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Perché la tregua commerciale non fermerà la guerra Usa-Cina su Huawei e Google. L’analisi di Gagliano

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Cina Usa

Che cosa emerge di rilevante dal discorso di Pompeo sul rapporto tra sicurezza nazionale e Silicon Valley. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Il discorso del segretario di Stato Pompeo del 13 gennaio sul rapporto tra la sicurezza nazionale e Silicon Valley è un discorso che non può né deve essere sottovalutato. Vediamo di individuare le principali considerazioni fatte da Pompeo sul rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti in relazione alla sicurezza nazionale.

In primo luogo il segretario ha confermato la disponibilità americana a cooperare con la Cina ma nello stesso tempo ha anche sottolineato le implicazioni di questa cooperazione in relazione alla sicurezza nazionale con un paese come la Cina controllato dal partito comunista cinese.

In secondo luogo, uno dei problemi sollevati da Pompeo, è il costante furto della proprietà intellettuale da parte della Cina, furto che rappresenta un gravissimo danno non solo per la singola azienda ma soprattutto per la tecnologia americana e quindi per l’economia nel suo complesso. In questo contesto il ruolo del Ministero della Sicurezza cinese svolge un ruolo fondamentale come hanno dimostrato le indagini sia dell’Fbi che quelle della Cia.

Tutto ciò non deve destare sorpresa se si analizza con la necessaria lucidità e con il dovuto realismo la ratio strategica posta in essere dalla Cina.

Infatti, sotto Xi Jinping, il Pcc ha dato la priorità ad una sorta di fusione militare-civile secondo la quale le aziende e i ricercatori cinesi devono – a pena di legge – condividere la tecnologia con l’esercito cinese.

L’obiettivo è garantire che l’Esercito popolare di liberazione abbia il dominio militare. E infatti la missione principale del PLA è di consolidare il potere del Partito Comunista Cinese.

Proprio per questo il monito del generale Dunford, ex presidente del Joint Chiefs of Staff, secondo il quale il lavoro che Google sta facendo in Cina va a vantaggio – seppure indirettamente – dei militari cinesi, deve essere considerato con attenzione.

In terzo luogo il segretario di Stato ha sottolineato la necessità, sempre sotto il profilo della sicurezza nazionale, che la tecnologia americana non incrementi lo stato di sorveglianza orwelliano creato dal partito comunista cinese.

Di conseguenza gli accordi commerciali firmati con la Cina da Trump non costituiscono una contraddizione rispetto a questo quadro delineato dal segretario di Stato ma al contrario sono la dimostrazione di un approccio flessibile attuato dagli Stati Uniti in relazione alla Cina.

Siglare accordi commerciali non significa infatti ridurre l’attenzione nei confronti di quelle tecnologie esportate in Cina che potrebbero avere un uso militare. Proprio per questa ragione gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente l’esportazione della tecnologia nucleare anche per scopi che apparentemente sembrerebbero pacifici.

In quarto luogo le agenzie governative americane stanno cercando di porre in essere strumenti tecnologici adeguati per impedire che i militari cinesi possano usare le innovazioni tecnologiche contro gli stessi americani.

Proprio per questo gli Usa stanno da tempo mettendo in guardia gli alleati sui reali rischi per la sicurezza e la privacy legati a Huawei e in particolar modo alla rete 5G.

In conclusione, al di là dei problemi legati alla sicurezza nazionale — problematiche queste assolutamente legittime considerando la capacità di penetrazione dello spionaggio cinese in Europa e negli Stati Uniti e la pericolosità più volte sottolineata del soft power cinese — non c’è dubbio alcuno che la guerra economica a livello globale con la Cina per il primato delle tecnologie prosegua in modo incessante e non conosca al momento attuale alcuna tregua.

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