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Come Germania, Francia e Gran Bretagna sfidano un po’ Trump sull’Iran

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Germania, Francia e Gran Bretagna sfidano la Casa Bianca di Trump e lanciano un sistema di transazioni alternativo al dollaro che dovrebbe consentire alle aziende europee di continuare a fare affari con l’Iran aggirando le sanzioni Usa.

L’annuncio è arrivato dal summit di ieri a Bucarest dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea, dove è stato deciso il varo di “Instex”, acronimo di “Instrument in Support of Trade Exchanges”. Si tratta, in concreto, di una società di diritto privato da cui dovranno passare gli scambi tra esportatori europei e importatori iraniani. La società, nata con un capitale di 3 mila euro, avrà sede a Parigi, sarà guidata da un tedesco, l’ex manager di Commerzbank Per Fischer, e avrà un britannico alla testa del suo supervisory board. La durata della società è fissata a 99 anni e vi possono aderire anche altri paesi.

Se l’intenzione iniziale era di usare questo “Special Purpose Vehicle” (SPV) per gestire le importazioni energetiche dall’Iran, l’ambizione si è radicalmente ridimensionata alla luce dell’impossibilità di convincere le grandi compagnie europee a rischiare di incorrere nelle sanzioni, e nell’ira, di Washington. Instex, così, sarà impiegato solo per gli scambi di beni di natura sostanzialmente umanitaria come prodotti agroalimentari, farmaci e attrezzature mediche. Lo scopo dello strumento, in ogni caso, non cambia: gli scambi che passeranno attraverso Instex non comporteranno transazioni finanziarie in dollari né passeranno attraverso il sistema bancario americano, dando così l’opportunità alle aziende che vi parteciperanno di continuare a mantenere rapporti con Teheran senza il timore di essere soggetti alle sanzioni Usa.

Si tratta ora di vedere, come sottolinea il New York Times, se ci sarà qualcuno che vorrà effettivamente approfittare di questa opportunità. Al di là di qualche piccola azienda che non ha rapporti con il mercato statunitense, sono poche le realtà economiche europee disposte ad imbarcarsi in un’avventura rischiosa le cui implicazioni, peraltro, non sfuggono a nessuno. Dietro Instex, in filigrana, si intravedono infatti, nitidi, i segni di una sfida frontale all’autorità degli Usa o, per dirla diversamente, all’ordine mondiale guidato da Washington, di cui il dollaro è sempre stato il perno. E della reazione orgogliosa di un continente, l’Europa, stanco dei capricci di un presidente come Donald Trump che disprezza il multilateralismo e straccia gli accordi internazionali come se fossero insignificanti pezzi di carta.

Questo, difatti, è stato il destino del JCPOA, l’accordo nucleare con l’Iran faticosamente negoziato dall’amministrazione Obama e siglato nel luglio 2015, oltre che da Stati Uniti ed Iran, da Unione Europea, Germania, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Un’intesa che ha riportato sotto controllo, sebbene per un periodo ristretto a soli dieci anni, il programma nucleare della Repubblica islamica, allontanando lo spettro di un conflitto che avrebbe potuto opporre l’Iran ad Israele e al suo alleato americano. Uno spettro che è tornato ad affacciarsi lo scorso maggio, quando Trump, facendo seguito alle minacce reiterate sin dalla campagna presidenziale del 2016, ritirò gli Stati Uniti dall’accordo, e dispose la reintroduzione delle sanzioni contro l’Iran.

Una decisione cui i contraenti europei del patto non si sono però rassegnati. Dopo aver tentato inutilmente di convincere l’America a non compiere questo passo falso, l’Unione Europea, la Germania, la Gran Bretagna e la Francia hanno fatto chiaramente intendere che il JCPOA, per loro, sarebbe rimasto valido. E che avrebbero fatto tutto quanto in loro potere per garantire a Teheran che i benefici economici che derivavano dalla sua scelta di rinunciare al nucleare non sarebbero venuti meno. Di qui, la sfida: trovare il modo di continuare a mantenere in piedi le relazioni con Teheran aggirando le temibili sanzioni extraterritoriali americane.

