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Huawei-Usa. Come la competizione nel 5G e 6G avrà ripercussioni su difesa, intelligence e sicurezza globali

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Il predominio cinese delle infrastrutture 5G di telecomunicazione in un teatro di operazioni può limitare la capacità militare degli Stati Uniti di condurre un targeting di precisione che sfrutti la raccolta di informazioni sui segnali sulle reti di telecomunicazioni 5G. Come evidenziato dal Comandante di AFRICOM, Thomas Waldhauser, questa tipologia di scontro sul 5G con la Cina è già realtà in Africa. L’analisi di Fabio Vanorio

 

La tecnologia wireless 5G sta cambiando il mondo. Due parole spiegano la differenza tra le attuali reti wireless ed il 5G: velocità e latenza. Come mostrato dal grafico, il 5G può essere fino a cento volte più veloce consentendo, ad esempio, di scaricare un film di due ore in meno di quattro secondi. Tale velocità riduce, ed eventualmente elimina, il ritardo – la latenza – tra l’istruzione di un computer per eseguire un comando e la sua esecuzione. Questo agevola la diffusione della Internet of Things (IoT), in cui sarà collegato tutto, dai tostapane ai collari per cani, alle pompe per dialisi, alle scarpe da corsa. La chirurgia robotica a distanza sarà di routine, i militari svilupperanno armi ipersoniche e veicoli autonomi viaggeranno in sicurezza lungo autostrade intelligenti. Una stima prevede che il 5G movimenterà fino a dodici trilioni di dollari nell’economia globale entro il 2035 e aggiungerà ventidue milioni di nuovi posti di lavoro solo negli Stati Uniti. Il mondo 5G introdurrà l’umanita’ nella sua quarta rivoluzione industriale.

Un mondo totalmente connesso è anche maggiormente suscettibile agli attacchi informatici. Già prima dell’introduzione delle reti 5G, ransomware, malware, cripto-jacking, furto di identità ed accessi non autorizzati a database sono diventati così comuni che, negli Stati Uniti, gli utenti hanno più paura del crimine informatico che non di risultare vittime di crimini fisici. L’aggiunta di più dispositivi all’universo online grazie alla IoT è destinata a creare ancor maggiori opportunità di interruzione e distruzione.

La sfida per i governi è garantire alle proprie nazioni tutti i benefici, riducendo al minimo i rischi. Il più importante tra questi ultimi è relativo alla sicurezza delle informazioni. In particolare nei delicati comparti della difesa e della sicurezza nazionale, il trade-off esistente tra l’assicurare un flusso di informazioni illimitato ma sicuro diventa sempre più complicato da gestire. Negli Stati Uniti, la sperimentazione di nuove soluzioni di impiego del 5G da parte del Dipartimento della Difesa, prioritariamente diretta al miglioramento nella velocità di condivisione civile e militare dell’intelligence, ha già reso un imperativo la sicurezza dell’infrastruttura di rete commerciale 5G essendo impiegata anche per scopi militari.

Il colosso cinese Huawei è attualmente il leader mondiale nello sviluppo della tecnologia 5G.

Le apparecchiature Huawei sono meno costose dei concorrenti occidentali. All’inizio del 2019, Huawei aveva acquisito quasi il 30% del mercato globale delle apparecchiature per telecomunicazioni, e le sue entrate erano superiori del 39% rispetto al 2018. La continua crescita è suscettibile di consentire alla Cina di promuovere i suoi standard e le sue specifiche preferite per le reti 5G influenzando il mercato globale dei prodotti 5G in futuro. Fondata negli anni ‘80 da Ren Zhengfei, un ingegnere che ha iniziato la sua carriera nel People’s Liberation Army (PLA), già oggetto di mia analisi su StartMag, Huawei è accusata dagli Stati Uniti di essere uno strumento dell’intelligence cinese.

Recentemente, i senatori repubblicani Tom Cotton, (R-Arkansas), e John Cornyn, (R-Texas), entrambi membri del Select Committee on Intelligence del Senato, hanno identificato Huawei come un “cavallo di Troia” del governo cinese (la CIA statunitense avrebbe provato l’esistenza di finanziamenti provenienti dal People’s Liberation Army, dalla National Security Commission cinese e da una terza branca del sistema di intelligence cinese) tramite il quale Pechino intenderebbe raggiungere il controllo dei vertici di comando digitali del mondo.

Nel fare un esempio, i senatori Cotton e Cornyn usano il caso della sottrazione di dati a danno dell’Unione Africana. Come riportato da molteplici fonti stampa (tra le tante, segnalo qui, qui e qui), tra gennaio 2012 e gennaio 2017 server di Huawei in uso presso il Quartier Generale di Addis Abeba dell’Unione Africana avrebbero trasferito dati tra la mezzanotte e le 2 della mattina (per ogni singola notte in cinque anni) verso server sconosciuti localizzati a Shanghai a più di 8,000 chilometri di distanza.

