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Tutte le tensioni sull’Iran che squassano la Nato

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La “Ministeriale per promuovere un futuro di pace e sicurezza nel Medio Oriente” tenutasi a Varsavia in settimana ha messo in scena le divisioni in seno all’Alleanza Atlantica sull’Iran. Il Punto di Marco Orioles

 

La “Ministeriale per promuovere un futuro di pace e sicurezza nel Medio Oriente” tenutasi a Varsavia questo mercoledì e giovedì su iniziativa degli Stati Uniti ha messo in scena, per l’ennesima volta, le forti divisioni in seno all’Alleanza Atlantica. Lacerazioni che investono una delle priorità della politica estera americana, il contenimento dell’Iran, ma che riguardano in realtà l’intero approccio degli Usa in Medio Oriente. Una regione dove, sotto l’attenta regia di Washington, si sta consolidando un inedito asse tra Israele e Paesi del Golfo; una distensione tra ex irriducibili nemici destinata a ridisegnare gli equilibri del quadrante più turbolento del pianeta e a proporre scenari di cooperazione che fino a pochi anni fa nessuno avrebbe mai pensato rientrassero nel campo del possibile.

La riorganizzazione del Medio Oriente promossa dall’amministrazione Trump e suggellata dalla conferenza di Varsavia nasce però all’insegna di tensioni clamorose tra i partner transatlantici, ben dimostrate dalla vistosa assenza, nella capitale polacca, dei ministri degli Esteri di Francia e Germania nonché dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini (c’era, invece, il capo della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi). I quali hanno ritenuto opportuno prendere le distanze da un’iniziativa che, ai loro occhi, aveva l’imperdonabile vizio di rappresentare una chiamata alle armi contro l’Iran.

Una provocazione intollerabile, per nazioni che, a differenza di Washington, non hanno ripudiato il JCPOA, l’accordo nucleare con la Repubblica Islamica che, a giudizio dei firmatari europei (nonché di Russia e Cina), sta funzionando. Ma che le potenze sunnite rivali dell’Iran, insieme ad Israele, considerano il più clamoroso passo falso fatto dalla comunità internazionale. Un accordo sbagliato perché, oltre ad avere il difetto di limitarsi a congelare solo per un periodo limitato il programma atomico degli ayatollah, ha anche sdoganato un regime aggressivo e messo a sua disposizione un fiume di danaro, quello liberato grazie alla caduta delle sanzioni, con cui perseguire i suoi disegni egemonico sul Medio Oriente che pongono una seria ipoteca – per dirla con il nome, scelto non a caso, della Ministeriale di Varsavia – sul futuro della pace e della sicurezza di questa regione.

Cancellare il JCPOA è stata la mossa con cui l’amministrazione Trump, nel maggio del 2018, ha non solo ribaltato le aperture all’Iran fatte dal precedente governo guidato da Barack Obama, ma anche segnalato ai suoi alleati sunniti e allo Stato ebraico che l’America sarebbe stata di nuovo al loro fianco nella mortale contesa con la Repubblica Islamica. Ritirando la propria firma dal patto nucleare, e reintroducendo le sanzioni contro Teheran, gli Stati Uniti hanno dato vita, di fatto, ad una poderosa coalizione contro l’Iran. Una collaborazione che, dalla difesa dal comune nemico sciita, può estendersi a tanti altri fronti, non ultima la risoluzione dell’annosa questione palestinese. A Varsavia, non a caso, è presente Jared Kushner, il consigliere e genero di Trump che sta lavorando all’accordo “del secolo” che dovrà finalmente portare la pace in Terra Santa e che i delegati della Ministeriale hanno l’occasione di tastare per la prima volta.

La scommessa americana è ambiziosa e si fonda sulla presa d’atto di una realtà: Israele e i paesi sunniti stanno già cooperando, sia pur dietro le quinte, e concertando le loro mosse in chiave anti-iraniana. Un allineamento che la ministeriale di Varsavia nasce per ratificare, sancendo la nascita di un inedito asse musulmano-ebraico che, di per sé, rappresenta la novità più dirompente sulla scena delle relazioni internazionali contemporanee.

Un vero e proprio cambio di paradigma per il Medio Oriente che si sostanzia anche in gesti e atti simbolici. Come la foto che ritrae insieme, a Varsavia, il capo della diplomazia dell’Oman e il suo collega israeliano, Benjamin Netanyahu (che ha l’interim agli Esteri), subito pubblicata sul profilo Twitter di Bibi con un commento eloquente: “Questa è una rivoluzione nelle relazioni estere di Israele!”. O il gustoso siparietto – segnalato, sempre su Twitter, dal rappresentante speciale della Casa Bianca per i negoziati internazionali, Jason Greenblat – che vede protagonisti di nuovo Netanyahu e il ministro degli Esteri dello Yemen, il quale durante una sessione di lavoro della ministeriale porge al suo omologo israeliano il microfono e si sente rispondere, tra il serio e faceto, che questo gesto cordiale segna l’inizio di una nuova collaborazione tra Israele e Yemen.

