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Iran, ecco verità e frottole sull’incontro Trump-Macron

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L’analisi di Federico Punzi

Una “relazione molto speciale” quella che sono riusciti a stabilire il presidente americano Donald Trump e il presidente francese Emmanuel Macron, suggellata dalle visite nelle rispettive capitali. Trump al fianco di Macron alla parata militare del 14 luglio scorso sugli Champs-Elysées, e la sera prima a cena sulla Tour Eiffel. Per Macron, lunedì sera la cena a Mount Vernon, la dimora storica di George Washington, martedì la prima cena di stato dell’èra Trump alla Casa Bianca e mercoledì il discorso al Congresso. Partiti agli antipodi, i due si sono “riconosciuti” e incontrati. Trump l’outsider incolto e cafone, l’istrionico imprenditore immobiliare che ha spiazzato e spaventato le élites; Macron l’outsider colto e raffinato, il classico prodotto dell’École nationale d’administration, favorito dalle élites prima ancora di aprire bocca. Ma, appunto, entrambi outsider. Entrambi dei “maverick” del sistema politico tradizionale, “ci riconosciamo”, come ha fatto notare lo stesso Macron in un’intervista a Fox News.

Più che una profonda sintonia personale, ad avvicinarli sono le ambizioni e il pragmatismo. Il presidente francese è il solo per ora in Europa ad aver capito che, piaccia o meno Trump, l’inquilino della Casa Bianca, chiunque egli sia, è e resterà a lungo il leader del mondo occidentale. Da una parte, proprio l’incomunicabilità tra le due sponde dell’Atlantico, con gli altri leader della “vecchia Europa” che hanno scelto di tenersi a debita distanza da Trump (l’Europa “deve fare da sola”, ha sentenziato Angela Merkel), dall’altra la richiesta del nuovo presidente Usa di un maggiore coinvolgimento degli alleati, di un riequilibrio degli oneri, fin qui sopportati solo dai contribuenti americani, offrono un’occasione straordinaria alle ambizioni di grandeur di Macron.

Ai tempi di Bush jr era Blair il principale canale di comunicazione di Washington con l’Europa. Ai tempi di Obama è stata la Merkel. Oggi Parigi ha soppiantato sia Londra che Berlino. E sorprende in particolare che la pragmatica premier britannica Theresa May si sia fatta superare da Macron, proprio quando, nella tempesta dei negoziati per la Brexit, il Regno Unito avrebbe più bisogno del suo rapporto speciale con Washington, arrivando a rinunciare alla visita di stato del presidente Trump pur di non affrontare le critiche degli oppositori.

Trump non chiede altro che alleati pronti ad assumersi maggiori responsabilità. Un invito a nozze per Macron. Dal Medio Oriente (Siria e Libano) all’Africa (Libia e Niger), la Francia aumenta la sua influenza e mette le mani sul volante della politica estera europea. Senza dimenticare che con l’uscita del Regno Unito dall’Ue si apre la partita della guida della nuova difesa europea: e chi, se non l’unica potenza nucleare rimasta nel club, con la benedizione di Washington? Pragmatismo.

L’Iran divide Trump e Macron, come scrive il Corriere della Sera? O forse proprio l’Iran, uno dei maggiori punti di dissidio tra l’amministrazione Trump e gli alleati europei, li unisce? E’ stato uno dei temi al centro dei colloqui e i due non hanno nascosto differenze sull’Iran Deal, l’accordo tra Teheran e i 5+1 sul programma nucleare iraniano (Jcpoa). Trump ha tenuto il punto, ribadendo di ritenerlo “folle, ridicolo, terribile”, “non avremmo mai dovuto firmarlo”, e lasciato intendere che preferisce uscirne, mentre Macron lo ha esortato a restare nell’accordo, suggerendogli di guardare ad una strategia più complessiva per contenere l’Iran.

