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Che cosa (non) ha detto Conte al Copasir su Trump, Barr, Servizi e Mifsud

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Conte

Tutte le conferme e le novità emerse dall’audizione del premier Conte al Copasir. L’approfondimento di Federico Punzi di Atlantico Quotidiano

 

Il caso Russiagate/Spygate sulle cui origini, e presunto coinvolgimento di Paesi alleati, sta indagando l’amministrazione Trump, approda finalmente al Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) con l’audizione di ieri del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Un incontro ordinario in qualità di autorità delegata per i servizi, come ha spiegato lui stesso in una conferenza stampa a Palazzo Chigi: “Non sono stato convocato sul caso Barr, ma con l’occasione non mi sono sottratto alle domande”.

L’audizione, segretata, è durata oltre due ore e mezza e si è svolta in un clima estremamente teso, soprattutto nella seconda parte, dopo la relazione ai sensi di legge e la breve introduzione del premier sull’argomento più scottante. Conte è stato incalzato dai commissari sulla decisione di autorizzare incontri “irrituali” tra interlocutori non di pari status – da una parte il ministro della giustizia Usa, quindi un politico, dall’altra i vertici dei nostri servizi segreti – e per non aver avvertito i ministri competenti, in particolare l’omologo italiano di Barr, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Il sospetto, poi, è che il premier abbia barattato la collaborazione che segretamente accordava alla delegazione Usa con un sostegno da parte del presidente Trump in un momento decisivo per la sua riconferma a Palazzo Chigi dopo l’apertura della crisi di governo.

Conte si è difeso, da una parte concedendo che in effetti non è stata seguita la prassi, ma dall’altra sostenendo che in qualità di Attorney General Barr è anche responsabile delle attività dell’FBI, uno dei 16 “comparti” dell’intelligence americana (quindi, in un certo senso, quasi un collega del capo del Dis Gennaro Vecchione), che comunque non è stata violata alcuna norma ed è lui ad avere la “responsabilità” della delega per i servizi segreti. Come ha spiegato anche al termine dell’audizione, in conferenza stampa, gli incontri si sono effettivamente tenuti il 15 agosto e il 27 settembre, ma la richiesta americana di “uno scambio preliminare di informazioni” non è arrivata ad agosto durante la crisi di governo, bensì “risale a giugno”.

Nessun collegamento, quindi, con il tweet di Trump all’”amico Giuseppi“, chiarisce il premier, che smentisce anche che il presidente Usa gli abbia mai parlato di questa inchiesta. “La richiesta non è pervenuta dal presidente Trump ma dal ministro Barr” e “non a me, ma attraverso canali diplomatici”, precisa con un implicito riferimento al nostro ambasciatore a Washington Armando Varricchio, ex consigliere diplomatico di Palazzo Chigi ai tempi del Governo Renzi e nominato ambasciatore negli Usa proprio a inizio 2016.

A giugno, quindi, risale la richiesta di collaborazione da parte americana, ma anche la richiesta di fissare un incontro con i vertici dei nostri servizi?

I commissari del Copasir non si sono limitati a chiedere conto al premier della sua condotta e dei motivi per i quali ha autorizzato questi incontri, ma hanno chiesto chiarimenti anche sulle informazioni in possesso dei nostri servizi su un loro presunto ruolo nelle vicende che a Roma, a partire dal marzo 2016, hanno dato origine al Russiagate e sulla figura del professor Joseph Mifsud, che ha fatto perdere le sue tracce, sempre a Roma, dal novembre 2017.

Al Copasir, e nella successiva conferenza stampa, il premier Conte ha sostanzialmente confermato quanto già trapelato nei giorni scorsi – e cioè che queste erano le questioni a cui gli americani erano interessati, che c’è stato solo uno scambio di informazioni tra alleati, non di documenti e altro materiale, e che comunque i nostri servizi sono del tutto estranei e non sanno nulla di Mifsud.

Si è trattato di uno “scambio preliminare di informazioni”, sulla base del “presupposto di non mettere in discussione in alcun modo l’operato delle autorità italiane”. Il premier ha spiegato che la richiesta da parte Usa era “in riferimento agli agenti della loro intelligence di stanza a Roma, che avevano operato sul territorio italiano” (gli agenti FBI presso l’ambasciata Usa a Roma erano Michael Gaeta e Kieran Ramsey) e riguardava le “attività soprattutto nella primavera-estate 2016” e “Joseph Mifsud, questo professore maltese…”. “In questo contesto, ma non è mai stato offerto alcun elemento, ci poteva essere l’eventualità che avessero lavorato insieme ai nostri servizi”, ma abbiamo chiarito agli americani che “siamo estranei” e “non abbiamo informazioni”. “Dalle verifiche fatte – ha spiegato Conte – non è emerso alcun elemento di coinvolgimento della nostra intelligence, né di singoli dipendenti”. Dunque, è “risultata acclarata l’estraneità della nostra intelligence, riconosciuta dalle stesse autorità Usa, che quindi non hanno elementi di segno contrario”, ha ribadito. “È stata l’occasione – ha aggiunto – anche per fare una verifica per noi, nei nostri archivi. Se ci fossero state delle attività illecite che coinvolgevano anche nostri agenti avremmo avuto l’obbligo di segnalarlo all’autorità giudiziaria”.

