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Tamponi e reagenti, come e perché il Veneto ha sconfessato le linee guida Oms e governo

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La strategia in Veneto dei virologi Crisanti e Palù su reagenti e tamponi ha permesso alla regione di frenare l’epidemia da coronavirus. La strategia veneta ha sconfessato le linee guida di Oms e Governo

In Veneto i contagi sono bassissimi. “Stiamo tornando alla normalità”, sostiene il presidente Luca Zaia (Lega): la Regione ha contenuto, meglio di altre regioni d’Italia, il coronavirus.

Ci è riuscita perché, a differenza di altre, è partita in anticipo, ha puntato alla prevenzione e ai tamponi a tappeto, secondo le linee guida del virologo Andrea Crisanti e al lavoro di chi lo aveva preceduto, Giorgio Palù, nella direzione del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università-azienda ospedaliera di Padova. Crisanti e Palù di fatto non hanno seguito le indicazioni di Oms e governo, dimostrando, nonostante le critiche iniziali come quelle del consulente del ministero della Salute, Walter Ricciardi, di aver avuto ragione.

Tutti i dettagli.

LUCA ZAIA: ABBIAMO RIPULITO LE TERAPIA INTENSIVE

“Abbiamo ripulito tutte le terapie intensive dai Covid positivi, ne abbiamo 38 in tutto il Veneto. Stiamo tornando alla normalità. Le nuove infezioni sono bassissime: 1200 tamponi sanità hanno trovato 3 positivi, questo è un dato a campione che vi do, di stamani”, ha detto Zaia in conferenza stampa lunedì 11 maggio.

“I dati ci dicono che andiamo verso una negativizzazione del sistema sanitario, verso la “pulizia sanitaria” negli ospedali”, ha aggiunto il presidente della Regione Veneto. “Facciamo un tampone ogni 10 giorni tra i medici in prima linea e ogni 20 a tutto il resto del personale sanitario, sostanzialmente quotidianamente. Ne vien fuori che le nuove infezioni sono meno del 3 per mille”.

IL VENETO SI E’ MOSSO IN ANTICIPO

Numeri ben diversi da altre regioni, come la Lombardia, dove la situazione, nonostante il trend in discesa, resta seria. La partita l’ha giocata, in prima linea, il tempo: il virologo Andrea Crisanti ha affermato che il suo laboratorio ha iniziato a lavorare alla produzione di reagenti per effettuare i tamponi già dal 20 gennaio, mentre l’emergenza sanitaria in Italia è stata dichiarata solo il 31 gennaio.

“Già il 20 gennaio avevo fatto presente la necessità sviluppare un saggio diagnostico per identificare le persone positive al nuovo coronavirus. Abbiamo così iniziato a mettere a punto la metodica che è complessa. Il tampone è infatti solo un mezzo di prelievo, poi c’è la fase di estrazione degli acidi nucleici, una fase molto importante di distribuzione di reagenti e una fase di lettura”, ha spiegato all’Adnkronos Crisanti.

REAGENTI FATTI IN CASA

Per non farsi trovare impreparato dalla domanda che sarebbe potuta essere alta, il Veneto ha fatto in casa anche i reagenti. “Noi abbiamo scelto fin dall’inizio un metodo realizzato in casa, senza sistema chiuso e senza dover fare riferimento a fornitori. I risultati sono stati validati con l’Istituto Spallanzani di Roma”, ha detto Crisanti.

TAMPONI A TAPPETO

La presenza di reagenti ha fatto la differenza all’inizio dell’epidemia: il Veneto ha potuto fare fino a 2.500 test al giorno.

“All’inizio abbiamo usato le macchine in laboratorio, che bastavano per 200-300 test al giorno”, ha spiegato Crisanti in una intervista a Il Post. “Poi vista la richiesta abbiamo aumentato, all’inizio con i turni per coprire 24 ore, poi aprendo un’altra linea arrivando a una media l’altra settimana di 2.500 tamponi al giorno”.

ULTIME TECNOLOGIE

La tecnologia ha fatto il resto. La svolta, infatti, è arrivata alla fine di marzo, quando l’Ospedale di Padova, sul consiglio del professor Crisanti, ha acquistato una macchina tech statunitense che poteva analizzare fino a 9.000 tamponi al giorno, (più o meno quanti ne elabora l’intero sistema di laboratori lombardi nello stesso arco di tempo, specifica Il Post).

“L’abbiamo ordinata ed è arrivata in 2 o 3 giorni, e poi una settimana dopo sono arrivati i supporti di plastica necessari per le analisi”. La macchina permette anche il risparmio di buona parte dei reagenti.

