skip to Main Content

Berlino

Vi racconto la Serbia lontana dall’effetto Fiat

Com'è la vita nella Serbia non raggiunta dall'effetto-Fiat. Il racconto di Alessandro Napoli.

Quando ho tempo, ma anche quando non ne ho o ne ho poco, vado a trovare Branko. Branko ha fatto per una vita il professore di matematica in un ginnasio di Belgrado. Dicono che fosse adorato dai suoi studenti. Da cinque anni è in pensione e ha lasciato la capitale per andare a vivere in un villaggio vicino a Kragujevac, dove c’è uno dei più importanti stabilimenti della Fiat in Europa. È il villaggio dove era nato, e quello dove dunque è tornato.

L’effetto-Fiat non arriva però fino lì. Per ora niente pizzerie sedicenti italiane, poche automobili nuove, niente boom delle costruzioni. Lì si vive più o meno come prima, che poi vuol dire più o meno come sempre, cioè modestamente.

Questi sono appunti da una delle tante giornate che passo con Branko a casa sua, nel suo villaggio.

Branko adora giocare a scacchi, come quasi tutti i serbi del resto. Se vivesse in Italia sarebbe considerato un campione, qui è nella media. Un livello comunque irraggiungibile per me. Lo trovo come al solito seduto davanti al tavolino sulla veranda, la scacchiera davanti e il suo avversario di fronte. Avversario che è poi il medico della zona, di almeno vent’anni più giovane di lui e persino più bravo di lui nel gioco degli scacchi. Un salutista, di quelli che ti fanno venire sensi di colpa solo all’idea di accenderti una sigaretta. Che infatti non mi accendo, a dispetto di ore di astinenza dovute al viaggio in autobus.

Stanno giocando, ma quando mi vede Branko lascia la partita, si alza e mi bacia alla serba: tre baci sulle guance, alternando destra e sinistra. Ricambio. Niente baci dal medico, ma solo un poštovanje, come dire “i miei rispetti”, accompagnato da una stretta di mano. Anche in questo caso ricambio, e allo stesso modo. “Non smettete di giocare – dico – resto a guardare fino alla fine, chissà che non impari qualcosa”. E invece le strategie che stanno dietro alle mosse non le capisco, come sempre. Mia moglie, intanto, si è allontanata con Sanja, la moglie di Branko. D’istinto mi alzo per seguirla e invece Branko mi blocca: “Lasciale stare – commenta – che c’importa a noi delle cose da donne che si dicono? Mica siamo donne noi! Resta qui, che poi, quando se ne va via il dottore, parliamo di politica, e per accontentarti pure un poco di economia, tanto lo so che tu di politica non capisci niente”.

Come Branko, anche Sanja è in pensione, dopo trentacinque anni passati a fare il contabile nei servizi municipali. Branko e Sanja hanno un’aria rilassata. Però Sanja fa sempre avanti e indietro, appare e scompare dal giardino, seguita da mia moglie e dalla cagnetta bastardina di casa.

La partita finisce. Ha vinto il medico, come quasi sempre. Si alza e se ne va con qualche commento sugli errori che avrebbe fatto Branko. Con me si congeda con un normale arrivederci e buona continuazione. Branko è diventato un altro uomo. Aiutato dalla sua corporatura minuta e agile scatta via come uno scoiattolo facendomi segno con la mano sinistra di aspettarlo, di non alzarmi dalla sedia. Dieci minuti e torna con un tagliere di legno, un generoso pezzo di pancetta affumicata, un coltello da macelleria, una bottiglia di quelle di una volta e due bicchierini. Comincia il rito di benvenuto, favorito dal fatto che il medico salutista se n’è andato. Coltello in mano e alternandoci dobbiamo tagliarci fette di pancetta. La bottiglia non è innocente: contiene un’acquavite di pere fatta da lui. “Andiamo a fare una passeggiata”, dico io dopo un pò, per sviare, cioè per evitare di alzare di troppo il livello del colesterolo e di finire sul divano a dormire.

Sulla strada incontriamo gente. Quasi tutti vecchi o maturi. Neanche un bambino, eppure non è né giorno né ora di scuola. “Qui di bambini non ce ne sono. E chi vuoi che li faccia, gente come me e Sanja? Qui io e lei siamo fra i più giovani. La vedi quella?”, e indica una vecchia seduta davanti alla sua casa con un fazzoletto in testa. “Quella è baba Milica, la più vecchia del paese; dice di avere novant’anni, ma io penso che si tolga gli anni. Mio padre, quello che aveva costruito la casa dove ora abito e dove sono nato io, diceva che da giovane era una ragazza bellissima, lui ci aveva provato. Ha avuto sei figli e non so quanti nipoti, ma ha solo due bisnipoti. Bela kuga, la peste bianca, ecco il problema che abbiamo, in questo paese nessuno fa più figli”.