Il premier ha quindi tenuto a ribadire che si è trattato di uno “scambio preliminare di informazioni”, mentre se l’inchiesta di Barr e Durham dovesse trasformarsi in indagine criminale – una evoluzione già ipotizzata da alcuni media Usa – allora il binario sarebbe diverso, quello della cooperazione giudiziaria con le sue specifiche procedure.

Una versione, quella fornita dal premier Conte, non solo di totale estraneità delle autorità italiane alle origini del Russiagate, ma anche di assenza di informazioni nella nostra intelligence riguardo agenti FBI e Mifsud, che però rischia di essere contraddetta dalle notizie che potrebbero arrivare, anzi stanno già arrivando da oltreoceano, sia dal rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz, che potrebbe uscire a breve, che dagli sviluppi dell’indagine del procuratore Durham.

Indagine che è stata ampliata – più uomini, mezzi e un arco temporale più esteso sotto esame – e forse già trasformata in “indagine criminale” pochi giorni dopo il secondo incontro di Barr e Durham con i servizi italiani e, come hanno riferito fonti a Fox News, proprio sulla base di nuovi elementi raccolti dai due a Roma. Il procuratore Durham avrebbe trovato “qualcosa di significativo”, a tal punto da mettere in agenda di interrogare gli ex direttori della CIA Brennan e della National Intelligence Clapper. Tra l’altro, le due visite in Italia sarebbero state preparate nei mesi precedenti da uomini fidati dell’Attorney General mandati in avanscoperta nel nostro Paese.

Come già osservato, il premier Conte si trova in una posizione delicatissima su un duplice fronte: se smentisce i presupposti dell’inchiesta americana, come ha fatto ieri, almeno in conferenza stampa, rischia di deludere Trump, che sotto attacco dei Democratici ha fame di prove che possano dimostrare come l’indagine sia giustificata e non un tentativo di rigirare la frittata contro i suoi avversari politici. D’altra parte, se emerge che ha fornito informazioni che confermano i sospetti di un nostro coinvolgimento nelle origini del Russiagate/Spygate (“l’Italia potrebbe essere stata uno di questi”, ha detto lo stesso presidente Trump pochissimi giorni fa, con Mattarella al suo fianco, riferendosi ai Paesi alleati che potrebbero essere coinvolti), rischia di terremotare la sua attuale maggioranza, ben diversa da quella che lo sosteneva quando, nel giugno scorso, era arrivata la richiesta di collaborazione da Washington. Se infatti qualcuno a Roma ha collaborato con i Democratici e l’amministrazione Obama per fabbricare false prove di collusione tra la Campagna Trump e la Russia, lo ha fatto sotto i governi Renzi e Gentiloni, mentre Minniti aveva la delega ai servizi. C’è consapevolezza nei partiti sia maggioranza che di opposizione che questa vicenda potrebbe trasformarsi in uno dei vettori di una crisi di governo.

Il coinvolgimento del nostro Paese nelle dinamiche politiche, persino elettorali americane, non nasce oggi, quindi non è limitato alla discutibile condotta del premier Conte, ma risale alla primavera del 2016, come evidenziato nelle numerose puntate del nostro Speciale. E a dirlo non sono solo ipotesi ma anche dati di fatto. L’incontro tra il professore della Link Campus University Joseph Mifsud e l’allora consigliere della Campagna Trump George Papadopoulos, da cui è scaturita formalmente l’inchiesta dell’FBI, è avvenuto in Italia, a Roma. Che fosse opera di un agente russo per colludere con la Campagna Trump a danno della Clinton, come però l’inchiesta Mueller non è riuscita a provare (Mifsud non è stato accusato di nulla e non è mai stato “trattato” come una minaccia russa), o al contrario di un agente provocatore dei servizi Usa o di ambienti politici italiani, che ha cercato di fabbricare un elemento di collusione, incastrando Papadopoulos, per danneggiare Trump e favorire la Clinton, in entrambi i casi l’operazione è avvenuta sul nostro territorio, in un istituto come la Link che ha stretti legami con agenzie di sicurezza e di intelligence occidentali (CIA, FBI, MI6, polizia e servizi italiani).

Estranei o meno ai contatti Mifsud-Papadopoulos, estranei o meno alla successiva scomparsa del professore maltese, visto l’ultima volta a Roma, i nostri servizi sono esposti, il nostro Paese è coinvolto dalla primavera del 2016 (e forse anche prima). Il punto ora è capire da chi e chiedersi, semmai, perché solo ora ci si preoccupi di questo coinvolgimento. Quello che si teme oggi collaborando con le indagini di Barr e Durham, interferire nella politica Usa “a favore” Trump, potrebbe essere già accaduto nel 2016, solo “a favore” della Clinton. Ma questa ipotesi evidentemente non preoccupa. Come minimo, infatti, quattro anni fa un’interferenza nel processo elettorale Usa è partita da qui, sotto i nostri occhi. Anche se i nostri servizi fossero del tutto estranei, come hanno potuto far finta di nulla durante questi tre anni, anche una volta emersa la centralità di Mifsud e dopo la sua misteriosa scomparsa?

(estratto di un articolo di Atlantico Quotidiano; qui la versione integrale)

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