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Vi racconto che cosa (non) ho potuto fare nel governo e in Europa. Firmato: Paolo Savona

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Pubblichiamo un estratto dell’audizione tenuta il 25 settembre in Parlamento dal ministro degli Affari europei, Paolo Savona, nominato oggi dal consiglio dei ministri presidente della Consob, sulle prospettive dell’Ue

 

Spero che non vi attendiate che io risponda alle centinaia di problemi aperti, anche perché mi sembra opportuno ribadire la mia collocazione, sia personale sia nel Governo. Penso che si possa partire dai quesiti sollevati dall’onorevole Rossello. Lei ha parlato di competenza del ministero e ha detto «dato che lei è competente».

Io penso che vi sia chiaro che c’è un problema irrisolto, che, per pazienza, non considero urgente come tutti gli altri e che è dovuto al fatto che il ministero non esiste, ma esiste un dipartimento di Palazzo Chigi che dipende per tutti gli atti dal Segretario generale.

Questa era la collocazione naturale e importante all’inizio finché questo non è diventato un problema molto grosso per l’invasività della presenza europea, come dimostra l’ultima richiesta di approvazione delle direttive, per cui io mi auguro che i capi di Stato e di Governo – e ho invitato anche il mio – non passino tutte le direttive senza vederle. Questo poi succede: si parla dei grandi problemi e le direttive sono negoziate attentamente dal trilogo, dal Parlamento eccetera.

Poi, la gestione di questa problematica molto ampia è grosso modo rimasta con le vecchie strutture. Il sottosegretario, nel tempo, viene sostituito da un Ministro, però a un certo punto le sue responsabilità, alle quali lei si appella, non corrispondono ai suoi poteri e, quando – le mie esperienze insegnano – le responsabilità sono distinte dai poteri, il sistema non funziona e, prima o dopo, lo paghiamo.

Per esempio, di Africa e Balcani si interessa il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il quale presenta, nella struttura interna, la Direzione generale per l’Unione europea, che ha una struttura amministrativa di risorse più potente del dipartimento, quindi evidentemente c’è un problema di specializzazione.

Al Ministro dell’economia e delle finanze, che si interessa in particolare dei problemi economici dell’Europa, sono state aggiunte, tra le mie competenze, quelle sull’Eurogruppo, che è una parte interna del totale. Allora, queste cose finora funzionano perché, come voi potete accertare, io mi fido dei miei colleghi e cerchiamo, finché è possibile, di mantenere un’unità di indirizzo. Tuttavia, qualora questa unità di indirizzo non viene mantenuta, io sto zitto per stile di vita e per coesione nell’ambito del Governo e c’è sempre la possibilità di ritrovare una discussione.

Ho scelto la specializzazione dei problemi di fondo che, in genere, durante le Commissioni ormai plurimensili, non si trattano, quindi c’è una parte che io considero molto importante. Si tratta della riapertura di un esame sull’architettura istituzionale europea, cioè sullo statuto della Banca centrale europea, sulla politica fiscale e su altri problemi connessi, che non è curata day by day dall’Europa, anzi è respinta, anche perché il tentativo è « non discutiamo », ma io mi impegno per discuterla, quindi sto svolgendo quest’attività.

Come – e lo dico a Pittella, ma anche agli altri – si svolge quest’attività? Io sono un Ministro tecnico e non posso mettere sul tavolo i milioni di voti necessari per far contare le proprie idee, che sono tipiche della democrazia, ma mi piace sentirvi e cerco di registrare tutto, anche se poi ne vedo alcune in prima persona e altre con i miei colleghi, che tempesto di lettere ed altro, dicendo « guarda che devi chiedere questo » o « vai tu ? » o « no, vado io » o « vai tu perché tu sei competente del bilancio, però, se parlate dell’euro, per favore tieni in considerazione ciò che io scrivo » oppure sollevando obiezioni, anche perché, nella formazione di questo documento, io ho avvertito sempre tutti e questo è un punto molto preciso.

C’è un problema di ridare unicità – e spero che, prima o dopo, il Parlamento ne venga investito – all’azione in ambito europeo perché l’Europa è diventata una grossissima realtà, per la quale ho usato il termine « invasiva », di tutta la nostra attività, con i mille problemi. Lei ha citato Africa e Balcani, per cui – mi sembra che abbia citato queste due aree – le dico che, se solo Moavero dovesse dedicarsi a questi problemi, non avrebbe un minuto di tempo per dedicarsi all’Europa, quindi teniamolo presente.

