Avvocati che sfilano in passerella come miss e che si contendono premi come se si esibissero sul palco dell’Ariston di Sanremo. È il curioso fenomeno dei premi agli studi legali, fenomeno che porta chi indossa la toga e si è avviato a una professione alla quale il legislatore ha riservato tutele particolari, incardinandola fin nella nostra Costituzione, a pubblicizzarsi esibendo targhe e trofei. Ma tutto ciò è compatibile con le rigorose disposizioni deontologiche? Se lo sono chiesti proprio tre avvocati, stante anche il fiorire di “awards”, come si chiamano ora.
A muoversi sono i legali Andrea Lisi, Diego Fulco ed Enrico Pelino, di tre fori diversi, per conto di Anorc (Associazione Nazionale Operatori e Responsabili della Custodia di contenuti digitali), Anorc Professioni e Anf (Associazione Nazionale Forense) che hanno esposto al Consiglio Nazionale Forense i propri dubbi sulla questione. Accadeva a gennaio, siamo ormai alle porte dell’estate, ma ancora dal Cnf nessuna risposta. Nel frattempo, però, le telefonate e le mail che avvisano gli avvocati di essere stati selezionati per questo o quel premio continuano ad arrivare…

L’ESASPERAZIONE SOCIAL DEGLI AVVOCATI CHE NON VOGLIONO PREMI
Come testimoniano del resto gli sfoghi che si possono raccogliere sui social, a iniziare da LinkedIn. “Un Collega del nostro Studio – scrive per esempio un avvocato – viene contatto da un NOTISSIMA organizzazione di quelle che dispensano “award” (che poi vengono sbandierati da chi li riceve come fossero una cosa seria) e gli viene detto di essere stato individuato come meritevole di ricevere tale “award”. Il Collega, che è ovviamente persona seria, chiede di sapere sulla base di quali elementi è avvenuta la selezione…all’altro capo del telefono silenzio misto a qualche “non so”, “sono ancora da definire”. Allora il Collega chiede di sapere come è avvenuta la comparazione tra i vari possibili aspiranti a tale riconoscimento….altro prolungato silenzio misto a “…è tutto da costruire”. A fronte di tale vergogna – prosegue il post -, tuttavia, c’è stata una precisa indicazione di quanto è necessario pagare per partecipare alla cena durante la quale avverrà la consegna di tali “award”: EURO 11.000,00 !! Poi, però, c’era anche una soluzione più a buon mercato: Euro 6.000,00….ma per sedere ad un tavolo periferico della sala…forse mangiando i resti degli altri tavoli. Ora, al di là del ridicolo di cui si ammanta tale vicenda, mi chiedo con quale faccia i vari Colleghi si vantino, poi, di aver ricevuto tali award”.
C’E’ CHI SI MUOVE CHIEDENDO DELUCIDAZIONI AL CNF
Start Magazine ha perciò contattato l’avvocato Andrea Lisi, uno dei promotori della lettera che le tre associazioni hanno inviato al Cnf (è possibile visionarla cliccando) nella speranza di ottenere un parere circa la compatibilità di questi awards col codice deontologico. Questione che al momento pare agitare più i legali degli organi preposti.
“Volendo sintetizzare il fenomeno – ci spiega l’avvocato nonché direttore del dipartimento DigitaLaw presso il Centro Universitario Internazionale di Ricerca e Innovazione Integral Intelligence – blasonate case editrici e organizzazioni che immagino facciano solo questo ci inondano pressoché quotidianamente di comunicazioni non richieste, senza che sia possibile sapere da quali database peschino per avere i nostri contatti. Riceviamo mail o telefonate nelle quali ci mettono al corrente del fatto che siamo stati selezionati da una giuria e siamo ormai alle fasi finali della competizione”.
“Mettendosi in contatto con l’organizzazione però – prosegue Lisi – di norma si scopre che per accedere alla serata finale si deve pagare: le somme si aggirano più o meno sempre tra i 5mila e i 10mila euro: a quanto abbiamo capito dovrebbero servire lato organizzatori a coprire l’evento e lato premiato ad avere il diritto al conferimento del premio e all’uso del logo dell’award sui propri social, sui siti dello studio ed, eventualmente, come ho visto fare da certi colleghi, pure sulla carta intestata”.