LA MACCHINA LABCYTE ECHO 525

La macchina tech di cui parla Crisanti, acquistata dall’azienda ospedaliera di Padova, è stata prodotto dalla californiana Labcyte, specializzata nelle tecnologia di gestione e manipolazione dei liquidi acustici. I macchinari sviluppati consentono di creare programmi di medicina personalizzati, ottimizzare i test diagnostici di Dna/Rna (come nel caso di Covid-19), velocizzare le condotte di scoperta di farmaci e accelerare la ricerca.

tamponi venetoMACCHINA INTROVABILE

Macchina, però, che ora vorrebbero anche le altre regioni, ma che è introvabile. “”Voglio quella macchina. Compratela, e se non riuscite a trovarla rubatela a Padova”. Suonava più o meno così la battuta di un alto dirigente di una Regione italiana al suo staff. Parlava della ‘super pipettatrice’ che ha permesso di far volare le analisi dei tamponi per la diagnosi del nuovo coronavirus in Veneto. Tutti la vogliono, tutti la cercano”, scrive Adnkronos, riportando le dichiarazioni del direttore generale dell’azienda Ospedaliera di Padova Luciano Flor. orodotta in California, ormai è introvabile, “per il blocco delle tecnologie ritenute strategiche voluto da Trump”, in un’America alle prese con la pandemia di Covid-19.

NON SOLO TECH

Luciano Flor ci tiene anche a sottolineare che “la macchina riduce passaggi, ma non elimina tutto quello che le ruota intorno, nonostante il processo di trasferimento del dato da una macchina all’altra sia tutto informatizzato. E comunque anche per questo serve un’architettura di laboratorio”. La spesa affrontata per velocizzare la catena dei tamponi a Padova “si aggira intorno ai 700-800 mila euro”. La super macchina ha pesato per “304 mila euro iva compresa”, scrive Adnkronos.

LA LOMBARDIA CRITICA IL VENETO

La strategia del Veneto, che si è rivelata vincente, è stata però più volte attaccata. E c’è chi ha messo anche in dubbio l’affidabilità dei reagenti autoprodotti.

“Dare un tampone negativo a un paziente significa cambiare la sua storia diagnostica. Se il reagente autoprodotto non è di qualità, si rischia di inficiare la diagnosi. La qualità è importantissima: nella scienza non avere un risultato è meglio di avere un risultato sbagliato”, sosteneva il virologo dell’ospedale Niguarda di Milano Federico Perno al Post.

CRISANTI: NON FARE TEST PER PAURA DI SBAGLI E’ STRATEGIA SBAGLIATA

Accuse a cui Crisanti, sempre sul Post, ha risposto: “se c’è uno sbaglio di uno ogni mille, in un’epidemia quello che conta sono i numeri: che qualcuno sfugga sta nella logica dei grandi numeri. Se non si fanno i tamponi perché non si accetta un errore dell’1 per mille si è sbagliato strategia”.

IL LAVORO DI GIORGIO PALU’

I reagenti sviluppati in house, secondo Crisanti, possono essere anche più affidabili degli altri. E il Veneto, su questo, sembra avere esperienza: il laboratorio di microbiologia aveva organizzato, già prima dello scoppio dell’epidemia, e sotto la direzione precedente del virologo Giorgio Palù, un sistema di certificazione interna per i reagenti autoprodotti, accreditata anche dagli enti europei.

IL VENETO SCONFESSA LE LINEE GUIDA DI OMS E GOVERNO

Il contenimento della pandemia, se raffrontato ad altre regioni, per ora sembra dar ragione alla strategia veneta. Crisanti e Palù non hanno seguito le linee di Oms e governo.

“La strategia del Veneto non è stata corretta perché ha derogato all’evidenza scientifica. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, riprese dall’ordinanza del ministro della Salute del 21 febbraio, non sono state applicate” sosteneva il 27 febbraio Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Sanità durante l’emergenza Covid-19 e rappresentante dell’Italia nel comitato esecutivo dell’OMS. Il risultato è stato “generare confusione e allarme sociale”. I test disponibili nel mondo non sono perfetti dal punto di vista della sensibilità quindi “c’è un’ampia possibilità di sovrastimare le positività”.

Ora però “finalmente” si è deciso che i test “vengano fatti solo a chi ha i sintomi di un’infezione respiratoria e proviene da una zona a rischio, anche italiana, o ha avuto contatti con i malati. Bisognava fare così da subito”, sentenziava Ricciardi.

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