Per la politica economica, come tecnico cerco di trovare le soluzioni che mi chiede la politica e cerco di stare quanto più fuori perché, altrimenti, non svolgerei un’attività razionale per trovare soluzioni razionali ai problemi che ti pone la politica, cioè, se a un certo punto mi viene posto il problema « tu devi stare in Europa », io devo individuare come stare in Europa e non mi devo mettere a fare altro, anche perché, se voglio far politica sullo stare o uscire, io chiedo il voto, entro tra le vostre file e faccio le mie battaglie.

Questo è lo spirito che mi anima. Ora, perché mi serve partire da questa sua posizione e da questo chiarimento, al quale – lo ripeto – non pongo urgenza perché il Paese ha problemi un po’ più urgenti delle mie responsabilità e dei miei poteri ? Si tratta di qualcosa che ovviamente posso solo porre e questa è la prima volta che pongo in un consesso pubblico e in Parlamento – lo dico perché sto nel Parlamento – questo problema. Riguardo alle altre cose, io le tengo all’interno. Il presidente lo sa e i miei colleghi lo sanno e direi che, da questo punto di vista, finora non sono nati conflitti. Prendiamo il quadro generale del bilancio pluriennale dell’Europa. Uno è il 10 per cento del PIL europeo e qualcuno l’ha citato.

Io so benissimo che negli Stati Uniti – e lo uso anche come argomento con i miei colleghi – fanno attività di redistribuzione del reddito interterritoriale molto elevata da questo punto di vista. In Europa – ne ho parlato con Oettinger anch’io – è inutile che a un certo punto una coperta corta, come quella dell’1,20 per cento, venga tirata da una parte e dall’altra, con argomenti che irritano il popolo, al quale dobbiamo anche spiegarlo perché gli dobbiamo dire « abbiamo bisogno di più soldi per la Difesa, anche perché ce lo chiede la NATO, e di più soldi per l’immigrazione e li togliamo dall’agricoltura e dalla politica di coesione ». Attenzione, si usa l’espressione « li togliamo », ma la realtà è che con i parametri noi avremmo dovuto avere di più e ci fanno avere meno di quel di più.

Lo dico perché c’è anche questo tipo di cose. Noi contavamo per la politica di coesione sul 18 per cento in più o forse sbaglio le percentuali. Su una delle due, ma non so se sulla politica di coesione, secondo i parametri dovevamo prendere il 18 per cento. Ci modificano i parametri e piglieremo il 12 per cento, quindi ci tolgono il 6 per cento e questa è una delle battaglie. Il discorso fondamentale è che la coperta è corta e, se la tiriamo da una parte o dall’altra, dobbiamo essere capaci di spiegare agli elettori europei i motivi per cui essi vanno fatti perché, altrimenti, questo diventa motivo di scontro ulteriore. Può darsi anche che non si debba toccare da una parte e dall’altra, ma qui viene il problema sollevato delle risorse autonome e dei modi, che risponde anche ad altri quesiti che mi sono stati rivolti, compreso quello da parte di Pittella.

Il problema di fondo – sul quale personalmente insisto, ma naturalmente tutto è legato al fatto che andiamo in Europa a chiedere altre cose; me lo disse Carli: « io devo chiedere la convergenza e non potevo chiedere la modifica dei parametri perché, quando tu, in una trattativa, chiedi una cosa a venti persone e te la danno, tu non puoi chiedere più niente » – , il discorso di fondo è che la mia posizione è: prima di dare potere impositivo, io gradirei sapere come verranno usate queste risorse. Questa è la mia personale posizione, che può non essere compresa perché si potrebbe dire « se tu poni questo problema, non riusciremmo a ottenere di più per le politiche di coesione, che sono molto importanti».

