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Ora siamo preparati per una prossima pandemia?

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Cosa ci ha insegnato la pandemia da Covid-19. L’approfondimento di Luca Longo

Ormai siamo diventati tutti epidemiologi ed esperti di statistica di popolazione. Ogni sera studiamo il bollettino sulla pandemia Covid-19 e il numero dei nuovi contagiati dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2. Ci immedesimiamo nelle paure che angosciano i nuovi ricoverati, guardiamo con apprensione la cifra in nero dei deceduti ma con sollievo quella verde dei fortunati che ce l’hanno fatta. Studiamo complicati grafici dove vengono interpolati il numero totale dei tamponi con quelli positivi, valutiamo la flessione del rapporto terapia intensiva su contagiati fra due regioni o nazioni diverse, correggiamo per la differente età media di due popolazioni, ascoltiamo in tv o sui media online le farneticazioni di qualcuno che la sa lunga e poi discutiamo i risultati in chat con gli amici chiedendoci se qualche governante non ci stia nascondendo qualcosa.

Non sapendo nulla di medicina, non avrei nulla di buono da portare in questo dibattito, ma vorrei che cominciassimo, invece, a ragionare sul dopo.

QUANDO?

Prima di tutto, quando comincerà il dopo, o meglio, quando potremo dire che tutto sarà finito? Quando raggiungeremo il picco dei positivi? Degli ospedalizzati? Dei ricoverati in terapia intensiva? Oppure quando un certo valore o un certo rapporto supererà o andrà al di sotto di una certa soglia?

Probabilmente non potremo mai arrivare a dire che ne siamo completamente fuori, ma solo che verrà il giorno in cui la pandemia Covid-19 non rappresenterà più – a livello di popolazione – un pericolo maggiore di quello causato da altre gravi malattie infettive o da altri rischi per la salute collettiva.

Però, passata l’emergenza, non tutto tornerà come prima. Come scrivevo in un precedente articolo, sapremo trarre vantaggio da questa drammatica esperienza.

Il Soccorso Alpino e Speleologico è nato dopo un incidente alpinistico nel 1951 sul monte Pasubio; ci sono voluti l’alluvione di Firenze nel 1966 e il terremoto del Belice nel 1968 per creare la Protezione Civile. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati introdotti rigorosi controlli di sicurezza negli aeroporti. Anche ciascuno di noi ha visto installare semafori o rotonde solo dopo che, ad un particolare incrocio, si sono verificati un numero eccessivo di incidenti stradali. Non potendo investire in anticipo su ogni possibile minaccia, è normale che, dopo che i proverbiali buoi sono scappati, si valutino i danni e si decida di chiudere e rinforzare il recinto per evitare che scappino di nuovo. Proviamo ad immaginare assieme cosa cambierà la prossima volta.

IN ITALIA E NEGLI ALTRI PAESI

É risultato evidente a tutti, che una prossima minaccia virale non potrà essere identificata prima che si sia diffusa in tutto il mondo – sono sempre più numerosi gli studi scientifici che dimostrano, sulla base della varianza dei geni, che il coronavirus SARS-CoV-2 era già in circolazione in tutto il mondo dall’autunno del 2019. Per questo, a livello nazionale, verranno creati piani di emergenza, unità di crisi specializzate e protocolli volti non a creare cordoni sanitari e isolare le aree dove si registrano molti casi ma a distanziare immediatamente ciascun gruppo familiare dagli altri per evitare che l’inevitabile contagio avvenga troppo rapidamente rischiando di saturare le risorse del servizio sanitario nazionale.

I piani nazionali includeranno il divieto di ogni possibile assembramento. Non solo verranno vietati i grossi eventi collettivi, ma anche tutti i luoghi di aggregazione dovranno essere rapidamente abbandonati.

NEGLI OSPEDALI

Abbiamo scoperto – letteralmente sulla nostra pelle – che la sanità è un settore critico su cui occorre investire più seriamente. Che il Servizio Sanitario Nazionale gratuito è un valore civile inestimabile; e poverini quei Paesi che si credono una superpotenza mondiale ma dove, se non hai in tasca la carta di credito, non ti caricano nemmeno sull’ambulanza. Che i giovani medici e infermieri e tutto il personale sanitario non sono soldati da sacrificare al fronte ma vanno formati, potenziati e anche incentivati in modo molto più efficace. Le nuove infrastrutture create a tempo record non vanno abbandonate come le stazioni della metropolitana costruite per i mondiali di calcio, ma vanno tenute in efficienza, magari temporaneamente riconvertite in centri di accoglienza o per altre esigenze puntuali, ma mantenute operative e pronte per essere riattivate come centri di emergenza sanitaria.