Ecco, dunque, la ratio di Instex. Che, se non appare sufficiente a sconfiggere la riluttanza di molte aziende del Vecchio Continente a mettere a rischio i propri affari con gli Usa, consente comunque agli europei di trasmettere a Teheran un messaggio inequivocabile: noi non seguiamo le direttive di Washington e ci adoperiamo per garantire che gli scambi commerciali tra noi e voi rimangano, almeno parzialmente, in piedi.

Quello dell’Europa è insomma, per usare le parole formulate ieri a Bucarest dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, un “atto politico”. “Un gesto”, ha precisato il ministro, “per proteggere le aziende europee” e il legame con Teheran. “Lo strumento lanciato” ieri, ha chiosato l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione, Federica Mogherini, “fornirà agli operatori economici la necessaria cornice per proseguire il legittimo commercio con l’Iran”. Per il ministro degli esteri britannico Jeremy Hunt, Instex vuole essere “la chiara, pratica dimostrazione che rimaniamo fermamente” vincolati alla lettera del JCPOA almeno “fino a quando l’Iran continua a implementarlo pienamente”.

“Abbiamo messo in chiaro”, ha spiegato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, “che non abbiamo solo parlato di mantenere vivo l’accordo nucleare con l’Iran, ma che ora stiamo creando la possibilità di condurre transazioni” con Teheran in una cornice di piena legalità. “Questa”, ha aggiunto Maas, “è una precondizione per noi per rispettare gli obblighi che abbiamo contratto al fine di chiedere all’Iran che non cominci l’arricchimento militare dell’uranio”.

In questo coro unanime, spicca però la dichiarazione del ministro degli Esteri belga, Didier Reynders. Che, pur rimarcando il significato dell’iniziativa di Germania, Francia e Gran Bretagna, ricorda che “è essenziale che mostriamo ai nostri colleghi americani che stiamo andando nella loro stessa direzione su una serie di temi come i missili balistici e le attività regionali dell’Iran”. Due precisazioni che riportano in primo piano le questioni che hanno spinto la Casa Bianca di Trump a rompere con il JCPOA e a spingere per un nuovo accordo con l’Iran che, oltre all’aspetto nevralgico del nucleare, includa anche il tema del programma missilistico di Teheran e la sua aggressiva politica estera e militare. “Siamo chiari”, ha precisato a tal proposito Reynders: “questo impegno”, l’istituzione di Instex, “non ci impedisce in alcun modo di affrontare (la questione) delle attività ostili e destabilizzanti dell’Iran”.

Non ci sarebbe, dunque, da parte europea, la volontà di ostacolare l’iniziativa diplomatica americana. Rompere del tutto con Washington è, per qualcuno, semplicemente impensabile. Ma è proprio questo che l’Europa adesso rischia, mettendo in campo uno strumento finanziario pensato per intaccare la strategia della “massima pressione” con cui l’America, attraverso l’imposizione di sanzioni stringenti, mira a costringere l’Iran al tavolo di un nuovo negoziato. Una strategia da cui l’Europa si sfila, e in modo clamoroso.

All’annuncio del varo di Instex, l’America ha reagito stizzita. In una dichiarazione rilasciata ieri, il Dipartimento di Stato ha spiegato di seguire con attenzione questi sviluppi, precisando tuttavia di non temere affatto che il meccanismo messo in piedi da Germania, Francia e Gran Bretagna possa compromettere gli sforzi degli Usa. Di fronte a questa sfida, l’America al contrario rilancia i propri argomenti. “Come il presidente ha chiarito”, spiega infatti Foggy Bottom, “le entità che continuano a impegnarsi in attività sanzionabili che coinvolgono l’Iran rischiano dure conseguenze che potrebbero includere la perdita dell’accesso al sistema finanziario Usa e della capacità di condurre affari con gli Stati Uniti o con aziende americane”.

La dichiarazione di indipendenza europea sull’Iran è fatta: si tratta ora di capire se le forze dell’ancien régime, dollaro in primis, saranno in grado – come sembra – di prevalere sul tentativo dell’Europa di affermare la propria autonomia in un campo, come la politica estera, in cui gli Usa hanno sempre dettato legge.

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