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Tutti gli scontri Uk-Ue sull’Irlanda del nord

Inflazione Regno Unito

Il punto di Daniele Meloni

 

Con una mossa ampiamente prevista Sir Jeffrey Donaldson, il leader del Democratic Unionist Party (principale partito unionista in Irlanda del Nord), ha annunciato che i suoi parlamentari non parteciperanno alla votazione per il nuovo speaker di Stormont – il Parlamento di Belfast – rendendo vano il tentativo di dare un nuovo governo all’Irlanda del Nord dopo le elezioni dello scorso 5 maggio.

Donaldson protesta contro l’applicazione del Protocollo Nordirlandese, esito delle negoziazioni tra Londra e Bruxelles sulla Brexit e che, a suo modo di vedere, metterebbe a rischio l’unità del Regno Unito, le fondamenta del processo di devoluzione, e il Belfast Agreement – meglio noto anche come Accordi del Venerdì Santo – del 1999. Il DUP ha già pagato elettoralmente un prezzo molto salato per non essere riuscito a bloccare il Protocollo, che prevede l’allineamento di Belfast alla normativa europea del Mercato Unico Europeo sulla circolazione delle merci. Inoltre, Donaldson sa che la frammentazione del voto in casa unionista ha portato alla vittoria del Sinn Fein alle elezioni, con la conseguente attribuzione del ruolo di First Minister a Michelle O’Neill secondo quanto previsto dal mandatory power-sharing partorito proprio dagli ormai celebri Accordi del Venerdì Santo. Uno scenario che in casa unionista si vuole fare di tutto per scongiurare.

Ieri è stata un’altra giornata febbrile di telefonate, dichiarazioni e comunicati tra UK ed UE sul tema del Protocollo. Non è un caso che oggi il Daily Express titoli che il Ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, sia pronta a ricorrere all’articolo 16 del documento per sospenderlo indefinitamente. Londra considera l’Internal Market del Regno Unito fondamentale per mantenere l’integrità economica e territoriale del paese e non vuole cedere ulteriormente. Lo stesso Premier, Boris Johnson, ha affermato da Stoke-On-Trent, dove si è riunito il Consiglio dei Ministri itinerante, che “la comunità unionista non accetta il Protocollo e sta pagando il prezzo della sua messa in pratica”. Questo mentre il Commissario europeo Sefcovic e tutta la Commissione invitano il governo britannico a smetterla di minacciare un’azione unilaterale che, ad avviso di Bruxelles, porterebbe a ritorsioni commerciali e potrebbe mettere a rischio l’unità dell’Occidente nella guerra in Ucraina.

In tutto ciò il Times ha riportato che si sta muovendo anche Washington, che poco gradirebbe l’attivismo dell’alleato storico in materia. La Casa Bianca è garante degli Accordi di Belfast e vuole mantenere questo ruolo. Per questo il Presidente Usa Joe Biden starebbe pensando di nominare un nuovo envoy per l’Irlanda del Nord sul modello del ruolo svolto dal Senatore Mitchell nell’Amministrazione Clinton negli anni ’90.

La questione nordirlandese ha dominato le trattative tra UK e UE sulla Brexit, anche se ai tempi del referendum del 2016 fu raramente menzionata dalle parti in causa. Boris Johnson è riuscito a mantenere un confine non visibile e a scongiurare il pericolo di hard border tra le due Irlanda nelle trattative per l’uscita del paese dall’Unione Europea, ma non ha evitato che questo fosse spostato nel Mare d’Irlanda e che la normativa europea si applicasse alle merci in transito da Belfast a Dublino. Da rilevare che l’attuale Primo Ministro si dimise dal governo di Theresa May in protesta contro il backstop – letteralmente “rete di protezione” – applicato all’Irlanda del Nord negli accordi raggiunti tra Downing Street britannica e la Commissione UE, e che manteneva Belfast nell’Unione Doganale Europea.

Sullo sfondo di questa crisi c’è l’esito delle elezioni a Belfast con i nazionalisti del Sinn Fein che sono avanzati leggermente (+1% rispetto all’ultima tornata) ma mettendosi in posizione tale da potere reclamare il ruolo di First Minister; con la comunità unionista divisa come non mai al suo interno tra un DUP in costante arretramento e un Ulster Unionist Party (UUP) che, guidato da Doug Beattie, ha attaccato il DUP per la debolezza sulla Brexit, ma si è anche rifiutato di partecipare alle manifestazioni anti-Protocollo; infine, con Alliance, il partito transconfessionale – o forse sarebbe meglio dire a-confessionale – che è risultato il vero vincitore delle elezioni, passando dal 9 al 13% e che ha sfondato soprattutto presso quella fascia crescente di popolazione che vuole mettersi alle spalle definitivamente i Troubles, o che, per questioni demografiche, non sa neppure cosa siano.

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