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Usa e Nato contro Huawei in Italia sul 5G. Le ultime novità

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Fatti e rumors sul forcing americano e della Nato su istituzioni e aziende di tlc attive in Italia contro Huawei

 

Forcing americano e della Nato su istituzioni e aziende di tlc attive in Italia contro Huawei sulla scia della relazione del Copasir di stampo trumpiano.

Si intensificano in questi giorni le azioni di moral suasion di natura diplomatica e di Intelligence sul dossier Huawei in Italia facendo leva anche sul documento votato all’unanimità dal Comitato parlamentare sulla sicurezza nazionale (anche se M5S e Pd sono divisi sul tema, come svelato da Start).

Una relazione che è stata contestata così dal numero uno in Italia del colosso cinese: “Chiediamo di essere riascoltati dal Copasir anche perché evidentemente non siamo riusciti ad argomentare a sufficienza le nostre ragioni – ha detto la scorsa settimana Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia, in un’intervista al Sole 24 Ore – Il Governo cinese non ha alcuna influenza sulle attività internazionali di Huawei e non ha il diritto o il potere di imporre comportamenti scorretti. In più, se guardiamo all’Italia, confinare la sicurezza nazionale a una parte della rete, il 5G, non risolve il problema. Le reti sono un fattore abilitante , ma il motore della trasformazione sono le applicazioni Ict, l’intelligenza artificiale, il cloud computing, i big data. Tutti servizi esterni alla rete e sviluppati da industrie verticali”.

Ma Nato, ambasciata americana a Roma e Servizi italiani non sono di questo avviso, anzi.

Secondo le indiscrezioni di Start che circolano nel Nord Est, un punto di attenzione rilevante è quello delle reazioni delle autorità militari e politiche Usa alla constatazione che a breve le loro 27 fra basi e installazioni situate in Triveneto (Aviano, Camp Ederle ecc) “inizieranno ad essere gradualmente coperte dal segnale radiomobile Tim (2/3/4/5G) servito da BTS Huawei, a seguito del progressivo swap dei circa 3000 siti esistenti”, spiega un tecnico del settore.

Ha scritto nelle scorse settimana La Stampa: “Consegnare ai cinesi il controllo del 5G metterebbe a rischio la sicurezza delle comunicazioni dell’Alleanza e di infrastrutture strategiche”. E questo porterebbe, conseguentemente, all’esclusione dell’Italia dai processi legati, soprattutto, all’Intelligence.

Per gli Usa, affidarsi ad Huawei significherebbe mettere anche a rischio la Nato e le comunicazioni, Usa-Italia, potrebbero addirittura interrompersi, ha aggiunto il quotidiano diretto da Maurizio Molinari: “Noi pensiamo che se l’Italia si affidasse ad Huawei commetterebbe un grave errore, che minerebbe la vostra sicurezza e quella della Nato. Se l’Alleanza, a causa dei suoi Stati membri, non avesse un sistema di comunicazioni affidabile in tempi di conflitto, come potrebbe svolgere la sua missione di proteggere la sicurezza dei cittadini? Se l’interruttore fosse localizzato a Pechino, mettendola in condizione di spegnere a piacimento il sistema delle telecomunicazioni europee, ciò diventerebbe una minaccia non solo per la sicurezza dell’Italia, ma dell’intera Nato”, ha tuonato lo scorso ottobre un funzionario americano al giornalista Paolo Mastrolilli del quotidiano La Stampa: “Un sistema 5 G basato su fornitori non affidabili come Huawei o Zte metterebbe a rischio la sicurezza delle informazioni che ci scambiamo, ed è qualcosa che dovremmo decidere come gestire. Non pensiamo si arriverà a questo punto, ma è chiaramente un rischio”, ha aggiunto il funzionario Usa.

A lanciare l’allarme sul rischio sicurezza Nato è stato per primo in Italia il report realizzato dal giornalista di Formiche Francesco Bechis e dall’analista Rebecca Mieli per il centro studi Machiavelli. fondato dal leghista Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Esteri nel governo Conte 1. “Non sono da sottovalutare le remore statunitensi circa il traffico di dati sensibili che si ritroverebbero a viaggiare su una rete internet di progettazione cinese. Nei Paesi Nato (soprattutto Italia e Germania) queste preoccupazioni si accentuano a causa della presenza di basi militari e statunitensi e dell’Alleanza. Comunicazioni riguardanti informazioni militari o di intelligence potrebbero essere messe a rischio da una rete vulnerabile, un rischio che gli Stati Uniti (soprattutto secondo quanto dichiarato dal segretario di Stato Mike Pompeo) non sono intenzionati a correre e che si potrebbe tradurre nell’interruzione dei rapporti informativi tra funzionari militari e di intelligence”, si leggeva nel report.

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