Caro direttore,
come recita un celebre aforisma di Herman Hesse, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. L’orologio di Giorgia Meloni forse non è rotto, ma si è fermato. La sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, su cui hanno pesato anche talune sue personali irresolutezze, l’uscita di scena del suo amico Orbán, la rottura con il suo sponsor della Casa Bianca, sembrano averla paralizzata.
Ma parafrasando Eduardo De Filippo, i guai – come gli esami – non finiscono mai. Dopo una crisi energetica assai seria, è arrivata la doccia fredda dello sforamento – sia pure per un decimale – del rapporto deficit/pil. Un dato che lascia l’Italia in procedura d’infrazione. Da qui un susseguirsi di proposte strampalate (sospensione temporanea del Patto di stabilità, scostamento di bilancio) che hanno aggiunto confusione a confusione nella compagine governativa. Confusione che ha toccato il suo acme con l’imbarazzante “affaire Minetti”, che rischia di aprire una crisi istituzionale.
L’ultimo miglio della legislatura, insomma, si presenta come una specie di scalata dell’Everest per la premier. La verità è che non mancano solo i soldi, a dispetto di ogni tentazione di Finanziaria “elettorale”. Mancano anche le idee. E anche il coraggio di farsele venire. Ad esempio, quello concentrare prima delle urne le pur scarse risorse a disposizione su un unico obiettivo: una drastica riduzione dell’imposizione fiscale sul lavoro e sulle imprese (invece di gettarle nel pozzo senza fondo di inefficaci riduzioni delle accise).
Sulla stessa politica internazionale i nodi stanno venendo al pettine. È vero che sull’Ucraina Meloni ha sempre tenuto la barra dritta. Ma europeismo e sovranismo sono due “ismi” inconciliabili tra loro. E difendere la regola della unanimità per la governance dell’Ue è una posizione profondamente sbagliata, vecchio retaggio di un malinteso interesse nazionale del paese.
Secondo una corrente di pensiero che va di moda, l’abbandono di Trump libera la presidente del Consiglio da un alleato troppo ingombrante, aprendo così nuove opportunità al rilancio della sua leadership nel centrodestra. “Ex malo bonum”, dicevano gli antichi latini.
Può darsi. A giudizio di chi scrive. tuttavia, e guardando oltre il voto dell’anno prossimo, quel rilancio passa per un atto “rivoluzionario” che tagli i ponti definitivamente con le destre “patriottiche: la confluenza di FdI nel Partito popolare europeo.
Fantasticherie da “passeggiatore solitario” rousseauiano? Anche chi le condivide, potrebbe obiettare che i tempi non sono ancora maturi. E probabile. Senza mai dimenticare, però, la lezione di De Gasperi quando ammoniva che “il politico guarda alle prossime elezioni. Lo statista alle prossime generazioni”.







