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Meloni, Santanchè e i casini dei fratellini d’Italia: che succede a Palazzo Chigi?

Meloni e Santanchè tra pensieri, parole, domande e dimissioni. Il corsivo di Battista Falconi

In molti ieri, dopo la peggior batosta subita dal governo in tre anni e mezzo circa, attendevano una giornata campale. E qualcuno prevedeva un colpo di genio, di testa o di teatro da parte della premier, che fino ad allora si era limitata a una presa d’atto in video rituale, doverosa e criticata (per lo scenario assiepato e il sottofondo cinguettante). Qualcun altro ricordava come tratto caratteriale forte della premier il rifiuto di agire quando e come le viene chiesto, soprattutto dagli avversari, l’atteggiamento che per esempio l’ha portata a negare l’ok alla ratifica del Mes.

La vendetta è un piatto da servire almeno tiepido e la Presidente avrebbe potuto togliersi qualche sassolino dalle scarpe con comodo, in tempi meno sospetti. Invece no: la bomba è esplosa ieri sera, in modo inevitabilmente convulso e confuso. Tanto per dire: le dimissioni di Giusi Bartolozzi sono state anticipate per prime, anche se confermate dopo quelle di Andrea Delmastro (complimenti a Italpress). La domanda da porsi è perché non aspettare ancora un momento, più che perché non farlo prima, come si chiedono Startmag e il suo direttore. Ai quali si potrebbe rispondere che dimissioni governative a campagna referendaria in corso avrebbero detonato conseguenze imprevedibili, anche Parodi ha annunciato l’addio all’Anm immediatamente dopo i risultati del voto per non condizionarlo.

Delmastro lascia, come plausibile e previsto, appena incassata la vittoria del No, facendo una discreta figura da civil servant che, ovviamente, sarebbe stata assai più luminosa in caso di vittoria dei Sì. Ma anche la domanda su cosa sarebbe accaduto in tal caso rimarrà senza risposta. Le dimissioni della capa di gabinetto della giustizia sono più opinabili e le potremmo ricondurre: alla foto con Delmastro nel ristorante in odor di mafia e al timore dell’arrivo di carte giudiziarie che la coinvolgano al di là del ruolo di commensale; all’infelice battuta sul plotone di magistrati, che però rientra nel campionario delle gaffe bipartisan cui abbiamo assistito nelle scorse settimane; all’ostilità che Giusi Bartolozzi ha raccolto nel corso del suo mandato, alla quale si riconducono diverse uscite dal ministero della Giustizia; al suo coinvolgimento nel rimpatrio in Libia del generale Almasri.

L’ultima ipotesi appare la più probabile e si collega alla bomba comunicativa di ieri, il capoverso finale della nota con cui il presidente del consiglio chiede a Daniela Santanchè di mostrare sensibilità istituzionale analoga ai due dimissionari, ostentando così di averglielo già inutilmente chiesto in privato. Ma a quando risale la richiesta dalla sua superiore cui la ministra del Turismo ha opposto il due di picche? Il 28 gennaio 2025 Santanchè aveva dichiarato che avrebbe lasciato se le fosse stato chiesto, lasciando così intendere di godere della copertura di Meloni, forse per mediazione del presidente del Senato, Ignazio La Russa. E dopo 24 ore dalla richiesta formale di Meloni di dimissioni, Santanchè ha obbedito, seppure non troppo serenamente.

La giornata di ieri sta insomma tra il troppo presto e il troppo tardi, coagula questioni latenti da più o meno tempo nel momento meno adatto a risolverle. E ne lascia aperte altre: dall’aleatorietà delle scelte trumpiane con le sue devastanti conseguenze per commercio ed energia all’inaffidabilità del Sud latitante al voto; dal silenzio del sottosegretario Mantovano, che sul tema giustizia detiene la golden share, alla contraddizione di Nordio, che si assume la responsabilità della sconfitta senza trarne le conseguenze; dalle operazioni governative pendenti a rischio di flop fino ai possibili ingressi in squadra di risorse preziose come Luca Zaia.

Da qui al prossimo voto politico la strada è lunga un annetto, salvo altre novità clamorose, e Meloni probabilmente ritroverà la lucidità comprensibilmente appannata in questo momento.

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