Al di là delle diversità riguardanti l’oggetto del referendum – quello del 22 e 23 marzo sulla magistratura – la fenomenologia politica degli schieramenti in campo ricorda un importante precedente. Il 9 ed il 10 giugno del 1985 si era tenuto, in Italia, il referendum sulla scala mobile, promosso dal PCI per abrogare il taglio di tre punti di contingenza sui salari, deciso dal governo Craxi nel 1984. Il referendum si era svolto a distanza di un anno dal varo da quel decreto che, durante la notte di San Valentino, aveva portato ad una modifica del vecchio meccanismo della scala mobile.
Un lungo anno in cui le cupe previsioni berlingueriane circa il presunto salasso dei lavoratori si erano dimostrate inconsistenti. Nel merito, infatti, la realtà aveva dimostrato che il ragionamento di Ezio Tarantelli (ucciso dalle BR, solo un paio di mesi prima l’apertura delle urne) si era dimostrato vincente. La copertura dei salari rispetto all’inflazione era leggermente diminuita. Ma questo giocare d’anticipo, aveva raffreddato le aspettative, comprimendo in misura maggiore l’andamento dei prezzi.
Nel sostenere le ragioni a favore dell’abrogazione del decreto, il PCI aveva condotto una battaglia in solitaria. A favore della norma, erano infatti tutte le forze politiche, esclusa la sinistra massimalista. La spaccatura all’interno dei sindacati aveva portato all’isolamento della componente comunista della CGIL, mentre CISL e UIL avevano fatto campagna a favore del NO. La stessa pattuglia riformista, in seno al PCI, pur non avendo avuto il coraggio di una battaglia a viso aperto, di fatto, aveva spinto per l’astensione se non addirittura per il NO.
La sconfitta di Enrico Berlinguer, tra i principali sostenitori dell’avventura referendaria, fu dovuta in larga misura al carattere strumentale di quell’iniziativa. I comitati del SI (favorevoli all’abrogazione) prescindevano, infatti dal merito della questione, ma volevano utilizzare il referendum come una clava, per dare addosso all’odiato Bettino e mettere definitivamente all’angolo i socialisti: colpevoli per non aver accettato quell’egemonia politica che, secondo il pensiero di Botteghe Oscure, faceva parte dell’ordine naturale delle cose.
Quando Goffredo Bettini, maître à penser del partito di Elly Schlein, invita tutti a votare per il NO alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, si muove sulla stessa lunghezza d’onda. “Il voto – infatti ha affermato – non è sulla riforma Nordio, ma contro Meloni”. Ancora una volta, quindi, si prescinde dal merito della questione. Riproponendo la logica del 1985, ma con ulteriori aggravanti.
La riforma Nordio si muove infatti nel solo dell’articolo 111 della Costituzione, al quale cerca di dare attuazione, distinguendo nettamente le “funzioni” del magistrato. Ai fini del “giusto processo” la funzione inquirente (indagine sui reati e proposte sanzionatorie) va nettamente separata da quella giudicante (i giudici che decidono) dopo il contraddittorio tra accusa e difesa. Trattandosi di funzioni diverse è anche giusto che le carriere siano diverse. Questa la logica profonda delle modifiche introdotte, destinata poi a trascinare tutto il resto, come la riforma del CSM o la responsabilità del magistrato.
Nel 1985, si trattava solo di andare contro i socialisti. Oggi, invece, la sinistra è costretta a rinnegare pezzi importanti della propria storia più recente. La legge costituzionale n. 2 del 1999, che aveva introdotto in Italia il “giusto processo” e modificato il vecchio articolo 111 della Costituzione, era nata da un’idea di Giuliano Vassalli, insigne giurista socialista, ma poi era stata fatta propria dal gruppo dirigente post-comunista. Al punto che quelle modifiche furono innanzitutto proposte nella Bicamerale di Massimo D’Alema e poi trasformate nello specifico disegno di legge, che fu approvato con lo stesso D’Alema, Presidente del Consiglio e Oliviero Diliberto, comunista puro e duro (rito cossuttiano), guardasigilli.
Circostanza quest’ultima che spiega perché, oggi, gli stessi riformisti del PD, unitamente al gruppo di giuristi ch’erano stati tra i protagonisti di quella stagione riformatrice, – da Cesare Salvi ad Augusto Barbera – voteranno SI, al referendum. E lo faranno, a differenza del passato, dichiarando pubblicamente le loro intenzioni. Rompendo quel sistema di intimidazione che, nel 1985, quando era d’obbligo la caccia ai socialisti, aveva impedito ai tanti riformisti di partecipare, in modo aperto, alla campagna referendaria.
Resta solo da chiarire un ultimo punto. Se lo scopo del referendum è quello dichiarato da Bettini, perché la maggioranza dei magistrati dovrebbe farsi strumentalizzare in una battaglia politica che ha poco a che vedere con i problemi interni legati all’Istituzione? Rispetto alle cui soluzioni, si può ovviamente assentire o dissentire. Ma senza farsi rappresentare da chi persegue obiettivi ben diversi. Che poco hanno a che vedere con il merito della questione.
Va da sé che qualsiasi ipotesi di riforma degli apparati pubblici può comportare con sé un malcontento: piccolo o grande che sia. Ma qui stiamo parlando di una struttura apicale dell’organizzazione dello Stato. I cui membri fanno parte di quell’“ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104, comma 1) di cui parla la nostra Costituzione. Il che dovrebbe far da argine a tendenze puramente corporative. Motivo per cui la ragion politica non dovrebbe avere alcun appeal, se non in quelle “minorités agissantes” di cui parlava, negli anni della contestazione giovanile, Cohn-Bendit, uno dei leader del maggio francese. Ieri, gli anni della grande utopia. Oggi, solo un triste e patetico Amarcord.







