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Venezuela, tutti i subbugli tra Maduro e Guaidó su petrolio e oro (e le tensioni fra Usa, Russia e Cina)

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Che cosa sta succedendo in Venezuela sul petrolio e non solo? Il Punto di Marco Orioles

Scaduto nella notte tra domenica e lunedì l’ultimatum formulato otto giorni prima dai big europei a Nicolás Maduro affinché convocasse nuove elezioni presidenziali, ieri una folta schiera di paesi del Vecchio Continente, preso atto della ostinazione del presidente del Venezuela, ha riconosciuto il suo avversario, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, come presidente ad interim, avallando così il suo colpo di mano del 23 gennaio.

Al riconoscimento di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, dei grandi cioè che la settimana scorsa avevano chiesto entro il termine perentorio di otto giorni la riapertura delle urne, si è aggiunto nel corso della giornata di ieri quello di Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia. Spicca l’assenza dell’Italia, il cui governo ha deciso di mantenere una linea di prudenza attirandosi così gli strali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per il quale il nostro paese – chiamato a decidere se stare dalla parte della democrazia o della dittatura – non può permettersi di rimanere in disparte. Un isolamento aggravato dal veto posto dall’esecutivo gialloverde alla dichiarazione comune dei 28 che, circolata ieri in bozza, avrebbe di fatto schierato l’Unione Europea al fianco di Guaidó.

A rompere il ghiaccio, di buon mattino, e ad annunciare per primo che l’Europa – da quella che conta alle seconde file –  sta con Guaidó e la sua richiesta di ripristino della legalità democratica, è  stato il premier spagnolo Pedro Sánchez. “Dato che siamo arrivati ad oggi e il regime di Maduro non ha fatto alcun passo verso” la convocazione di nuove elezioni, ha dichiarato il primo ministro durante una conferenza stampa al palazzo della Moncloa a Madrid, “il governo della Spagna annuncia che riconosce ufficialmente Guaidó, il presidente dell’Assemblea venezuelana, come presidente ad interim del Venezuela. (…) Guaidó deve convocare il prima possibile elezioni libere perché il popolo del Venezuela deve poter decidere del proprio futuro”. La Spagna, ha aggiunto Sánchez, appoggia il gruppo di contatto creato dall’Ue che si riunirà per la prima volta dopodomani con l’obiettivo di esplorare le vie di una soluzione pacifica alla crisi.

Alle parole di Sánchez è seguito il tweet del presidente francese Emmanuel Macron. “I venezuelani”, ha cinguettato alle 10:51 il capo dell’Eliseo, “hanno il diritto di esprimersi liberamente e democraticamente. La Francia riconosce @jguaido come “Presidente incaricato” per mettere in opera un processo elettorale. Sosteniamo il gruppo di contatto, creato con l’UE, in questo periodo transitorio”.

Anche Jeremy Hunt, il ministro degli Esteri inglese, si affida a Twitter per esprimere la posizione della Gran Bretagna: “Nicolás Maduro non ha indetto elezioni presidenziali entro il limite di 8 giorni che avevamo fissato. Quindi il Regno Unito, insieme agli alleati europei, riconosce Guaidó come presidente ad interim fino a quando non si potranno tenere elezioni credibili. Speriamo che questo ci porti più vicini alla fine della crisi umanitaria”.

Non è passato troppo tempo prima che si scatenasse la reazione della Russia, sostenitrice di Maduro insieme a Cina, Turchia, Cuba ed un altro pugno di regimi. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha denunciato fermamente quella che, agli occhi di Mosca, appare una inaccettabile “ingerenza” europea nelle vicende di un paese sovrano. “Il tentativo di legittimare l’usurpazione del potere”, ha tuonato Peskov riferendosi alla autoproclamazione di Guaidó, “lo reputiamo un’interferenza diretta e indiretta negli affari interni del Venezuela”. Parlando da Bishek, in Kirghizistan, dove era in visita, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha puntato il dito sull’Unione europea, “schierata in modo obbediente dietro gli Stati Uniti”. I quali, ha aggiunto Peskov, “non fanno mistero del fatto che vogliono ottenere un cambio di regime a qualunque costo”.

Parole che evidenziano come, dietro alla lotta per il potere a Caracas, si stia consumando uno scontro geopolitico globale dalle forme e dai toni non dissimili da quelli in auge ai tempi della Guerra Fredda. Una sfida che vede contrapporsi da un lato il campo guidato dagli Stati Uniti di Donald Trump, con la gran parte delle nazioni del gruppo di Lima e dell’Europa al rimorchio, e dall’altro i paesi clienti e i creditori del Venezuela capitanati da quella Russia e Cina che hanno continuato a fornire appoggio politico, diplomatico ed economico al regime di Maduro.

