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Potrà davvero fare qualcosa (per l’Italia) Paolo Gentiloni a Bruxelles? L’analisi di Polillo

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Potrà fare qualcosa per l’Italia Gentiloni: uno dei “‘semplici’ commissari – come scrive Le Figaro – che avrà l’onere di valutare i bilanci nazionali”? Nell’immediato non molto. ecco perché. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Potrà fare qualcosa per l’Italia Paolo Gentiloni: uno dei “‘semplici’ commissari – come scrive Le Figaro – che avrà l’onere di valutare i bilanci nazionali, compreso quello del suo Paese”? Nell’immediato, non molto. Dovrà, infatti, vedersela, con il falco lettone Valdis Dombrovskis, promosso sul campo a vice presidente esecutivo, nella triade (con Margrethe Vestager e Frans Timmermans) che affiancherà Ursula von der Leyen nella gestione della Commissione. E non saranno rose e fiori. Forse con un pizzico di perfidia, la stessa neo-presidentessa ha voluto mettere l’accento sulla diversa impostazione culturale dei due personaggi chiamati al capezzale di “un’economia che marcia per gli uomini”. Definizione che ha suscitato, per il suo implicito barocchismo, più di una perplessità.

Se il breve periodo (leggi: la prossima legge di bilancio) è quanto mai incerto, qualche speranza in più la si potrebbe avere mano mano che la nuova legislatura si svilupperà. Cinque anni sono, al tempo stesso, un periodo troppo lungo e troppo corto. Troppo lungo per sciogliere quei nodi che strangolano l’economia italiana. Forse troppo breve per aprire, in Europa, una pagina nuova nella sua storia. Da qui la necessità di cominciare subito a dipanare la tela, sciogliendo i vari nodi, che finora hanno ritardato ogni proposito riformatore e fatto crescere nei popoli una preoccupante disaffezione. Non bastano, infatti, le processioni con lo sventolio della bandiera blu con le sue dodici stelle, se poi asimmetrie e divergenze accrescono i fossati tra le singole Nazioni, mortificando le relative popolazioni.

Da questo punto di vista, qualche piccolo passo in avanti è stato compiuto. Non per merito della lungimiranza dei vertici europei, escluso solo Mario Draghi, ma per le asprezze di un ciclo economico, ingovernabile con le vecchie politiche. La crisi non solo tedesca ne è la dimostrazione. Basterà? Il “patto di stabilità e crescita”, fino a ieri totem di una burocrazia senza cuore e con poco cervello, ha perso molte piume di un’antica certezza. Non tutti sono, ovviamente, d’accordo con questa interpretazione. E Valdis Dombrovskis è tra questi. Ma se anche un alieno per quanto riguarda i problemi economici, com’è Sergio Mattarella, si pronuncia a favore di una sua rivisitazione, significa che qualcosa, nel profondo, si è incrinato.

Difficile comunque ritenere che tutto ciò porterà ad una modifica dei relativi Trattati. Procedura complessa, con sacchi di sabbia negli ingranaggi decisionali. Meglio allora operare su terreno diverso. A partire da uno degli ultimi documenti della stessa Commissione: l’Alert Mechanism Report 2019. Nel relativo allegato statistico sono elencati tutti gli squilibri macroeconomici, che connotano la realtà complessiva dell’Europa. Ai quali sarebbe necessario far fronte. Dato, se non altro, che non esiste alcun Paese – uno che è uno – esente da colpa, avendo qualcosa di cui farsi perdonare.

Il male più comune, segnato in rosso nella relativa tabella, è il crollo degli investimenti esteri. Riflesso di un’Europa sempre meno attrattiva nel grande network internazionale. Fenomeno che dura ormai da tempo, e ne connota la crescente marginalità non solo rispetto agli Usa ed alla Cina. A sua volta riflesso di una specializzazione produttiva soprattutto concentrata nella old economy. Mentre il mondo del futuro sarà sempre più intelligenza artificiale e reti ultraveloci. In uno scenario che non si presta ad ottimismi, il piazzamento dell’Italia non è tra i più drammatici. Molto peggio di Germania, Belgio, Danimarca, Malta e Paesi Bassi. Ma meglio di Francia, Spagna e Portogallo. Il nord-est che tira, è comunque una garanzia, come si vede, del resto, dal risultato positivo della bilancia dei pagamenti: media del triennio terminato nel 2017 pari al 2,7 per cento, contro un deficit europeo del 4,6 (media non ponderata).

Impressionante il crollo intervenuto, in quasi tutti i Paesi, nella formazione del capitale. Con una perdita media del 20-25 per cento rispetto ai livelli del 2008. Fenomeno che preoccupa e legittima tutte quelle tesi che sollecitano, in modo alternativo o cumulativo, forme di golden rule (fuori gli investimenti dal Patto) o maggiori interventi comunitari, sulla falsariga, per la verità poco rassicurante, del Piano Juncker. Al fine di contrastare il formarsi di nuove retoriche, va però ricordato che per gli investimenti non basta la bacchetta magica. Quelli pubblici richiedono cambiamenti radicali nella loro gestione, altrimenti restano solo sulla carta, quelli privati, invece, condizioni di mercato al momento, per usare un eufemismo, piuttosto problematiche. Pensare, pertanto, che un rinnovato slancio programmatorio, comunque necessario, possa comportare anche un immediato beneficio di tipo congiunturale è solo una grande illusione.

Resta allora sullo sfondo il grande tema del lavoro. Per Grecia, Spagna, Francia, Ungheria, Italia, Cipro e Portogallo, si è in presenza, da tempo, di un tasso di disoccupazione eccessivo, che la Commissione qualifica come “squilibrio macroeconomico”. Esistono, pertanto, le condizioni per cercare di trovare una soluzione di carattere europeo. Forme di assicurazione contro la disoccupazione involontaria. Attenzione tuttavia: il fenomeno, almeno al momento, è circoscritto ai Paesi Med. Non sarà quindi facile convincere i “rigoristi”. Tanto più se si proporrà la paghetta di Stato (leggi reddito di cittadinanza) o il salario minimo garantito.

A Paolo Gentiloni non spetta, quindi, un compito semplice. Muoversi in terre incognite, come toccò fare a Mario Draghi, richiede qualità non comuni. Ci sarà sempre qualcuno a ricordargli che il debito pubblico italiano è pari al al 131,2 per cento del Pil (dato del 2017). Inferiore alla Grecia (176,1 per cento), ma, di gran lunga superiore al terzo debitore: il Portogallo con una percentuale più bassa (124,8 per cento). Ma con un tasso di crescita, negli ultimi anni, sempre migliore di quello italiano, che ne spiega il relativo contenimento. E forse indica una strada finora inesplorata.

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