Gli rispondo snocciolandogli i numeri dei tassi di natalità in Italia, in Grecia e in Spagna: qui in Europa meridionale abbiamo tutti questo problema, stiamo diventando paesi popolati da vecchi. “E poi – continua lui – quelli che i figli possono farli o sono nella capitale o sono all’estero. Vengono qui solo il venerdì sera e se ne vanno la domenica pomeriggio, fanno il pieno di uova, carne, conserve, c’è qualcuno che addirittura viene col carrellino. Ti è piaciuta la slaninica, la pancetta? Beh, quella l’abbiamo fatta noi. Io e il vicino avevamo comprato insieme un maiale, lo abbiamo fatto crescere da un altro vicino e poi macellare, nel sottotetto abbiamo appeso le parti da affumicare e così abbiamo da mangiare carne per mesi e mesi. Lo sai quanto costa la pancetta se la compri al supermercato?”.

“La gazdarica, (la padrona, chiama proprio così, e si riferisce alla moglie) mi manda a comprare il pane, è fra le poche cose che compriamo, il resto è roba nostra. Vieni, andiamo al forno”. Al forno c’è un odore stupendo di pane, kiflice (panini) e anche di burek. Nonostante la pancetta mi si stia scavando un buco nello stomaco addenterei volentieri quella specie di pagnotta dorata che Branko ha comprato, è ancora calda, per me profumata e irresistibile.

Eccoli. Appena fuori dal forno li vediamo. Sono tre. Finalmente vediamo bambini. “Sono i figli di Dragan e di Vesna”, spiega Branko, “i due vivevano a Belgrado. Dragan disoccupato quasi a vita, Vesna cassiera in un supermercato. Una vita difficile, per anni, e niente figli. Un giorno Vesna ha preso la situazione in mano e lo ha convinto a trasferirsi a casa dei suoi genitori. Una casa vuota, i genitori se n’erano andati all’altro mondo, chi da due anni, chi da più di due. Sono arrivati una sera, dopo l’imbrunire, come dei ladri. Nessuno li conosceva o riconosceva. Mezzo paese ha chiamato la milicija, sono arrivati in due, un uomo e una donna, hanno controllato e hanno scoperto che avevano pieni titoli per sistemarsi in quella casa. Il giorno dopo era una gara a chi per primo sarebbe entrato a casa loro, ma alla fine abbiamo deciso di dare la precedenza al pope, che ha pure benedetto la casa e rifiutato una piccola offerta che la giovane coppia di nuovi compaesani gli aveva messo in mano. Tutti avevamo portato qualcosa da mangiare, era il nostro saluto di benvenuto. Sanja si era presentata con una torta di mele che aveva fatto al mattino, prima che facesse giorno, per essere in tempo. Da quando Dragan e Vesna sono qua gli è passata la bela kuga: tre figli hanno fatto, quelli che hai visto. Lui lavora i due ettari di terra che hanno e quello che avanza lo va a vendere, mentre lei va in città in bicicletta per fare la cassiera, come faceva a Belgrado. Secondo me a mala pena mettono su una cinquantina di migliaia di dinari al mese (poco più di 420 euro), ma hanno i cugini a Graz che mandano soldi”.

Accarezzo la testa del più grande. “Come ti chiami?”, gli chiedo. “Saša”, risponde. “Saša, ma non hai voglia di andare a Belgrado?”. E Saša: “Che cos’è Belgrado?”. Chissà se risponderà così anche quando sarà diventato un po’ più grande.

Si è fatto tardi e torniamo a casa. Di nuovo un giro di acquavite, di nuovo pancetta, e poi fette di salsiccia secca affumicata alla paprika e kajmak, crema di latte da spalmare sulle fette di pane caldo. La “padrona” ha preparato l’immancabile čorba, la zuppa, di patate in questo caso, e anche fagioli con salsicce e tirato fuori dal frigorifero e riscaldato le sarme, involtini di foglie di cavolo ripieni di carne tritata soffritta con cipolle che aveva preparato ieri. Sul tavolo anche due insalatone con cetrioli, pomodori, formaggio e cipolle. Si chiude con il caffè, qui resiste il caffè domestico, alla turca cioè, non come nelle grandi città dove impera oramai l’espresso all’italiana.

Andiamo a sederci in veranda a goderci il tramonto che arriverà, tutti e quattro, uomini e donne. “Branko, quando ti decidi a insegnarmi a giocare a scacchi come si deve?”. “Alex, lo farò quando ti sarà passata la voglia di essere bravo. E poi non ti dimenticare che sei italiano, voi avete molto cervello, ma per giocare bene a scacchi serve anche sangue”.

Back To Top