Caro direttore,
più stamattina leggo le cronache dei giornali, compresi i bisbiglii e i borbottii che, partiti da Palazzo Chigi, planano con la consistenza delle veline nella carta stampata dei giornaloni (da sempre adusi a riportare per dovere di cronaca istituzionale, per carità, bisbiglii e borbottii degli inquilini di Palazzo Chigi, o a volte solo le frustrazioni di portavoce e portasilenzi), e più non comprendo la ratio delle ultime mosse e delle ultime dichiarazioni della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Facciamo prima il punto per inquadrare la questione.
All’indomani del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati in cui ha prevalso il No, nel governo si sono fatti da parte due esponenti coinvolti in casi giudiziari.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, esponente di spicco di Fratelli d’Italia, già condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, ha rassegnato le dimissioni dopo essere finito al centro delle polemiche, seppur non ancora indagato, per presunti legami indiretti con la criminalità organizzata nel settore della ristorazione.
Ha lasciato il ruolo dopo aver usato espressioni forti contro la magistratura anche la capa di gabinetto del ministero, Giusi Bartolozzi, indagata per false informazioni al pubblico ministero in relazione al rimpatrio in Libia del generale Osama Almasri Njeem, accusato di crimini contro l’umanità.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto un passo indietro pure alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, che ha in corso (dal 2022) un paio di processi legati alle sue attività imprenditoriali nel campo editoriale.
Dalle cronache si evince che, in sostanza, Meloni ha chiesto le dimissioni dei tre, ma Santanchè sta resistendo; così il presidente del Consiglio sta invocando le dimissioni dell’esponente di spicco del partito meloniano che è molto legata politicamente alla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, presidente del Senato.
La situazione è talmente inedita e grave che merita alcune riflessioni e considerazioni, anche in ordine sparso.
La leadership di Meloni è talmente salda e sicura che non riesce a convincere un ministro a mollare? Un ministro peraltro del suo stesso partito. Certo in serata Santanchè, dopo 24 ore, si è dimessa. Ma la questione resta.
Perché il presidente del Consiglio deve abbassare la sua statura di capo del governo vergando un comunicato stampa in cui si chiede cortesemente a un ministro di lasciare? Non si potrebbe, per carità di patria e di stile, risolvere la disputa tra le mura di Palazzo Chigi, magari con qualche selfie finale di buona creanza seppure falso ovvero poco sincero?
Come mai il capo del governo in poche ore da garantista diventa giustizialista?
Le domande, caro direttore, non sono finite.
Mi chiedo: perché aspettare l’esito del referendum per fare il repulisti? O si pensava, in caso di vittoria del Sì, che tutti coloro che nel governo avevano processi in corso o indagini giudiziarie potevano restare al loro posto? Perché allora non si comprende il motivo per cui si chiede la defenestrazione di codeste persone solo dopo la sconfitta del Sì e la vittoria del No.
Direttore, e cari lettori di Startmag: fosse per me (ma penso anche per te) Santanchè avrebbe dovuto dimettersi per le magagne svelate e scritte da Startmag sul caso del Tax Free Shopping e del programma del turismo di Fratelli d’Italia vergato da una società di lobbying che cura le relazioni del maggior gruppo del settore. Ciò premesso, non capisco proprio ora lo sputtanamento mediatico e politico inflitto a Santanchè.
O forse una spiegazione ci sarebbe, anche se sarebbe davvero puerile, di basso livello, davvero poco consona per un capo del governo: scaricare, di fatto, implicitamente, sotto sotto, zitta zitta, la sconfitta al referendum sulla gesta di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.
Buon lavoro e cordiali saluti,
Michelangelo Colombo