Trump e Macron hanno saputo andare oltre le differenze sul Jcpoa e individuare comuni obiettivi di lungo termine – non permettere a Teheran di dotarsi di armi nucleari, evitando una proliferazione nella regione, e contenere l’espansione iraniana in Medio Oriente – e forse una comune strategia. Mentre il primo agita il “bastone”, interpreta il ruolo del “poliziotto cattivo”, il secondo interpreta quello del “poliziotto buono” e offre la “carota”, una via d’uscita diplomatica a Teheran e agli altri attori interessati a salvare l’Iran Deal e ad evitare il ritorno delle sanzioni economiche.

Il presidente americano ha confermato che vorrebbe far rientrare prima possibile i suoi soldati impegnati in Siria, ma non prima di aver lasciato “un’impronta duratura”: “Con Emmanuel abbiamo discusso il fatto che non vogliamo dare campo libero all’Iran verso il Mediterraneo”. “L’accordo con l’Iran è una questione importante – ha spiegato Macron – ma dobbiamo riferirci ad una visione più ampia, che riguarda la sicurezza dell’intera regione. Quello che vogliamo fare – ha aggiunto – è contenere l’Iran e la sua presenza nella regione”.

L’asse Trump-Macron che si sta delineando sul dossier siro-iraniano appare così credibile da aver suscitato la reazione di Teheran e Mosca e spiazzato Bruxelles. Il presidente francese sembra essere l’unico al momento ad aver capito che l’unica speranza di salvare il Jcpoa è tentare di correggerne i difetti, perché senza Stati Uniti, anche se formalmente rimanesse in piedi, nessuno sarebbe in grado di trarne i benefici promessi e gli iraniani potrebbero decidere di riprendere lo sviluppo di armi atomiche. La Francia è insieme a Germania e Italia il paese che ha più da guadagnare dalla riapertura dei rapporti commerciali con l’Iran, un mercato di 80 milioni di persone e ricco di risorse naturali. Ma a differenza dei suoi colleghi tedeschi e italiani, Macron ha capito che se Washington straccia il Jcpoa e riapre la guerra a colpi di sanzioni, non ci sarà alcun “Eldorado iraniano” per le imprese europee. Troppo grande il rischio di finire nella rete delle sanzioni Usa. E d’altronde già oggi, nonostante il sollievo della sospensione delle sanzioni, a prevalere è l’incertezza e l’accordo non sta dando i suoi frutti. Tanto che si pensa di non restarvi anche a Teheran, proprio perché appare sempre più evidente che l’Europa non riuscirebbe a difendersi dalle sanzioni Usa e quindi a garantire all’Iran i benefici del Jcpoa.

Ma quante sono le possibilità che l’Iran accetti di sedersi al tavolo per una nuova intesa? Nulle, se Stati Uniti e partner europei non saranno compatti e se la pressione non risulterà credibile. Non bisogna però commettere l’errore di sopravvalutare la posizione di Teheran. Gli iraniani hanno sì messo le mani su ciò che resta della Siria, ma a costi altissimi. Le proteste per l’impoverimento e le ristrettezze economiche, che gran parte della popolazione comincia a collegare agli sforzi bellici a sostegno di Assad in Siria e degli Houthi nello Yemen, proseguono. Il timore a Teheran che il ritorno delle sanzioni economiche possa esacerbarle ancor di più è tangibile. Inoltre, nei confronti del regime di Assad, e indirettamente dell’Iran, gli Stati Uniti conservano una leva non trascurabile: grazie alle milizie curde, ai loro duemila soldati e all’aviazione, controllano le regioni a nord-est della Siria, ricche di risorse petrolifere. Senza di esse, gli iraniani dovranno continuare a sborsare miliardi di dollari per mantenere in vita Assad, a prescindere dai suoi successi militari contro le sacche di ribelli intorno alle principali città.

(estratto di un’analisi ampia di Federico Punzi per Atlantico Quotidiano; la versione integrale si può leggere qui)

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