Questi hanno ragione, quindi bisogna mantenere un equilibrio. Allora, vediamo nella trattativa se riusciamo a ottenere più per la politica di coesione per capire se uno può attenuare o spostare, a livello del mio documento, il discorso dell’uso delle risorse e di quale politica fiscale. Ho fatto l’esempio dell’immigrazione che è il più caldo e forse il più contestabile, dicendo « attenzione, o tu mi dai più risorse o io devo bloccare perché non ho le risorse sufficienti per integrare queste persone », oppure l’esempio del lodo a Salisburgo offerto dal Presidente Conte, il quale dice « chi non vuole accettare la quota delle persone che devono entrare nel suo Paese paghi all’Italia».

Questo è un punto su cui si può non essere d’accordo, ma è una proposta che è sempre legata alla politica fiscale: tu mi devi pagare, se non accetti la quota parte che era, direi per certi versi, parte dell’accordo di Dublino. Nelle trattative c’è sempre un compromesso da fare, cioè, se a un certo punto mi interpellano e mi dicono « ma tu prenderesti questo o quell’altro?», io faccio una valutazione in termini di costi-benefici per capire qual è più conveniente per il bene del Paese e lo suggerisco, ma i miei giudizi non sono verità e sono contestabili. Questo è un punto che io ripeto sempre ai miei colleghi: visto che noi siamo ministri tecnici, vogliamo mantenerci, da buoni ministri tecnici, il beneficio del dubbio?

Ci viene il dubbio che non stiamo trattando verità, quindi dobbiamo essere sempre pronti ad ascoltare ciò che la politica ci dice e fare tutto il possibile, naturalmente, per dare una risposta compatibilmente, che è quello che sta succedendo in questi giorni nella formazione del prossimo bilancio. Avviene – e lo ripeto, nonostante ciò che scrivono i giornali – che l’armonia che io ho trovato all’interno è decisamente più elevata di quanto mi aspettassi. Pensavo che a un certo punto lo scambio fosse più aggressivo, per dirne una. Sui singoli problemi, io penso che parte delle risposte vengano dal documento, però voglio trattare un altro aspetto importante. Il giorno dopo che ho mandato (sempre aspettando) i documenti, oltre che a tutti i miei colleghi, commettendo un errore per il quale mi sono scusato con Licheri, sono andato a un incontro con tutti gli ambasciatori in Italia dei Paesi dell’Unione europea ospiti dell’Austria, che, come voi sapete, ha la presidenza europea.

Tra parentesi, i sovranismi di cui parliamo e gli equilibri per i quali mi avete detto « che cosa intende lei per problemi riguardanti le prossime elezioni? » sono uno diverso dall’altro: il sovranismo austriaco è diverso dal sovranismo francese, che è diverso dal sovranismo tedesco, che è diverso dal nostro sovranismo. Qual è, quindi, la mia preoccupazione? La mia preoccupazione è che nessuno ha mai discusso sul futuro di un’Europa di cui abbiamo bisogno per i motivi che vi ho detto: un’economia aperta. Il nostro sviluppo è basato sulle esportazioni, ma anche sulle costruzioni, anche se questo è un altro problema che non avete toccato e che io tocco ed è legato agli investimenti.

L’economia italiana ha due motori e non uno. Ne abbiamo spento uno e l’aereo non vola. Tutto regge attraverso le capacità esportatrici, che addirittura poi non hanno effetti di moltiplicazione perché ci sono 50 miliardi circa di euro inutilizzati ogni anno che vanno all’estero a finanziare gli altri, come accade in tutta l’Europa. L’Europa ha un surplus di bilancio dei pagamenti correnti che è superiore al deficit degli Stati Uniti, quindi gli Stati Uniti si sviluppano e l’Europa non si sviluppa a sufficienza.

Ragazzi, non c’è una scienza esatta economica che ti dice il perché, però qualcosa del genere ci deve essere. Si tratta di un qualcosa che non può funzionare se, a un certo punto, la Germania ha il doppio del surplus della Cina. Si dice «stai criticando e stai parlando male della Germania». No, sto dicendo che le regole del gioco devono essere tali che chi sta in surplus deve spendere di più e aiutare le altre ad aggiustarsi. Tra questi, guarda caso, da un paio d’anni c’è l’Italia, il che vuol dire che il meccanismo non funziona. Questo io vi sto dicendo e ve lo sto dicendo da tecnico, con i politici, quindi state attenti a chiedere le cose corrette. Suggerisco qual è la cosa che dovete cor- reggere: ti chiedo di spendere 16 miliardi in più (l’1 per cento del PIL circa) sui 50 di risparmio e mi si dice « ma quelli sono già andati all’estero ». Quelli sono già andati all’estero perché non facciamo gli investimenti. Le cose, quindi, si reggono le une con le altre. Questo è il ruolo di un tecnico, come io lo interpreto.