A SCUOLA E NEGLI UFFICI

Nelle scuole impareremo a studiare a distanza. Anche gli insegnanti più all’antica dovranno far pace con la telematica e prepararsi a impartire le loro lezioni in videoconferenza, così come gli studenti dovranno imparare ad usare Internet non solo per i videogiochi o per chattare con gli amici.

I datori di lavoro – e soprattutto gli uffici risorse umane – dovranno creare nuovi modelli organizzativi per far lavorare e valutare le proprie persone non sulle timbrature del cartellino ma sugli obiettivi che raggiungono. Allo stesso modo, i dipendenti si sentiranno responsabili della gestione del loro tempo e si impegneranno a conseguire gli obiettivi assegnati assicurandosi che i superiori conoscano le difficoltà che hanno dovuto affrontare.

AL LAVORO

Abbiamo scoperto che la nostra vita dipende non solo dagli eroi coi camici ma anche dagli altrettanto eroici ragazzi in bici che volano per le città portando di tutto a chi non può uscire di casa. E dagli agricoltori, allevatori, trasportatori e negozianti che rischiano il contagio per garantire che il nostro cibo rimanga sugli scaffali. Resistiamo grazie alle fabbriche di materiale strategico che lavorano a pieno regime, nonostante tutto, ma anche alle altre industrie che si sono riconvertite al volo e che invece di superalcolici producono soluzioni disinfettanti o maschere per i respiratori al posto delle mascherine subacquee.

AL RISTORANTE, IN DISCOTECA, A TEATRO E ALLO STADIO

Tutte le attività che implicano una partecipazione di tante persone in uno spazio confinato dovranno essere ridisegnate, favorendo dove possibile la fruizione individuale e casalinga. Le case editrici incentiveranno la digitalizzazione di libri, musica e film; mentre librerie, cinema, teatri e discoteche dovranno almeno parzialmente riconvertirsi come hub di materiali acquistabili online, o anche affittabili per un tempo limitato. Dovranno ridisegnare i propri spazi in modo da mantenere, quando necessario, distanze fra le persone, impianti di aerazione e di trattamento, procedure di sanificazione adeguate alle microscopiche minacce che si presenteranno.

SUGLI AEREI, TRENI E AUTOBUS

Anche in questo caso, sarà necessario per ciascuno di noi razionalizzare le proprie necessità di spostamento – soprattutto per lavoro – e sostituire quando possibile una importante riunione, un convegno o una dimostrazione di prodotti con un corrispondente evento online. Magari spedendo qualche omaggio invece che invitare al rinfresco. Anche i mezzi di trasporto collettivo – e relative stazioni, autostazioni e aeroporti – andranno sanificati in modo più serio di quanto viene fatto oggi. Su questo c’è tanto da lavorare… Si potranno evitare affollamenti anche, banalmente, assegnando i posti disponibili prima della partenza invece di caricare passeggeri finché ce ne stanno.

IN CASA NOSTRA

Anche noi impareremo ad attrezzarci meglio per eventuali future quarantene. Abbiamo visto che è stupido riempirci la dispensa di scatolette, acqua e carta igienica, ma dobbiamo prevedere spazi opportunamente attrezzati dove poterci concentrare sul lavoro, ed insegnare ai più piccoli che non è vacanza ma che la loro formazione prosegue. Per loro dovremo predisporre spazi e strumenti adeguati per lo studio, per il gioco e per la socializzazione coi coetanei.

Dovremo imparare a gestire tutto il nostro tempo senza più le restrizioni imposte dagli orari di scuola e di lavoro. Quello di oggi, infatti, non è smart working ma al massimo working at home. Occorrono nuovi schemi organizzativi in cui ciascuno possa decidere quando e dove lavorare; dove sia necessario concordare coi colleghi solo i momenti di riunione, di lavoro collettivo e le scadenze di ciascun team e di ciascuna persona.

