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Umbria, ecco come Salvini ha fatto vedere le stelle a Conte, Di Maio e Zingaretti. I Graffi di Damato

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Come cambierà la politica nazionale dopo le elezioni in Umbria che hanno decretato la vittoria del centrodestra a trazione Lega di Salvini. I Graffi di Damato

 

Il blitz americano che ha decapitato l’Isis con la morte del feroce Al Baghdadi, al di là delle immancabili ironie sull’aiutino del presidente americano Donald Trump all’amico “Giuseppi” Conte in affanno a Palazzo Chigi pensando alle elezioni in Umbria, non è riuscito a contenere mediaticamente in Italia il botto della regione incautamente scelta per esportare in periferia la maggioranza giallorossa. Che non ha perso, ma straperso con i venti punti di distacco accumulati dal candidato della coalizione nazionale di governo nella improba gara con la candidata del centrodestra Donatella Tesei, scelta personalmente da Matteo Salvini. Della cui vittoria, pertanto, hanno ben poco da consolarsi al Fatto Quotidiano declassando a “consolazione”, appunto, nel titolo di prima pagina la festa di piazza fisica e mediatica del leader leghista, dopo la debacle della crisi agostana di governo.

A vendicare Salvini sono naturalmente corsi altri giornali dando degli “asfaltati” agli sconfitti inutilmente arroccatisi nelle ultime battute della campagna elettorale nella speranza di una vittoria di misura degli avversari, magari grazie alle preghiere dei frati francescani d’Assisi annunciate con una certa imprudenza, a dir poco, da inviati speciali accorsi al Sacro Convento. Si è visto e letto, purtroppo, anche questo nei giorni scorsi.

Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera se l’è presa, diciamo così, col presidente del Consiglio, raffigurato come un albero con i due rami del Pd e delle cinque stelle dalle foglie cadenti, com’è del resto normale in autunno. Ma qui il Cristo in croce, col Movimento grillino sceso a una sola cifra, perdendo ancora più rapidamente di quanto non gli fosse capitato nelle prime elezioni regionali seguite alla sua alleanza con i leghisti, più che Conte è il suo ex vice presidente e ora ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Le cui già forti difficoltà nel quasi partito di cui è ancora “capo” sono destinate ad aumentare. E a tradursi, intanto, in una maggiore diffidenza, presa di distanza e quant’altro proprio da Conte, accusato solo qualche giorno fa dai ministri grillini riunitisi a Palazzo Chigi, nell’ufficietto a disposizione di Di Maio, di avere instaurato un rapporto sostanzialmente privilegiato col Pd. Che, guarda caso, è riuscito in qualche modo a contenere le perdite nell’appuntamento elettorale in Umbria, per quanto avesse sul groppone l’eredità della precedente amministrazione regionale travolta da uno scandalo nel settore della sanità.

Il più sbrigativo e minimalista nel commentare la disfatta giallorossa è stato forse il solito Matteo Renzi, non a caso tenutosi distinto e distante dall’avventura umbra, sottraendosi a foto di gruppo e quant’altro. Egli ha detto, compiaciuto, con chiara allusione a Dario Franceschini, capo della delegazione del Pd al governo, che adesso passeranno nella maggioranza voglie e tentazioni di elezioni anticipate in caso di crisi. E si potrà pertanto scommettere di più sulla durata per intero della legislatura in corso. Ma ciò ha un sottinteso: la separazione fra la stessa legislatura e il governo in carica, per cui una crisi del secondo – contrariamente alle opinioni o minacce espresse recentemente da Franceschini, appunto – non si trascinerebbe per forza anche l’altra, essendoci peraltro tante cose da fare ancora, a cominciare dall’elezione, nel 2022, del nuovo presidente della Repubblica.

Un elettore probabilmente renziano ha ricordato qualche giorno fa proprio in Umbria a Conte, in uno di quei “bagni di folla” decantati da cronisti simpatizzanti, la scadenza delle elezioni presidenziali per invitare il presidente del Consiglio a tenere duro, a non farsi strattonare o coinvolgere nelle risse e manovre di una coalizione composita come quella che guida. Ebbene, anche a costo forse di deludere il suo improvvisato interlocutore, Conte gli ha risposto pressappoco così: “Non si può governare solo per aspettare l’elezione del presidente della Repubblica”. Non aveva, francamente, torto. E forse non lo pensa, in fondo, neppure Renzi. Che a quella scadenza intanto vorrà arrivare, all’interno della maggioranza che lui ha così fortemente e sorprendentemente contribuito a far nascere, un potere contrattuale superiore a quello sperimentato sinora della sua nuova Italia Viva.

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