra Russia e Turchia. Ecco le convergenze parallele tra Erdogan e Putin a partire dalla Libia. L’approfondimento di Marco Orioles

Che si detestino personalmente, e abbiano agende ed interessi anche radicalmente differenti su una ramificata serie di campi e teatri, è fuori discussione.

Ma come il loro incontro a Istanbul di mercoledì scorso ha dimostrato – è stato il primo di quest’anno tra i due, dopo i ben nove accumulati l’anno scorso – il presidente russo Vladimir Putin e il suo collega turco Recep Tayyip Erdogan sono anche due leader sufficientemente cinici e navigati da saper accantonare ciò che li divide e cementare nel tempo un’articolata partnership che ha l’effetto di sfidare congiuntamente gli interessi strategici di mezzo mondo.

E il guanto di sfida che lo Zar e Sultano hanno esibito insieme sul Bosforo, lanciando un segnale inequivocabile agli Stati Uniti di Donald Trump, porta il nome di Turkstream, la pipeline inaugurata in pompa magna mercoledì all’Halic Congress Center della capitale alla presenza, oltre che di Putin e di Erdogan, del primo ministro bulgaro Boyko Borisov e del presidente serbo Aleksandar Vucic.

Come ha fatto notare l’Associated Press, questo progetto congiunto del colosso energetico russo Gazprom e della compagnia turca Botas costato 11,4 miliardi di euro per cinque anni pieni di lavori era in funzione già da qualche settimana –  i leader, durante la cerimonia, si sono limitati a compiere l’atto simbolico di aprire una valvola – con le sue due condutture parallele che scorrono sotto il Mar Nero e, dopo 930 km, fanno confluire il gas russo a Kiyikoy, nei pressi di Istanbul.

Simulata o meno, l’entrata in funzione della pipeline rappresenta comunque uno schiaffo in faccia agli Usa – vale a dire al Paese che più di cinque anni or sono riuscì a convincere la Bulgaria ad annullare la propria partecipazione al progetto alternativo del “South Stream”, decretandone la morte.

Sei capodanni più tardi, Putin può dunque godersi la rivincita con il piacere addizionale di condividerne i meriti, e i vantaggi, con un uomo che non solo sta procurando più di qualche gatta da pelare a Washington, ma sta progressivamente cesellando un’intesa strategica sempre più profonda con il Cremlino.

E qual è il modo più soddisfacente di sferrare un colpo all’impero a stelle e strisce del completare insieme e mettere in funzione una pipeline che non solo trasforma automaticamente la Turchia in uno dei maggiori hub energetici del continente e, dunque, in un partner economico di ferro di Mosca, ma si predispone a riversare – attraverso la costruzione di ulteriori sezione del gasdotto – verso l’Europa sudorientale ben 15.75 miliardi di metri cubi di gas naturale annui made in Russia, in barba a tutti i moniti americani sull’eccessiva dipendenza energetica del Vecchio Continente da una potenza revanscista e aggressiva come quella guidata col pugno di ferro dall’ex capo del Kgb Putin.

È stata, dunque una giornata di gloria per Vladimir Vladimirovic, che grazie al Turkstream incassa un altro risultato da novanta: ridurre ulteriormente il quantitativo di gas russo che transita dal problematico territorio ucraino, facendo scomparire dalle casse di Kiev miliardi di dollari in diritti di passaggio.

Già lo scorso ottobre l’Oxford Institute for Energy Studies valutò in 13 miliardi di metri cubi il quantitativo di gas che sarà distolto ogni anno dalla rotta ucraina e fatto transitare dal Turkstream per essere destinato – ad un prezzo vantaggioso per l’utente finale – al consumo interno turco.

Va poi ricordato, come ha fatto mercoledì Reuters, che con l’accordo siglato alla fine del 2019 tra il governo russo e quello ucraino, i volumi di gas russo che passeranno per l’Ucraina scenderanno dai 65 miliardi di metri cubi nell’anno corrente ai 40 annui del prossimo lustro.

Tale successo pieno per la geopolitica del Cremlino non è peraltro l’unico che Zar Vladimir incassa grazie alla collaborazione con l’uomo forte di Ankara. Non può infatti essere sottovalutato quel che succederà quando le ulteriori sezioni del Turkstream saranno completate, combinando tratte esistenti e altre nuove di zecca, permettendo al gas russo di arrivare nell’Europa sudorientale.

