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Qual è la vera posta in gioco con il Recovery Fund

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merkel Von der Leyen recovery fund

Tutte le vere questioni in ballo nelle discussioni di queste ore sul Recovery Fund con la posizione riottosa dell’Olanda. L’intervento di Angela Lupo

Da aprile – in piena emergenza pandemica – si sono svolte ripetute riunioni del Consiglio europeo, presieduto da Charles Michel. Oggetto della discussione consiliare: approvazione del Recovery Fund, il piano di scialuppa per gli Stati membri dell’Ue. L’Olanda – Paese fondatore dell’Ue – continua ad opporsi.

Non c’è più tempo per attendere che qualcosa cambi, verrebbe da dire.

La pandemia non è stata solo emergenza temporale, ha costituito, per tutti i Paesi dell’Ue, un cambio di abitudini di vita della gente comune, un reinventarsi una storia, un fare fronte a qualcosa di invisibile e contagioso. Per questo bisogna cogliere l’attimo della pandemia in corso e migliorare (cambiando in meglio) il baricentro dell’Ue.

Cambiare, dunque, per “Fare bene in questo tempo”, il tempo della pandemia e del post pandemia.

Dopo Brexit e le ondate sovraniste degli ultimi anni, il patogeno sembrava avesse fatto rivivere i nuovi ideali dell’Unione europea, gli ideali che, da Ventotene in poi, hanno ispirato milioni di cittadini del Vecchio Continente. L’accelerazione normativa dell’Ue su determinati strumenti per porre rimedio all’emergenza pandemica (Sure, Next Generation Eu, gli aiuti della Bce, l’ipotesi Recovery Fund), avevano fatto sperare che il cambiamento fosse davvero in atto: che l’Ue cioè avesse aperto le braccia e fosse diventata Europa di Popoli uniti, Europa di persone e di orizzonti comuni.

L’incedere incalzante del primo ministro del’Olanda Rutte ha riportato alla realtà.

Non servirebbe a molto scomodare la Storia, ricordando gli antichi attriti tra Paesi Bassi e Spagna.

E’ il passato e, come ricordava Winston Churchill, “se il presente cerca di giudicare il passato, perderà il futuro”. E l’Ue farebbe bene a pensare al futuro. Farebbero bene i singoli Stati dell’Ue a guardare al futuro dell’Ue per migliorare l’assetto dell’Unione e per far crescere – qualunque formula giuridica si voglia concepire – l’Europa dei Popoli con cittadini che sappiano unire ingegno, volontà, conoscenza, nel segno dell’unica bandiera blu a dodici stelle.

Nel seminario organizzato da LEITFRAME – contenitore di cornici e azioni, soggetto giuridico in fieri – trattando il tema del cambiamento per l’Italia e l’Ue nel mondo post pandemia, la senatrice Roberta Pinotti, già ministro della Difesa, ha stigmatizzato l’attuale contesto storico con focus, nell’analizzare l’ante e il post pandemia, sul “ruolo centrale dell’UE da attuarsi attraverso un vero cambio di passo” di politica europea: per fare questo e farlo bene, occorre che l’Unione europea “prenda coraggio” e decida di “esserci” nella geografia mondiale. A far eco a questi moniti, il giornalista del Corriere della Sera Danilo Taino, intervenuto al seminario, è andato oltre con quel “non è necessario essere grandi” nell’attuale momento di caos mondiale. Gianni Bessi, consigliere della Regione Emilia Romagna e autore dei saggi “Gas naturale, l’energia di domani” e “House of Zar” ha invece sottolineato l’urgenza per l’Ue di creare le condizioni “per un valore aggiunto in sé”: l’Unione cioè che abbandoni la marginalità di una politica e di una geopolitica europea. Tutto questo conservando la centralità degli ideali che hanno sotteso alla nascita dell’Ue, ideali di pace in primis, ideali di condivisione tra Popoli, come ben individuato da Paolo Messa, direttore Relazioni Istituzionali Italia di Leonardo, intervenuto nel panel del Seminario LEITFRAME del 10 luglio 2020.

Ebbene, avendo riguardo al tempo di quest’emergenza pandemica, l’accelerazione di alcune dinamiche – inusitate fino ad ora – di condotta e di regolamentazione dei processi normativi dell’Ue (si pensi all’intera gamma di interventi dell’Ue in materia economica) ci fanno cogliere elementi di cambiamento nella compagine degli organi dell’Unione, con donne leader insieme a uomini leader, e ciò a prescindere dalle appartenenze politiche e di schieramento dei singoli Stati membri.

E’ forse giunto davvero il tempo di superare ogni forma di gap – gap di genere e gap sociale e/o politico – per ritrovarci uniti davanti alle questioni cruciali della vita di un Paese e di un continente?

Si potrà concepire un simile modello per ripensare anche la leadership mondiale, leadership politica ma anche economica e sociale? Si potrà concepire una comune cornice politica, economica e di sviluppo all’interno delle piccole cornici personali e interpersonali dell’Ue?

I ripensamenti e gli attacchi ripetuti, da parte dell’Olanda e di pochi altri Paesi dell’Ue, rendono per ora questo cammino europeo post pandemia quanto meno impervio.

Bisognerebbe avere un “cambio di passo”, abbracciando il possibile orizzonte comune europeo, che si tratti di Recovery Fund o altro, non importa. Ciò che serve davvero è misurare il futuro dell’Ue con le attuali forze in campo, le forze per un sì.

Per la prima volta l’Ue si trova davanti al bivio della Storia: si potrà salire su un treno che abbraccerà l’intera geografia europea, aiutando altri Paesi a salire a bordo per costruire e rafforzare l’attuale Unione; oppure si continuerà ad incedere per inerzia, senza un progetto di politica europea. Facendo leva, verrebbe da aggiungere, sui particolarismi dei sistemi geo-economici in atto già nel periodo ante pandemia.

Scommettere sull’Ue ha un valore simbolico, ma non solo.

Chi non vorrà più far parte dell’Ue, chi non vorrà più usufruire degli scambi economici che la moneta unica ha concesso, sino a questo momento, dovrebbe decidere di andar via, piuttosto che alimentare inutili perdite di tempo. E l’Ue dovrebbe piuttosto programmare l’ampliamento di Paesi che vogliono abbracciare la vita dell’Unione. Per fare tutto questo ci vuole coraggio. Il coraggio di vivere e sopravvivere. Il coraggio di sfidare il mondo della post pandemia, uniti da una vera politica europea e non da singoli interessi economici.

Il Recovery Fund è solo l’inizio di questo cambiamento per migliorare l’Ue e renderla centrale nella geografia dei Paesi del Mondo. L’Italia c’è in questo cambiamento, insieme ad altri Paesi dell’Ue.

E poiché anche i grandi imperi, come la Storia insegna, possono decadere, perché farsi trovare impreparati e sprovvisti davanti al futuro che la pandemia sta disegnando?

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