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Come e perché Trump enfatizza la battaglia di Baghouz contro Isis

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Il punto di Marco Orioles

Nell’impossibilità di rivendicare un importante successo in politica estera sul fronte della minaccia nucleare e missilistica della Corea del Nord – è fallito infatti il summit di Hanoi con Kim Jong-un – Donald Trump rilancia con un altro risultato tangibile ottenuto dalla sua amministrazione: la vittoria sugli estremisti dello Stato Islamico.

Alla convention conservatrice del CPAC dello scorso sabato, cui ha assistito tra gli altri il corrispondente dalla Casa Bianca di CBS News, Mark Knoller, il presidente Usa ha annunciato che entro “oggi o domani” sarà stato eliminato “il 100%” del califfato:

Già il giorno prima, di ritorno dal Vietnam, Trump aveva tuttavia detto ai militari della Base Elmendorf-Richardson in Alaska che “abbiamo preso il 100% del califfato”, cogliendo di sorpresa i militari della coalizione curdo-araba delle SDF che, nella Siria nordorientale, sta conducendo le operazioni per riconquistare l’ultimo fazzoletto di terra in mano agli islamisti: il villaggio di Baghouz.

Qui, a pochi passi dal confine iracheno, è cominciata venerdì la “battaglia per finire ciò che resta di Daesh”, ha dichiarato ai media uno dei comandanti delle SDF, Adnan Afrin. L’operazione “per liberare l’ultima sacca di Isis è cominciata alle sei di questa sera”, ha twittato da Baghouz il portavoce delle SDF, Mustafa Bali:

In preparazione dal 12 febbraio, l’offensiva è stata ritardata a causa del massiccio flusso di civili in fuga da Baghouz. Una marea di uomini, donne e bambini ha abbandonato in queste tre settimane l’enclave controllata dall’Isis. Secondo il calcolo dei Free Burma Rangers, l’unica organizzazione umanitaria presente sul posto, sono almeno diecimila le persone che hanno deciso di consegnarsi con le loro misere cose alle unità SDF posizionate ai margini del villaggio. Per Bali, invece, sarebbero più di quindicimila.

L’ultima massiccia evacuazione, giovedì, ha tratto in salvo altri mille sfollati, saliti su 30 camion inviati a Baghouz dalle SDF. Il giorno dopo, sono usciti in meno di duecento: oltre a siriani ed iracheni, tra i fuoriusciti si contavano cittadini russi, indonesiani, bosniaci, kazaki, egiziani. I reporter presenti sul posto – tra essi, l’inviata della Rai Lucia Goracci – trasmettono al mondo le immagini e le testimonianze del dramma degli ex sudditi dello Stato Islamico alle prese con le conseguenze di una sconfitta storica.

 

“Non rimane più nulla a Baghouz ad eccezione dei terroristi”, ha dichiarato venerdì Bali con parole subito rilanciate da Mina Al-Oraibi, direttrice di “The National”, quotidiano degli Emirati:

“Quelli che rimangono dentro”, ha spiegato Bali all’Associated Press, “sono combattenti che non vogliono arrendersi”. “Quelli che non si sono arresi” – gli fa eco un altro portavoce delle SDF, Adnan Afrin – “incontreranno il loro destino lì” . Sono diverse centinaia i combattenti asserragliati a Baghuz e la coalizione a guida Usa inquadrata nell’operazione “Inherent Resolve” li considera “i più incalliti”.

Secondo l’aggiornamento via Twitter di Bali, nella tarda serata di venerdì le SDF stavano avanzando su due fronti in direzione dell’abitato.

“Duri scontri stanno avendo luogo in questo momento”, cinguetta il portavoce delle SDF, che contano tre feriti. “Le nostre forze”, dichiara un altro addetto ai media, Marvan Qamishlo, “stanno avanzando lentamente (…) visto che Daesh ha minato estensivamente l’area”. Oltre che con le trappole esplosive, l’Isis si sta difendendo ricorrendo a droni, razzi ed attacchi kamikaze. I militanti si spostano in continuazione lungo i numerosi tunnel scavati nel terreno, da cui lanciano micidiali contrattacchi.

Secondo il bollettino Twitter di Bali lanciato alle 13:51 di sabato, le SDF avevano espugnato diverse posizioni del nemico.

Gli scontri sono durissimi, contornati dai continui bombardamenti dei jet della coalizione. Un altro portavoce delle SDF spiega che è impossibile valutare i progressi della battaglia “essendo una situazione complicata con molte variabili”. Al tramonto, l’account Twitter del “Rojava Information Center” certifica la fiera resistenza dell’Isis.

“Ci aspettiamo che sia finita presto”, confida a questo punto Bali a Reuters. Con lo champagne pronto nel frigo, la coalizione internazionale può annunciare nel frattempo l’eliminazione di un pericoloso terrorista in quel di Baghouz.

Con uno strike dall’alto, termina la parabola terrena di Fabien Clain, alias Abu Anas al Faransi (“il francese”). Secondo i comandi americani, Clain sarebbe stato preso di mira dagli aerei della coalizione il 20 febbraio mentre era in compagnia del fratello Jean-Michel. Il ministero della Difesa francese considera “possibile” la morte di Clain, ma la sorte del fratello è avvolta nel mistero.

41 anni, veterano dei circoli jihadisti d’oltralpe, Clain si è conquistato un posto di spicco nel gotha dell’Isis all’indomani degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015: sua la voce nel filmato di sei minuti con cui lo Stato Islamico, all’indomani dell’attacco, rivendicava l’azione. La registrazione era impreziosita dai canti religiosi di Jean-Michel, la sua specialità.

A Baghuz, nel frattempo, le SDF hanno fatto una macabra scoperta: una fossa comune dove sono state ritrovate le teste mozzate di numerose donne. Si pensa che si tratti di yazide rapite dall’Isis anni fa, che ora il gruppo ha liquidato in uno dei suoi ultimi gesti di crudeltà.

Intanto, Sputnik – news medium del Cremlino specializzato in disinformazione anti-americana – spande come sempre fake news, accusando la coalizione Usa di bombardare Baghouz con munizioni al fosforo bianco.

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(estratto di un articolo pubblicato su Policymakermag.it, qui per leggere la versione integrale)

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