Come vi ho detto, il giorno successivo ho incontrato i 35 ambasciatori. Abbiamo avuto una discussione molto interessante e devo dire che mi hanno rivolto tutta una serie di quesiti, quasi tutti incentrati, alla fine della storia, su «ma lei cosa si attende?», «Discutere con voi perché voglio sapere come la pensate» e «perché voi siete in grado di sapere esattamente come la pensa la Romania, la Lituania o l’Olanda sui vari temi che ho sollevato?». Non lo sappiamo e sappiamo solo che loro dicono «noi non vogliamo pagare i debiti dell’Italia».

Allora, siccome io non sollevo i problemi, ma indico soluzioni, quella che avete ricordato è la soluzione che io ho indicato. In precedenza, già nel 1993, quando ho fatto il Ministro dell’industria con Ciampi, avevo indicato: mettiamo tutti gli immobili e le ricchezze che abbiamo in un fondo comune e lo presentiamo a garanzia, quindi emettiamo i titoli del debito pubblico a tasso zero. Questa era la proposta ed era possibile farlo a tasso zero con una scadenza, garantendogli il rimborso. Sbaglio: non era a tasso zero, ma uguale al tasso dell’inflazione, cioè gli restituivamo il capitale reale. Ciampi reagì e mi convinse, sempre per il principio che alla fine era lui che doveva comandare e non io: altro punto molto buono insegnato in Banca d’Italia.

Le discussioni che avevamo con Guido Carli sui temi di politica monetaria e fiscale erano durissime. Infatti, quando sono stato porta a porta con lui in Confindustria, gli ho chiesto: «ma lei come ci sopportava?». E lui mi ha risposto: « voi facevate da sparring partner, da allenatori, e mi allenavate al dibattito che io avrei incontrato all’esterno». C’era un principio fondamentale che si discuteva per una o due ore. Alla fine della storia, il governatore decideva cosa fare e noi rispettavamo le sue decisioni. Questo è un altro punto fondamentale nel quale io credo e al quale oggi io continuo ad attenermi. Questi ambasciatori hanno già avvertito tutti i loro Governi. In particolare – ero ospite – l’ambasciatore austriaco ha avvertito il suo Governo riguardo al Governo italiano. Lo dico perché io parlavo autorizzato da Conte a nome del Governo italiano, ma prima aveva avuto l’incontro con Salvini, Di Maio e Moavero ed era stato avvertito il Presidente della Repubblica, quindi non è che a un certo punto mi sia mosso disordinatamente.

Ora, se un errore ho fatto, per il quale rinnovo le scuse a Licheri e anche a tutti voi, è quello di non avere inoltrato direttamente il documento. In questo caso, mi si ripeteva « per ignoranza » perché pare che anche oggi ci sia stato il discorso « tu non hai inoltrato ufficialmente il tuo documento al Parlamento». Ho detto: «Oddio, io non lo sapevo e nessuno me l’ha detto perché, se qualcuno me l’avesse detto, avrei fatto l’inoltro ufficiale». L’ho messo nel sito ufficiale del ministero, quindi davo per scontato che esso fosse stato già reso pubblico. Ho detto all’ambasciatore austriaco, per- sona assolutamente cortese e perbene, come tutti gli altri peraltro, e veramente non lo dico per complimento, di avvertire il suo Governo che noi ci attendiamo che alla fine venga messa all’ordine del giorno, ma non mi accontento solo di questo perché già sono in contatto con i rumeni, che hanno la presidenza l’anno prossimo nel periodo più caldo dell’Europa, il periodo elettorale, dicendo «se non riesco a farlo mettere all’ordine del giorno, prendetevelo voi l’impegno».

