Tra i ciottoli bianchi di Palazzo Taverna e il fumo di una teologia che sa di silicio, a Roma è sbarcato, con il piglio del profeta digitale e il portafoglio di chi decide le sorti della Casa Bianca, il co-fondatore di Palantir e PayPal. Peter Thiel, l’uomo che ha trasformato la sorveglianza di massa in un business da miliardi, si è presentato nella Capitale non per vendere software, ma per spiegare ai selezionatissimi invitati come si riconosce l’Anticristo tra una riga di codice e una bolla papale.
Con la sua venuta, però, si è consumata la frattura di un mondo cattolico smarrito tra la Messa in latino e la Silicon Valley, una comunità divisa tra chi sogna il ritorno al passato e chi teme la svendita del Vangelo al miglior offerente tecnologico.
IL PROFETA THIEL TRA KATECHON E SLIDE
Quattro giorni di clausura forzata – con smartphone rigorosamente sequestrati per evitare, come ha scritto Andrea Venanzoni su Il Giornale, “Watergate alla amatriciana” – hanno trasformato un ciclo di lezioni sulla Bibbia in un evento avvolto nel mistero. Come ha raccontato padre Antonio Spadaro nella sua newsletter su Substack, Thiel ha messo in piedi una sciarada teologica fondata su due pilastri greci: il katechon, la forza che frena l’irruzione del male, e l’eschaton, il traguardo finale della storia.
Per il magnate, il primo coincide con un “Paganesimo Cristiano” fatto di Messe tridentine e conservatorismo nazionale, mentre il secondo è un “Iper-Cristianesimo” alla Madre Teresa, colpevole di rinunciare al potere. Thiel ha sentenziato che la nostra epoca soffre di una stagnazione tecnologica che è l’anticamera del caos, riassumendo il tutto in un fulminante: “Volevamo le auto volanti, ci hanno dato 140 caratteri”.
Critica Spadaro: “Il paradosso fondamentale del pensiero di Thiel è che si presenta come discorso sulla fine dei tempi senza essere, in senso proprio, cristiano nel suo nucleo. In tutta la conferenza, l’apocalisse non funziona come categoria teologica — cioè come discorso su Dio e sulla salvezza — ma come categoria politica”-
IL SOGNO DI UN MEDIOEVO AL SILICIO
L’accoglienza più calorosa è arrivata dai cattolici “identitari” dell’Associazione Vincenzo Gioberti, convinti che per ritrovare l’unità spirituale perduta serva un mix di radici locali, modi di vivere dell’Ancien Régime e tecnologia all’avanguardia. Per questi paladini della tradizione, la fede non è solo preghiera, ma un “marchio di distinzione” da difendere con orgoglio.
In un’intervista a Radio1 Rai con Barbara Carfagna (che ha partecipato alle riunioni a porte chiuse con Thiel), Alberto Garzoni, presidente dell’associazione e artefice dell’evento, ha addirittura proposto l’idea di un “modello GPT cattolico”, un’intelligenza artificiale ispirata ai valori della tradizione per rispondere alle esigenze della proposta religiosa. In questa bolla ultra-tradizionalista, dove si celebrano Messe in latino “ad orientem”, Thiel è considerato un “visionario” capace di smascherare i manipolatori dell’opinione pubblica.
MARKETING DELL’APOCALISSE E ALTRE AMENITÀ TRIBALI
Dall’altra parte della barricata, Avvenire ha bollato l’intera operazione come una “pseudo-teologia” pericolosa e ingannevole. La critica principale del quotidiano dei vescovi riguarda lo stravolgimento della figura dell’Anticristo: per Thiel è una metafora politica per indicare chi frena l’innovazione, mentre per i teologi cattolici lo “spirito dell’Anticristo” è molto più semplicemente chi nega l’Incarnazione di Cristo. Accusano il magnate di usare il vocabolario cattolico in modo “tribale” e “volgare”, riducendo la fede a una “decorazione identitaria” o a uno “steccato contro il diverso”. Per questi osservatori, un cattolico autentico non può farsi sedurre da una gnosi che chiama “Anticristo” il Papa regnante solo perché pone limiti etici allo sviluppo dell’IA.
Garzoni ha risposto definendo i giornalisti “manipolatori dell’opinione pubblica” e rivendicando la scelta di Roma come snodo simbolico per i cattolici della Gen Z.
I CONSERVATORI COL MAL DI TESTA
Tuttavia, anche la destra cattolica più istituzionale ha manifestato un certo imbarazzo, cercando di distinguere la curiosità per l’ospite americano dalla condivisione del suo modello di “tecnodestra”. È il caso di Francesco Giubilei che, come osserva La Stampa, “tra le altre cose è direttore della Fondazione Alleanza Nazionale, presidente della Fondazione Tatarella, volto televisivo del melonismo e uomo che sul fronte ideologico e culturale cura le relazioni internazionali per il partito che vuole restare guida dei conservatori italiani”. Giubilei, infatti su X, ha scritto: “L’arrivo di Peter Thiel a Roma per una serie di conferenze è una notizia interessante ma proporre la tecnodestra americana come modello per il conservatorismo italiano e il cattolicesimo è tutt’altra cosa specie se lo fanno realtà che si richiamano a figure come Vincenzo Gioberti”.
Giubilei ha richiamato l’enciclica Rerum Novarum e criticato le derive “anarco-libertarie” che vorrebbero sostituire lo Stato con realtà tecnocratiche. Il timore è che l’influenza di questi oligarchi americani (vedi anche Elon Musk) possa disperdere il lavoro identitario fatto finora, proponendo un modello che ammicca troppo al transumanesimo e troppo poco alla centralità della persona umana. “Resta comunque un uomo molto vicino a Trump e Vance, e altri, Vannacci e Salvini, potrebbero avere meno remore ideologiche”, scrive La Stampa.