Questi sono i miracoli resi possibili dalla comune mobilitazione contro l’Iran. Una congiunzione astrale che gli Stati Uniti vogliono rendere permanente, trasformando la piattaforma di Varsavia in un forum a disposizione di Stati Uniti, Europa e paesi del Mediterraneo per coordinarsi stabilmente in funzione degli obiettivi comuni.

E’ un patto di ferro, insomma, quello stretto in Polonia. Che lascia intravedere spiragli di pace fino a poco tempo fa semplicemente inconcepibili. Ma che impegna i contraenti a fare fronte comune contro il nemico che, con la sua minacciosa politica estera e il suo avventurismo militare, mette a repentaglio la sicurezza di tutti. “Non puoi ottenere la pace e la stabilità del Medio Oriente”, sottolinea il Segretario di Stato Mike Pompeo, presente a Varsavia insieme al vicepresidente Usa Mike Pence, “senza affrontare l’Iran. Non è semplicemente possibile”.

La sfida all’Iran è lanciata, e porta con sé un ammonimento ai paesi che remano contro. “È venuto il momento”, spiega Pence, “che i nostri partner europei si ritirino dall’accordo nucleare con l’Iran e si uniscano a noi mentre portiamo la pressione economica e diplomatica necessaria” sulla Repubblica Islamica. Se l’Europa pensa di mantenere vivo il JCPOA contro la volontà degli Stati Uniti, che l’hanno stracciato, e di mezzo Medio Oriente, che lo considera il viatico per nuove sciagure, compie un clamoroso errore.

L’irritazione di Pence per la posizione e i comportamenti del Vecchio Continente è palpabile. “Purtroppo”, si sfoga il vicepresidente, “alcuni dei nostri principali partner europei non sono stati affatto cooperativi”. L’indice di Pence è puntato in particolare contro l’ultima iniziativa presa da Gran Bretagna, Francia e Germania, lo “Special Purpose Vehicle” messo in piedi per continuare a commerciare con l’Iran aggirando le sanzioni Usa. “Noi”, osserva il vice di Trump, “lo chiamiamo uno sforzo per rompere le sanzioni americane contro il regime omicida e rivoluzionario dell’Iran. (…) È un passo mal consigliato che non farà che rafforzare l’Iran, indebolire l’UE e creare ancora più distanza tra l’Europa e gli Stati Uniti”.

Quella contro l’Iran non è un’ossessione americana, fanno capire Pence e Pompeo, né una crociata insensata. È, invece, il punto di partenza di un colossale sforzo di rimettere ordine in una regione intorbidata dalle manovre spregiudicate di un regime che interferisce nelle vicende interne di paesi come Iraq, Siria, Libano e Yemen e, quando e dove lo ritiene necessario, dà fuoco alle polveri con le sue temibili milizie. Un regime che, è la conclusione tra le righe, prima cade, meglio è.

“L’Iran”, ha spiegato ai reporter quello che è a tutti gli effetti il vincitore della conferenza di Varsavia, Netanyahu, “ci minaccia nel quarantesimo anniversario della rivoluzione. Hanno minacciato di distruggere Tel Aviv e Haifa, e io ho detto che non ci riusciranno, ma se ci provano ripeto che questo sarà l’ultimo anniversario della rivoluzione che questo regime celebra”. A domanda precisa della stampa, che gli chiede se ciò significhi che l’obiettivo è un cambio di regime, il premier israeliano risponde con candore: “non escludo nulla”.

C’è totale sintonia, tra le posizioni di Israele e quelle del suo maggior alleato, gli Stati Uniti d’America. A sottolinearlo, pochi giorni fa, ci aveva pensato il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa John Bolton, diffondendo una breve clip nella quale, oltre a definire l’Iran “il banchiere centrale del terrorismo”, ha formulato una minaccia esplicita all’indirizzo della Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei: “Non penso che avrai molti altri anniversari da celebrare”.

Sono questi i toni e i messaggi che hanno spinto personalità come Mogherini a tenersi alla larga dalla kermesse polacca. Impossibile, per chi si è tanto adoperato per arrivare alla firma del JCPOA, aggregarsi a quello che il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha definito “un disperato circo anti-iraniano”. Inconcepibile saltare sul carro di un’alleanza che si prefigge di liquidare un paese cui l’Europa, siglando l’accordo nucleare, ha promesso amicizia ed affari.

Ma la presenza, a Varsavia, di Moavero segnala che l’Europa è tutt’altro che compatta nell’opposizione ai disegni americani. Per il nostro ministro degli Esteri, essere incluso nelle foto che ritraggono insieme i leader dei paesi arabi e di Israele, sotto gli sguardi attenti del gran cerimoniere americano, era un’opportunità da non farsi sfuggire. Là dove si è fatta la storia, l’Italia potrà dire: io c’ero.

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