Immediatamente devo andare a Bucarest e devo muovermi per cercare di accreditare questa mia proposta. Questo io posso fare. Come ho detto, il problema non è, bene o male, sull’esistenza del documento, che mi è stata confermata anche dalla segreteria di Juncker, è stato detto «ha ricevuto il documento e lo sta leggendo – questo è il punto fondamentale – o qualcuno lo sta leggendo». Sul fatto che i miei sono argomenti validi, voi per certi versi mi avete dimostrato che non saremmo d’accordo su alcune cose, ma tutti voi, ovunque siate e ovunque operiate, avete la sensazione che questa Europa non funziona bene.

Non c’è, quindi, per certi versi – mi permetto – un’unica inottemperanza. Fazzolari ha parlato di fallimento di un’Europa e questo è un giudizio suo, che rispetto. Io, invece, se fossi certo che l’Europa è fallita, allora non farei niente. Io sono convinto che, invece, dell’Europa abbiamo ancora necessità, quindi per certi versi dobbiamo fare tutto ciò che è possibile. Infatti, nella sua esposizione, Fazzolari, lei lo dice: « ho bisogno di una accelerazione nel processo decisionale perché i tempi nelle mie valutazioni sono stretti ». Anche in questo caso posso sbagliarmi, ma non sono certo io a dire: attenzione alle elezioni europee per i diversi sovranismi o le diverse insoddisfazioni. C’è gente che è contro e insoddisfatta e non è sovranista, ma è contraria. Per una serie di circostanze può esservi tra loro un incontro e la situazione dal lato europeo ci sfugge dalle mani. Siamo preparati ad affrontare una situazione del genere? Io mi darò da fare per ogni genere di preparazione da questo punto di vista, quindi il discorso delle alleanze – e risponde a Occhionero – si formerà cammin facendo.

Questo è il punto: le alleanze verranno perché, più o meno, le esigenze ce l’hanno, però voglio vedere se qualcuno può dire « a me non interessa mantenere un’economia aperta, ma desidero chiudermi ». C’è tutta una storia economica e politica, che è forte da questo punto di vista. Certo, se si perde la speranza, allora si dice « che vada al diavolo e che non se ne parli più » e affronteremo le difficoltà, però non è che le possiamo affrontare a cuor leggero con una economia italiana che ancora regge sulle esportazioni, come ho detto prima. Quantomeno facciamo partire nuovamente le costruzioni e gli investimenti in infrastrutture e facciamo ripartire nuovamente l’edilizia, dove il moltiplicatore è molto alto e coinvolge circa trenta aziende industriali, che forniscono dal cemento al ferro, alle piastrelle, alle cucine, ai rubinetti eccetera. Passo ai compiti a casa e chiudo con cinque minuti. Ho messo dei compiti a casa, quindi, voi che siete l’organo politico, più di me che sono l’organo tecnico, dovete risolvere problemi come la TAV e la TAP e i problemi dell’ambiente o tutte queste cose qua e decidere se fare o meno il condono.

Mi riferisco anche problemi di principi generali dell’equità sociale. Io li ho definiti compiti a casa. Certo io, stando dentro il Governo, dico la mia su questi punti di vista, ma non ho la minima idea e neanche la sensazione che si faccia quello che io dico. Però ci sono anche compiti fuori: cioè io mi sto dedicando a convincere che c’è anche un compito fuori dall’Europa e non solo dall’Europa perché, se viene l’ambasciatore giapponese, l’ambasciatore cinese o l’ambasciatore americano parlo cercando di spiegare il fatto che, alla fine della storia, come ho detto Oettinger, « mi va benissimo che noi discutiamo del bilancio, ma poi le persone che vanno in Parlamento, cioè i politici (Salvini, Di Maio eccetera) devono dare una risposta a chi gli ha dato il voto» – quello gli ho detto – e lui mi ha detto anch’io sono nelle stesse condizioni. Quindi lo capiscono benissimo che a un certo punto fare il politico è decisamente più difficile che non fare il Ministro tecnico, come faccio io. Ecco questa è la filosofia che ci ispira e finora ha funzionato. Speriamo bene.

La prova della famosa cartina di tornasole acida o basica avverrà tra un paio di giorni. Spero che i risultati siano, in nome del bene del Paese, i migliori possibili per conciliare le diverse esistenze e che ci consentano di uscire da una situazione che per i nostri figli, ma già per i nostri nipoti, incomincia a essere un po’ pesante. Grazie molto dell’ospitalità.

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