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Tiktok

Il blocco americano di TikTok si concluderà in un nulla di fatto?

Il divieto statunitense a TikTok deve superare rilevanti ostacoli legali e anche risvolti politici che rendono improbabile l'attuazione di una misura del genere. Tutti i dettagli.

Malgrado il voto schiacciante di sabato scorso alla Camera dei Rappresentanti, e la non improbabile sua ratifica da parte del Senato, il clamoroso bando Usa per TikTok – costretto a vendere o a chiudere in America – potrebbe anche finire in un bicchiere d’acqua. La misura ha infatti di fronte rilevanti ostacoli legali e anche risvolti politici che rendono imprevedibile l’esito di quella che sarà sicuramente una lunga battaglia legale.

Giravolta di Trump

La battaglia di TikTok per sopravvivere alle nuove disposizioni legislative prese lo scorso fine settimana dal Congresso trova un’improbabile sponda in Donald Trump.

Proprio il candidato repubblicano, che da presidente firmò un ordine esecutivo per bandire il popolare social cinese, ne ha indirettamente preso le difese lunedì con un post sulla sua piattaforma Truth Social in cui punta il dito sull’attuale presidente Biden.

“Come tutti sanno, specialmente i giovani, il corrotto Joe Biden è responsabile del bando di TikTok (…) È lui che sta spingendo per la sua approvazione”.

Eppure quando c’era proprio lui alla Casa Bianca, era l’agosto 2020, quando – come ricorda Newsweek – fu varato un executive order che avrebbe bandito TikTok se la sua parent company ByteDance non avesse venduto gli asset entro 45 giorni.

Ingiunzione che fu però bloccata da un giudice federale che quattro mesi dopo decretò che quello del tycoon era stato più o meno un abuso di potere.

TikTok lancia in resta

Ma è TikTok stesso a scaldare i muscoli preparandosi a ingaggiare la sua battaglia campale contro il Congresso in vista di quel voto al Senato che potrebbe ratificare quello della Camera bassa che costringe ByteDance a vendere entro un anno la piattaforma se non vuole che sia “spenta” in territorio americano.

La piattaforma si è già attivata sfoderando, come sottolinea Cbs News, l’arma proibita, i suoi utenti americani, sollecitati a contattare i parlamentari del proprio territorio per esternare loro la propria contrarietà al provvedimento di legge.

Ma già prima che i deputati votassero sabato quella norma, gli utenti avevano ricevuto delle notifiche che li invitavano di nuovo a contattare i parlamentari affinché non approvassero un bill che potrebbe, si sosteneva, “togliervi il VOSTRO DIRITTO COSTITUZIONALE (proprio in maiuscolo n.d.r.) di accedere a TikTok”.

Boomerang

Ma c’è chi è convinto che agendo in questo modo TikTok si sia dato da solo la zappa sui piedi.

Secondo Clayton Allen di Eurasia Group la mossa, confida alla stessa Cbs News, non solo non ha fatto cambiare opinione a nessuno a Washington D.C., ma ha convinto quegli stessi parlamentari che il rischio cinese esiste ed è dimostrato proprio dalla tattica spudorata di trascinare e aizzare gli utenti.

Grosso ostacolo

Ma in un mondo dove i soldi sono tutto, finiscono per costituire un ostacolo e anche un grosso problema – segnalato non a caso oggi dal Financial Times – i quaranta miliardi di dollari di valore di quel 15% delle quote di ByteDance detenute dal Susquehan International Group (SIG) del miliardario Jeff Yass.

Stiamo parlando di colui che più di dieci anni fa accordò al fondatore di ByteDance Zhang Yiming una somma pari a 80mila dollari da investire nel progetto che in futuro si sarebbe chiamato TikTok e che alla fine ha procurato allo stesso Yass una parte consistente delle sue ricchezze che il Financial Times valuta in 30 miliardi di dollari.

Yass è lo stesso personaggio che ha da poco sborsato 46 milioni per sostenere candidati del Partito repubblicano facendone così, secondo il monitor elettorale OpenSecrets, il più generoso finanziatore del partito in questo ciclo elettorale.

Yass, ricorda il quotidiano della City, è coluti che ha trasformato SIG in un colosso che amministrazioni 500 miliardi di asset e clienti come Alphabet, Microsoft e Goldman Sachs.

Uno che difficilmente starà con le mani in mano.

Yass il cinese

SIG è anche la stessa che ha investito 3,5 miliardi in 350 start-up cinesi con una somma che ne ha fatto uno dei principali investitori stranieri del Dragone, dove sono detenute anche quote di gruppi attivi nel settore dei semiconduttori e della cybersecurity.

Ma se questi interessi hanno attirato su SIG l’attenzione di un mondo politico che guarda oggi con sospetto ai capitali Usa investiti in Cina, Yass ha già promesso battaglia.

Lo ha fatto, tanto per dirne una, sostenendo il cosiddetto Club for Growth, influente formazione conservatrice che non solo sta raccogliendo fondi a raffica per il Partito Repubblicano ma è soprattutto, pare, una creatura obbediente di quel senatore Rand Paul che si oppone strenuamente al bando per TikTok.

Enter Trump

E qui rientra in campo The Donald, che ha incontrato personalmente Yass e dove se non ad un evento organizzato dal Club for Growth?

E se il candidato repubblicano ha poi giurato di non aver mai parlato con Yass di TikTok, è il Financial Times a ricordare che quella mezza dozzina di deputati repubblicani che hanno votato contro il bando hanno tutti ricevuto contributi elettorali tanto da SIG quanto dal Club for Growth.

Una lunga battaglia

Ma anche al di là di questi aspetti si prospetta di certo una lunga battaglia legale dall’esito incerto.

Come spiega a Abc News Anupam Chander, docente di Diritto e Tecnologia alla Georgetown University, è quasi certo che TikTok invocherà il primo emendamento per dimostrare che il Congresso sta violando le disposizioni costituzionali sulla libertà di espressione.

Ma è altrettanto probabile che l’Amministrazione Biden risponderà sostenendo che TikTok rappresenta una questione di sicurezza nazionale, che ha dunque la priorità sulle protezioni assicurate dal primo emendamento.

Il precedente

Abc News ricorda che questa sfida si è già consumata in un tribunale federale del Montana, dove TikTok aveva trascinato quello Stato sostenendo che il bando al social varato dallo stesso violasse i diritti degli utenti sanciti dal primo emendamento. Dopo un processo durato sei mesi, i giudici hanno dato ragione ai cinesi annullando il bando.

Ma come fa notare alla stessa Abc News Sarah Kreps, direttrice del Tech Policy Institute della Cornell University, quella disputa potrebbe non contare come precedente in quanto in Montana il bando statale fu giustificato con ragioni di privacy e di tutela dei minori, mentre quello appena approvato dal Congresso invoca considerazioni di sicurezza nazionale.

E se a novembre…

Il problema è che è anche probabile che il nuovo bando federale venga bloccato in via cautelativa da un giudice con l’effetto di trascinare per mesi il processo che potrebbe benissimo essere ancora in corso quando a novembre gli elettori Usa sceglieranno il loro nuovo presidente.

E i sondaggi, benché ballerini, ci dicono che a vincere potrebbe essere proprio quel Trump che su TikTok ha appena cambiato idea.

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