Come ha sottolineato Putin durante la cerimonia di inaugurazione del Turkstream, questo nuovo imponente flusso di gas dalla Russia “oltre a contribuire a migliorare la sicurezza energetica dell’Europa (…) avrà anche un impatto positivo sullo sviluppo di molti paesi dell’Europa sudorientale”.

Nel riportare le parole del presidente russo, la sempre zelante RT ha pensato bene di offrire qualche glossa illustrando ai propri lettori le magnifiche sorti e progressive del Turkstream per i suoi beneficiari.

Si parte dalla Bulgaria, che – ricorda l’emittente pro-Cremlino – “ha già annunciato di essere pronta a ricevere gas naturale da Gazprom attraverso la Turchia”. Secondo il parere del ministro bulgaro dell’Energia Temenuzhka Petkova opportunamente richiamato da RT, grazie a questa mossa “il costo del gas per i consumatori potrebbe abbassarsi di circa il 5%”.

Come sottolinea Bloomberg, la Bulgaria spera di ricevere almeno 3 miliardi di metri cubi di gas l’anno attraverso il Turkstream quando sarà entrato a pieno regime.

E tre miliardi sono anche, sempre per l’agenzia newyorchese, i miliardi di metri cubi di gas destinati ogni dodici mesi alla Serbia, parimenti desiderosa – ci tiene a precisare RT – di connettersi a Turkstream per beneficiare di prezzi vantaggiosi che hanno già fatto esultare il presidente Vucic.

Qui sussiste tuttavia un problema, perché se Belgrado ha già completato la sua sezione della pipeline, per ricevere il tanto desiderato gas russo dovrà attendere che Sofia finisca i lavori in casa propria. Proprio per questo la Bulgaria si è già meritata una rampogna da parte di Putin che, accusandola di temporeggiare, ha minacciato di tagliarla fuori del tutto dal progetto.

Anche l’Ungheria, infine, attenderebbe spasmodicamente – per citare di nuovo la sempre sobria RT – di “diversificare il suo approvvigionamento energetico nazionale” allacciandosi al Turkstream, cosa che tuttavia non avverrà prima che Sofia e Belgrado avranno fatto la loro parte.

Quella di mercoledì, insomma, è stata per Putin una giornata da segnare nel calendario. Un calendario che, recentemente, ha offerto più di qualche soddisfazione allo Zar e alla sua politica energetica, come ben ha dimostrato il varo il mese scorso della monumentale pipeline “Power of Siberia” che convoglierà in Cina le enormi riserve di gas della Siberia orientale.

Anche Erdogan, tuttavia, può appuntarsi qualche medaglia nel petto, essendo riuscito nell’intento di lanciare una duplice stilettata all’alleato americano, reo di aver reagito scompostamente nei mesi scorsi alla decisione turca di acquistare dalla Russia il sistema di difesa anti-aerea S-400, e di aver fatto un po’ troppo baccano quando, a ottobre, Ankara ha attaccato l’enclave curda nella Siria nordorientale.

E se con Washington le relazioni sono ai minimi termini, il Sultano può ben consolarsi scavalcandola, abbracciando l’orso russo e trattando con lui da pari a pari una serie di dossier scottanti come la Libia e la Siria, oggetto di intense discussioni nelle due ore trascorse a tu per tu dai due leader dopo la cerimonia di inaugurazione del Turkstream.

Peccato, è notizia di queste ultime ore, che il risultato più clamoroso del colloquio di mercoledì – la decisione di proclamare un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte del prossimo 12 gennaio – sia già evaporato come neve al sole, visto che il generale Haftar ha appena fatto sapere che non intende rispettarlo.

Ma forse, come hanno osservato alcuni quotidiani oggi, Haftar sta solo alzando la posta di fronte a quello che tutti hanno interpretato come un accordo di spartizione della Libia tra Russia e Turchia che andrà a tutto vantaggio dei contraenti – pronti a spartirsi, oltre che le zone di influenza, le cospicue risorse energetiche della nostra ex colonia – e lascerà con le pive nel sacco i sempre più vacillanti paesi europei e un’America chiaramente refrattaria ad impelagarsi anche in quest0 pantano.

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