Oggetto del contendere, oltre agli equilibri politici del Venezuela, sono, anche le sue immense riserve petrolifere amministrate dalla compagnia nazionale Pdvsa. Come ha sottolineato Start Magazine, Guaidò ha annunciato che, una volta assunta la guida del Venezuela, cambierà il vertice di Pdvsa e provvederà ad istituire una nuova Agenzia nazionale degli Idrocarburi per gestire le gare per l’assegnazione delle licenze esplorative e produttive di gas naturale e greggio. Aggrappandosi a quello che è stato il suo bancomat, Nicolas Maduro ha invece, in tutta risposta, assunto nelle proprie mani il controllo del gruppo annunciando anche un nuovo piano di sviluppo con l’obiettivo di produrre entro il 2025 cinque milioni di barili al giorno.

Gli Stati Uniti sono entrati a gamba tesa in questa partita, varando la settimana scorsa delle sanzioni contro Pdvsa e la sua controllata in territorio statunitense Citgo. Attirandosi così l’ira di Maduro, che accusa l’America di volersi impossessare della raffineria che Pdvsa detiene in Texas. “Con questa mossa, stanno cercando di rubare Citgo al popolo venezuelano: stai attento, Venezuela!”, ha detto Maduro, che ha anche incaricato il presidente di Pdvsa, Manuel Quevedo, di adire le vie legali nei tribunali statunitensi per tutelare gli interessi venezuelani.

Intanto, però, Pdvsa galleggia su un mare di debiti e le sanzioni Usa fanno dubitare ulteriormente della sua capacità di rimborsarli. Preoccupa lo stato in cui versano le due controllate principali di Pdvsa, sulle quali pesa la parte maggiore del debito: Pdv Holding, cui fa capo la raffineria Citgo, e Cvp (Venezuelan Petroleum Corporation), che gestisce le joint venture con i gruppi petroliferi esteri come Eni.

Si tratta di capire ora – come scritto da Mf/Milano Finanza se le sanzioni “rallenteranno e ostacoleranno i già faticosi pagamenti dovuti alle compagnia petrolifere estere che operano nel Paese, come Eni e Repsol, che lavorano insieme nella joint venture paritetica Cardon IV, che sviluppa il giacimento a gas di Perla”. Non stiamo parlando di bruscolini: il conto maturato dalla joint venture nei confronti di Pdvsa è di oltre 1,4 miliardi di dollari.

In ballo, nella crisi, non ci sono però solo il greggio e il collegato flusso di denaro. Guaidò ha annunciato che comincerà a prendere il controllo dei beni del Venezuela all’estero. “D’ora in poi”, recita la nota diffusa via Twitter dal leader dell’opposizione, ”inizieremo la graduale e ordinata acquisizione dei beni della nostra Repubblica all’estero, per evitare che l’usurpatore e la sua banda cerchino di ‘raschiare il fondo del barile’”.

E che dire, poi, delle riserve auree del Venezuela, oggetto di mille speculazioni in questi giorni di fibrillazione? Diego Moya-Ocampos, analista politico di IHS Markit, ha dichiarato a CNBC che l’oro è di “assoluta” importanza per il regime “per tre ragioni: primo, l’oro può agire come cash per aiutare (il regime) a sopravvivere. Secondo, può aiutare a fornire sicurezza o protezione militare. E, terzo, può aiutare” Maduro e i suoi seguaci “a vivere, nascondersi e forse anche preparare un ritorno”.

Maduro ha cominciato a vendere l’oro delle riserve circa un anno fa, come ultima ratio di fronte all’emergenza economica, all’iperinflazione, alle sanzioni Usa e al collasso della produzione petrolifera. Adesso, però, il denaro risultante dalle cessioni di oro diventa per il regime una ragione di sopravvivenza politica.

Venerdì, la società di investimenti di Abu Dhabi Noor Capital ha dichiarato di aver comprato tre tonnellate di oro dalla banca centrale del Venezuela, attirandosi le critiche del senatore Usa e gran sostenitore di Guaidò, Marco Rubio, che ha ricordato a Noor capital le conseguenze cui può incorrere per un comportamento che ora è formalmente sanzionabile dagli Usa. Noor Capital ha fatto successivamente sapere che si asterrà nel futuro da ulteriori transazioni sospette.

Nei giorni scorsi è arrivata poi la denuncia di Guaidò secondo cui alcuni collaboratori di Maduro vogliono vendere parte delle riserve auree venezuelane stipate nella Bank of England. In una lettera indirizzata alla premier britannica Theresa May e al governatore della Bank of England Mark Carney, Guaidò ha chiesto di “fermare questa transazione illegittima (…) Se il denaro sarà trasferito… sarà usato dal regime illegittimo e cleptocratico di Nicolas Maduro per reprimere e brutalizzare il popolo venezuelano”.

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