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Il leaderismo alle vongole del premier Conte

di

premier Conte Ravenna

“Il nostro premier Giuseppe Conte più che un auriga sembra il vetturino di un calesse malandato, che a Bruxelles ha cercato di spacciare i suoi ronzini per puledri purosangue”. Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Chiedo venia per l’autocitazione, ma in un precedente Bloc Notes (19 giugno 2019) cercavo di spiegare perché Berlusconi e Renzi leader lo sono stati, Salvini lo è (o, forse, lo era), Di Maio – così come Zingaretti – non lo è mai diventato, Meloni studia per diventarlo. Oggi mi vedo costretto a inserire in questa lista il premier Conte, negli ultimi mesi accostato da qualche opinionista buontempone a Aldo Moro e addirittura a Cavour. Qualcuno potrà pensare, non a torto, che il paragone sfida il senso del ridicolo. Certamente sfida le definizioni di leadership formulate dalle scienze sociali a cavallo dei due secoli alle nostre spalle.

Mi riferisco, in particolare, agli studi di Gaetano Mosca sulla classe politica, di Vilfredo Pareto sulle élite e di Roberto Michels sui partiti operai, anche se è stato soprattutto Max Weber a lasciare l’impronta più profonda con l’elaborazione del concetto di carisma. Il confronto tra totalitarismo e democrazia ha in seguito ispirato, nella prima metà del Novecento, le ricerche della Scuola di Francoforte sulla celebre e controversa “personalità autoritaria”. Inoltre, senza dimenticare Gustave Le Bon e la sua memorabile analisi del rapporto tra leader e folla, le scuole germogliate dai semi del pensiero freudiano, come la “psicologia del narcisismo”, hanno dato luogo sia a riflessioni teoriche di ampio raggio sia a ritratti penetranti di singoli leader.

Questi approcci, infine, negli anni a noi più vicini sono stati affiancati da molti altri — più strettamente politologici — sui movimenti populisti. In ogni caso, quale che sia il giudizio sulle qualità della leadership, l’evidenza empirica ci dice che essa ha giocato un ruolo cruciale soprattutto nelle situazioni straordinarie, come la fondazione di uno Stato, la trasformazione radicale di un sistema politico, una crisi economica profonda e non passeggera, una guerra o, appunto, un’epidemia devastante.

Torniamo quindi a Conte. Si può ragionevolmente affermare, come taluni sostengono, che il nostro premier è un leader di caratura internazionale? La sua popolarità è ancora discreta, perché in un passaggio così drammatico della vita nazionale i cittadini hanno bisogno di avere fiducia nella figura istituzionalmente preposta alla soluzione dei loro problemi. Ma gli italiani non hanno firmato una cambiale in bianco. Nonostante i dati confortanti di questi giorni, che qualcosa non abbia funzionato nelle strategie di contenimento del coronavirus è ormai evidente. Lo testimonia la difficoltà di programmare il futuro, in un presente in cui test sierologici, tamponi e mascherine sono ancora il privilegio di una minoranza; e dopo un passato in cui medici e infermieri, pagando un prezzo altissimo alla propria abnegazione, sono stati mandati allo sbaraglio negli ospedali come i fanti del generale Cadorna contro i reticolati austriaci durante il primo conflitto mondiale. Resta poi da spiegare l’anomalia lombarda, a partire dalla strage che si è consumata nelle residenze per anziani, con argomenti più precisi e più convincenti, invece di puntare il dito sulle abitudini festaiole o peripatetiche di famiglie e runner.

È vero, anche altri governi non hanno brillato per capacità di execution. Come ha ricordato Luca Ricolfi (Start Magazine, 18 maggio), chi passa per Times Square (la piazza principale di New York), può apprendere quanto è costato agli americani il ritardo con cui Trump si è deciso a proclamare il lockdown: 45 mila morti su 75 mila. È solo una stima, ma non campata per aria, perché si basa su seri studi epidemiologici. Nel Regno Unito, tre settimane fa Stephen Buranyi, un coraggioso giornalista scientifico free lance, ha pubblicato su Prospect Magazine un’approfondita inchiesta sulle differenze fra le risposte sanitarie al Covid-19 di Inghilterra e Germania. L’autore lascia intendere che il numero di vittime dovute a clamorosi errori politici ed organizzativi del governo britannico sia molto grande. In Francia, in una drammatica intervista rilasciata già a metà marzo, Agnès Buzyn, ex ministra della Salute, ricostruendo la storia dei suoi avvertimenti inascoltati (fin da gennaio) a Macron, denunciava l’errore di aver ritardato il lockdown per salvare le elezioni comunali, e pronosticava migliaia di morti come conseguenza di questo errore fatale.