NELLO SPAZIO E NEL TEMPO

Non solo in casa, ma anche in tutti gli ambienti descritti prima, sarà inevitabile ampliare gli spazi, ma soprattutto ampliare i tempi per limitare gli affollamenti di tanti individui nello stesso spazio e nello stesso momento. Occorreranno nuove leggi, nuove organizzazioni del lavoro e anche nuovi contratti collettivi per permettere a tutti di organizzare la propria vita e fruire di questi servizi in tutto l’arco delle 24 ore. Questa necessità non è dettata solo dalla necessità di diluire la densità di persone in un certo punto dello spazio e del tempo, ma anche perché, in un mondo veramente globalizzato, potremo – anzi dovremo – cercare contatti, beni e servizi su tutto il pianeta indipendentemente dal fatto che qui o laggiù sia giorno o sia notte.

NEI NOSTRI RAPPORTI CON GLI ALTRI

Qui è difficile fare previsioni. Non so immaginare se prevarranno le famiglie che scoppieranno per la forzata convivenza 24 ore su 24 o quelle che si rafforzeranno perché sapranno sfruttare questa anomalia spaziotemporale per conoscersi meglio e stringere nuove alleanze affettive. Chissà se assisteremo a un boom di divorzi o se per capodanno registreremo un boom di nascite.

Se prevarranno ragionamenti autarchici, se impareremo a cavarcela da soli facendo a meno di tutti gli altri, se diventeremo professionisti nell’arte di arrangiarci. Oppure se impareremo a vivere il nostro rapporto con gli altri in modo più profondo e responsabile, a capire che anche se non siamo fisicamente vicini per abbracciarci o anche per darci una pacca sulle spalle, durante queste emergenze possiamo fare tanto anche da remoto, mantenendoci in contatto con le persone che stimiamo e che amiamo. Impareremo a stare attenti a cogliere dalle loro parole, dai loro gesti in webcam e anche dai loro silenzi, quando è necessaria una terapia intensiva di chiacchiere, distrazioni, rassicurazioni, condivisioni e incoraggiamenti scavalcando ogni timidezza ma anche ogni barriera spaziale.

UN NUOVO VALORE?

In tutti questi casi, tutto il mondo che verrà ruoterà attorno a un valore. Un valore certamente non nuovo perché è nato quando i primi ominidi hanno imparato a dividersi i compiti fra loro, ma che oggi può assumere un significato nuovo. Il valore che dovremo potenziare al massimo sarà la fiducia.

Fiducia nel governo che sa come affrontare la prossima emergenza, che non spara un decreto al giorno per vedere come va, ma che ha un piano, ha cura della nostra salute. Che tutte le limitazioni imposte hanno veramente un senso.

Fiducia che i nostri operatori della sanità sono ben preparati, organizzati, competenti, responsabili e che faranno di tutto per evitare di farci star male o, alla peggio, per rimetterci in piedi al più presto.

Fiducia fra datori di lavoro, colleghi e dipendenti, perché ognuno sa cosa fare e sta facendo la propria parte con la massima responsabilità anche se non ha gli occhi del capo sulla nuca.

Fiducia fra gli Stati, perché ogni governante avrà capito – e speriamo che in alcune nazioni la lezione non sia stata troppo dura – che tutto il pianeta è sulla stessa barca, che non c’è una guerra contro qualcun altro, che l’epidemia non è una arma scagliata dal nemico, che non esistono epidemia cinese, febbre spagnola, mal francese o peste asiatica se non come indicazioni geografiche di dove si è riusciti ad identificare per la prima volta un nuovo malanno che affligge – o affliggerà presto – tutto il mondo.

Fiducia che nessuno cercherà di imporre sciocchezze come la chiusura delle frontiere (nessuna è stagna, lo abbiamo imparato) e che nessuno Stato si accaparrerà partite di respiratori e mascherine portandole via ad altri, ma che tutti i presidi sanitari – e soprattutto gli specialisti – dovranno essere distribuiti nel mondo dove in quel momento la situazione sarà più critica, per mitigare il contagio là dove si trova, senza fare caso alla bandiera che sventola sulla porta dell’ospedale, perché se non si rallenta l’epidemia proprio lì, poi altri ospedali, con altre bandiere, riceveranno l’ondata di piena troppo rapidamente e prima di essere pronti.

Se impareremo a coltivare la fiducia reciproca – e se impareremo a essere degni di quella che gli altri ripongono in noi – a tutti i livelli, dall’ONU alla UE, dalle nazioni alle regioni, dalle città agli ospedali, dai luoghi di lavoro alle scuole, nelle famiglie e al livello di ciascuno di noi, allora ce la faremo. Anche la prossima volta.

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