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Scienza e superstizione all’epoca del coronavirus

Scienza Coronavirus

Il Bloc Notes di Michele Magno

Secondo un’indagine Ipsos del mese scorso, solo un quarto degli italiani è disposto a vaccinarsi subito. La maggioranza preferisce aspettare. Cosa, non è ancora ben chiaro. La verità è che, senza considerare i no-vax irriducibili, sospetti, dubbi, scetticismo sono largamente diffusi tra i nostri concittadini. Ricordate il ciondolo anti Covid-19 pubblicizzato in un’audizione alla Camera da un sindacalista della polizia? Suscitò, giustamente, l’ilarità generale. Senza dimenticare, però, che nelle settimane passate sono andati a ruba nei vicoli napoletani amuleti di ogni tipo, dal “cornovirus” ai santini con l’immagine di Maradona che prende il corpo di san Gennaro.

Del resto, se è vero che tutti gli italiani condividono un patrimonio comune di superstizioni, da quella sul ferro di cavallo ai fantasmi, ce n’è una esportata inconfondibilmente in tutta la penisola proprio da Napoli. Si tratta della jettatura. Secondo l’eminente antropologo Alfonso M. Di Nola, per jettatura si deve intendere l’influenza nefasta esercitata da uomini — ma anche da oggetti e animali — su altri uomini, intenzionalmente o involontariamente. Il suo discredito è legato a un presunto potere speciale dell’occhio, capace di sprigionare un influsso distruttivo, ossia quel “gettare il male” da cui deriva il termine.

Le radici storiche del fenomeno sono remote, ma esso raggiunse il suo apice proprio nelle pestilenze medievali. D’altra parte, la medicina del tempo dipendeva strettamente dai farmaci di natura vegetale: ruta, rosmarino, cipolla, aceto, assenzio e oppiacei. I medici chimici, disprezzati da quelli di formazione filosofica, raccomandavano anche talismani contenenti arsenico, stagno e mercurio, perché il veleno doveva far uscire il morbo venefico in base al principio che “similia attrahunt” (i simili si attraggono).

Inoltre, stravaganti sostanze — quali limatura di zoccoli di cavallo, corallo, occhi e chele di granchio, olio di scorpione — erano utilizzati dai più poveri per un impiastro da applicarsi direttamente sul bubbone. I più facoltosi, invece, si servivano di fumiganti a base di rari e costosi composti di zolfo, salnitro, ambra, luppolo, pepe e incenso.

Morale: all’epoca del coronavirus coesistono modernità e Età di mezzo, scienza e credenze irrazionali. C’è chi riesuma vecchie teorie miasmatiche e chi ci richiama al pentimento e alla conversione impugnando il libro dell’Apocalisse. Nessuno rinuncia a dire la sua, neanche un filosofo oracolare come Giorgio Agamben che, sulla scorta della categoria schmittiana di “stato d’eccezione”, interpreta elementari misure di profilassi e i tentativi di contrastare la diffusione del contagio come “gravi limitazioni della libertà”.

Forse non ha del tutto torto Alex Broadbent, autore di una “Philosophy of epidemiology” (2013), a lamentare l’assenza di nozioni di epidemiologia nelle scuole per la formazione di una matura coscienza civica.

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