In Italia, naturalmente, il governo ha sempre respinto ogni responsabilità. Soltanto ora alcune verità stanno venendo a galla. Alcune sono ovvie, come il fatto che la scelta di procrastinare il lockdown, a dispetto degli avvertimenti di tanti studiosi, ha provocato migliaia di vittime del coronavirus. Altre sono ancora meno ovvie, come il fatto che la scelta di limitare il numero di tamponi e le lentezze nella organizzazione del tracciamento hanno avuto, e continuano ad avere, un costo umano assai salato. Da qualche giorno sembrano essersene accorte anche le autorità sanitarie. Le stesse autorità che all’inizio dell’epidemia criticavano il governatore Luca Zaia, accusandolo di fare troppi tamponi, deviando così dalle sacre direttive dell’Oms, adesso invitano a fare “come il Veneto” e improvvisamente si accorgono di aver trascurato la questione cruciale, ossia l’approvvigionamento di reagenti, il coinvolgimento delle università, l’apertura agli operatori del settore privato. Perché allora l’Italia — come si è chiesto lo stesso Ricolfi — ha aspettato il 5 maggio per manifestare l’intenzione di cambiare linea? Perché non ci si è mossi subito per garantire l’approvvigionamento di reagenti e allargare il numero di laboratori autorizzati a fare test? Perché questo monopolio pubblico dei tamponi? Perché non abbiamo fatto come la Germania, che ha invitato a testare e tracciare tutti i soggetti sintomatici?

L’ho già scritto e mi sento di confermarlo: se il presidente del Consiglio non facesse tesoro di queste cantonate anche nella delicatissima fase che si è aperta lunedì scorso, la fiammella di speranza di uscire dal tunnel che è ancora accesa in chi lavora(va), in chi produce(va) e in chi si è impoverito o staziona ai limiti dell’indigenza, potrebbe degenerare nell’accidia e financo nell’ira, in una collera cieca contro l’azionista di maggioranza di Conte e i suoi mansueti alleati.

Accidia e ira sono i peccati capitali che Kant definiva un “cancro della ragione”, una subdola patologia dell’unica facoltà che può metterci al riparo dalla deriva di passioni incontrollabili. Le passioni non sono ovviamente tutte maligne, come vuole una certa tradizione cristiana di origine paolina: quel che conta è la loro direzione. E, nella città terrena, è — o dovrebbe essere — il capo del potere esecutivo l’auriga della biga alata descritta da Platone nel “Fedro”, in cui il cavallo bianco raffigura le passioni che obbediscono spontaneamente alla voce della ragione, mentre il cavallo nero rappresenta quelle costrette con il morso a seguire i suoi comandi.

Ebbene, se è concessa l’impertinenza, il nostro premier più che un auriga sembra il vetturino di un calesse malandato, che a Bruxelles ha cercato di spacciare i suoi ronzini per puledri purosangue (“faremo da soli”). Fuor di metafora, ha ingaggiato un duello con la Commissione Von der Leyen  non disponendo del prestigio e della forza contrattuale che occorrono nel consesso europeo. E, puntualmente, è stato obbligato a una precipitosa ritirata, dopo aver preteso la solidarietà dell’Ue agitando l’arma del sovranismo. Tagliato fuori dalla provvida iniziativa di Macron e Merkel sul Recovery Fund, in questi giorni si è dovuto accontentare di qualche esortazione telefonica al presidente francese e alla cancelliera tedesca, spacciata dal suo ufficio stampa come testimonianza di un protagonismo inesistente, affinché siano “più ambiziosi”.

Bizantina, poi, resta fin qui la posizione del premier sul Mes, che si accoda furbescamente a quella di Macron ignorando (o facendo finta di ignorare) che i nostri cugini d’oltralpe, diversamente da noi, si possono indebitare a tasso zero per l’emergenza sanitaria. Per non parlare della iniziale quanto discutibile resistenza messa in campo contro la proposta della ministra Bellanova, che intendeva regolarizzare il lavoro nero degli immigrati privi di permesso di soggiorno, sottraendoli a una condizione di supersfruttamento indegna di un paese civile. Al di là del faticosissimo compromesso raggiunto dopo una trattativa per certi versi grottesca, dal “punto di riferimento fortissimo delle forze progressiste” (copyright del segretario del Pd) mi sarei quanto meno aspettato un’adesione immediata, chiara e netta, a una battaglia di civiltà del lavoro, peraltro gravida di positivi effetti in un’economia sull’orlo del tracollo.

L’etica politica è l’etica dei risultati e non dei princìpi, lo so. Ma di tutti i risultati? Se si vuol distinguere risultato da risultato — osservava Norberto Bobbio — non occorre ancora una volta risalire ai princìpi? Si può ridurre il buon risultato al successo immediato, magari come quello incassato dalle campagne di Salvini contro gli extracomunitari? C’è un verso del “Bellum Civile del poeta latino Lucano che recita: “Victrix causa deis placuit/ Sed victa Catoni”. Il suo senso è: la causa di Cesare vinse perché appoggiata dagli dei, mentre Catone l’Uticense perse per aver sposato la causa della libertà repubblicana. Significa che i vinti hanno sempre torto per il solo fatto di essere vinti? Ma il vinto di oggi non può essere il vincitore di domani?

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