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In Umbria la sinistra è andata alle sagre sbagliate. Il corsivo di Meloni

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Umbria

Il corsivo di Daniele Meloni sui risultati delle elezioni regionali in Umbria

Che in Umbria si andasse incontro a una Caporetto lo avevano capito tutti tranne loro. Loro chi? Ma quelli del Fronte di Narni, quelli della drammatica photo opportunity di venerdì scorso in ritardo su tempi e modi, e con i partecipanti che avrebbero preferito essere anche nel tunnel con il Califfo Al Baghdadi piuttosto che uno accanto all’altro.

Dopo 50 anni l’Umbria volta le spalle al centrosinistra e svolta a destra. La vittoria era quasi scontata dopo due mesi di governo giallorosso populista-pop in cui abbiamo già visto – e, ahimè sentito – di tutto: tasse sulle merendine, tasse sulle bibite gassate, tasse sul diesel, tasse (extra) sulla plastica, una scissione nel partito-centro-di-potere della maggioranza dopo una settimana di governo, liti su liti, il presidente del Consiglio convocato dal Copasir e chi più ne ha più ne metta. Il tutto tra le hola! di gran parte dei giornali e dei tg, tutti uniti nel FAS: Fronte Anti Salvini.

Invece il leader della Lega non solo è vivo e vegeto, ma prospera sull’incapacità dei presunti competenti a governare, comunicare, prefigurare un governo che duri fino all’elezione del Capo dello Stato (2022!) con un programma e un’azione che siano minimamente all’altezza di una potenza del G8.

Pd e 5 Stelle danno l’idea di essere arroccati alle poltrone perché in caso di voto perderebbero seggi e posti di potere e tornerebbe Lui, il loro Grande Incubo: Matteo Salvini.

L’altro Matteo, Renzi, non si è presentato a Narni. Era la famosa “sedia vuota” di cui si parla più dei presenti. Ma il governo, che non dimentichiamolo porta il suo imprimatur, si regge sui suoi voti e i suoi capricci.

Una mazzata decisiva in vista dell’Umbria l’ha data proprio lui, Matteo da Rignano, quando, nel confronto in tv con Salvini, ha accusato il leader della Lega di “andare a tutte le sagre” e “in tutte le piazze italiane”. Una cosa che lascia allibiti, e che dimostra il totale scollamento dalla realtà politica di un leader che una volta aveva il 40%.

Accusare un politico di essere tra la gente è come accusare Maradona di portare il pallone ovunque si rechi; come chiedere a Roberto Bolle di non ballare alla Scala; come pretendere che Picasso non si metta a dipingere se qualcuno gli mette in mano un pennello. Assurdo. E sbagliato.

Perché Salvini punta a massimizzare i suoi consensi come ogni politico dovrebbe fare. Chiudersi nel Palazzo per poi riapparire miracolosamente a tre giorni del voto non ha portato fortuna a Di Maio, Zingaretti, Conte e Speranza.

Ma forse anche chi non era presente farebbe bene a non scaricare su altri responsabilità che sono anche sue.

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