PREMI CHE RISCHIANO DI PASSARE PER TITOLI
Se pagare per ricevere un premio è già di per sé strano (c’è persino chi sul sito della propria attività forense li definisce “premi farlocchi“), c’è un altro aspetto su cui i legali vogliono chiarimenti: “Questi premi sono spesso associati ad ambiti specializzanti, come per esempio il copyright, le nuove tecnologie o il diritto d’impresa e, quando i colleghi fanno bella mostra dell’award, il cliente può cadere in errore confondendo il riconoscimento della società privata con un titolo professionale che identifica gli avvocati specialisti in determinate materie”, la tesi del legale.
Il titolo, però, ricorda l’avvocato Lisi “si ottiene soltanto dalle commissioni preposte mediante un iter tipizzato e una selezione rigorosa, nelle modalità espresse dal Consiglio Nazionale Forense“. Al contrario, prosegue Lisi “la selezione per giungere a portarsi a casa uno di questi premi è oscura: non ti fanno vedere documenti, graduatorie, non ti dicono sulla base di quali criteri sia stata fatta la selezione, non si sa nemmeno chi siano i giurati perché, ti rispondono dall’organizzazione, c’è il rischio che potrebbero essere contattati e influenzati”.
I DUBBI DE IL DUBBIO
I medesimi rilievi erano stati sollevati pure dalla testata Il Dubbio, pubblicata dalla Edizioni Diritti e Ragione di proprietà del Consiglio Nazionale Forense: “Trattandosi di premi assegnati da società private non esistono norme o procedure standardizzate: ognuno si regola nel modo che ritiene più opportuno, creando di volta in volta anche nuove categorie di soggetti da premiare: miglior studio legale, miglior professionista emergente, miglior tributarista, eccetera. Le “regole”, ovviamente, non tengono conto dell’effettiva produzione professionale. Ma non potrebbe essere altrimenti – veniva ricordato dal giornale – essendo l’attività legale per sua natura riservata e coperta dal segreto. In altri termini, non è possibile effettuare, ad esempio, una “comparazione” fra le memorie presentate o la qualità della discussione in sede di dibattimento. Lo stesso dicasi – sottolineava il Dubbio – per coloro che poi vanno a comporre le giurie che assegnano i premi, quanto mai variegate, e dove sono spesso presenti i clienti stessi degli studi professionali destinatari del premio. Il classico cortocircuito dove il cliente, certamente non imparziale, premia il suo avvocato”.
RISCHIO DI PUBBLICITÀ INGANNEVOLE?
La possibile confusione tra un award conferito con queste modalità e un titolo ufficiale che attesti una determinata specializzazione allarma i legali in quanto, avverte l’avvocato Andrea Lisi “non solo il cliente potrebbe cadere in errore confondendo i premi con gli attestati, ma i colleghi che agiscono in tal modo fregiandosi di presunti titoli potrebbero pure incorrere negli estremi della concorrenza sleale e della pubblicità ingannevole. Per questo – chiosa – stiamo valutando pure di ricorrere all’Agcm”.
Questo punto specifico è stato oggetto di una delibera del 2021 dell’Ordine degli Avvocati di Palermo nella quale si invitano i colleghi “ad astenersi dal dare, direttamente o indirettamente, divulgazione di riconoscimenti che non siano il frutto di una valutazione della capacità professionale operata da soggetti istituzionalmente a ciò autorizzati”. La delibera era stata inoltrata anche all’Autorità garante della concorrenza e del mercato “affinché possa valutare la situazione ed adottare ogni opportuno provvedimento, anche in tema di concorrenza sleale e pubblicità ingannevole”. Ma naturalmente vale solo per gli iscritti a quel Foro.
GLI ORDINI SI MUOVONO, MA IL CNF?
In questi anni, spulciando nel Web (è lo stesso Andrea Lisi a fornirci ampia documentazione), si nota che gli Ordini territoriali, benché a macchia di leopardo, si siano mossi inoltrando a più riprese richieste di pareri al Cnf. A mancare, per il momento, sembrano essere invece le risposte (almeno in forma pubblica). Perciò le mail e le telefonate sulla vittoria di questo o quel premio continuano a inseguire i titolari degli studi legali.