Questo esempio (smentito categoricamente da Huawei) si unisce alle preoccupazioni, più volte rappresentate in sede di Congresso statunitense e di Casa Bianca, che la tecnologia 5G cinese possa contenere backdoor utilizzate per consentire pratiche di spionaggio politico, economico, militare o tecnologico da parte della Cina. I due senatori hanno sottolineato come l’affidabilità di Huawei sia compromessa dalla soggezione della società alla normativa cinese che impone ai soggetti aziendali di collaborare con l’apparato intelligence dello Stato (“Huawei doesn’t operate independently of its government, but even if it did, it would still be subject to Chinese laws that require companies to fully cooperate with its intelligence services.”). Sia la Legge nazionale cinese sull’intelligence che la Legge nazionale cinese sulla cybercriminalità richiedono legalmente che gli enti cinesi cooperino con lo Stato. Mentre il fondatore e CEO di Huawei, Ren Zhengfei, ha dichiarato in un’intervista nel febbraio 2019 a CBS This Morning che la compagnia non ha mai fornito informazioni al governo cinese, resta lo scetticismo tra gli analisti.


Nell’ambito della National Intelligence Law del 2017, infatti, il Partito Comunista Cinese ha l’autorità – nella tutela dell’interesse nazionale di Pechino – di monitorare e investigare le società nazionali e internazionali e le organizzazioni dirette ad assistere gli sforzi di spionaggio del governo. Ed e’ innegabile come i database di Huawei siano predominanti nella raccolta dati globale, nonché come Huawei sia impegnata da tempo nella sperimentazione di sistemi hi-tech di sorveglianza urbana.

Nel caso di impiego di infrastrutture di rete cinesi, anche i più rigorosi test tecnici pre-impiego non possono impedire all’intelligence di Pechino di accedere alle informazioni che fluiscono tra i paesi partner, arrivando a poter anche negare il servizio in caso di conflitto. La manutenzione regolare necessaria alle reti (che richiede un monitoraggio attivo e continuo a costi elevati) diventa praticamente ininfluente in presenza della tecnologia 5G laddove, come ha sostenuto Mike Burgess, Direttore del Australian Signals Directorate (ASD), “la distinzione tra nucleo e bordo crolla nelle reti 5G. Ciò significa che una potenziale minaccia in qualsiasi punto della rete diventa una minaccia per l’intera rete”.

La capacità 5G per paese può essere confrontata su cinque parametri: (1) disponibilità dello spettro, (2) sperimentazioni diffuse, (3) tabelle di marcia stabilite dall’Autorità nazionale per lo sviluppo del 5G, (4) impegno del governo (ad esempio, tramite pubblicazione di documenti strategici e politiche che aprano all’attuazione del 5G) ed (5) impegno dell’industria al lancio delle tecnologie. Di queste metriche, la disponibilità di spettro ha la massima influenza, poiché molti altri fattori dipendono da tale disponibilità.

Negli Stati Uniti vi è una forte preoccupazione relativa alla condivisione dello spettro di proprietà del governo con il settore commerciale. Per le infrastrutture, i vettori possono adottare un approccio “non stand-alone”, che sfrutta l’infrastruttura 3G e 4G esistente come base di lancio per raggiungere la piena capacità 5G, o un approccio “stand-alone”, che richiede un enorme investimento iniziale per costruire una nuova infrastruttura per una rete 5G.

Nell’ottobre 2018, Trump ha firmato un memorandum su “Developing a Sustainable Spectrum Strategy for America’s Future” con il quale ha impartito direttive sull’uso efficiente ed efficace dello spettro di radiofrequenze nel conseguimento di obiettivi economici, di sicurezza nazionale, scientifici, e di ogni altra missione federale attuale e per il futuro. Qualche settimana dopo, la FCC (Federal Communications Commission) ha messo all’asta nuove fasce dello spettro elettromagnetico. L’apertura di nuovo spettro è fondamentale per raggiungere la velocità attuabile con la rete 5G. La maggior parte dei vettori telefonici statunitensi stanno progettando di migrare i loro servizi in una parte superiore dello spettro, dove le bande sono larghe e permettono il passaggio di colossali fiumi di dati. L’architettura di rete 5G utilizza lo spettro ad alta frequenza per consentire velocità significativamente più elevate per elaborare grandi quantità di dati con minore latenza e maggiore connettività del dispositivo. Fino a poco tempo fa, queste bande ad alta frequenza, (c.d. onde millimetriche), non erano disponibili per la trasmissione via Internet, ma i progressi nella tecnologia delle antenne lo hanno reso possibile, almeno in teoria. In pratica, le onde millimetriche possono percorrere solo brevi distanze – circa un migliaio di metri – e trovano impedimenti in pareti, fogliame, corpi umani e (apparentemente) pioggia.

Per la velocità e la latenza assicurate, il 5G consente un trasferimento dei dati quasi permanente. Ciò crea vulnerabilità in presenza di backdoor nascoste o semplicemente di impiego di apparecchiature Huawei nelle reti. D’altro canto bandire l’hardware Huawei non garantisce la protezione assoluta delle reti. Anche in assenza di apparecchiature Huawei, i sistemi possono fare affidamento su software sviluppato in Cina che può essere riprogrammato a distanza.

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Il mondo si sta, dunque, dividendo in paesi che gestiscono reti 5G al di fuori dell’influenza cinese e paesi che impiegano la tecnologia cinese. Un matrimonio tra queste due posizioni sarà sempre difficile finché non sarà propiziato da un accordo globale tra Washington e Pechino sull’argomento.

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Negli Stati Uniti, finora, la campagna dell’Amministrazione Trump per contrastare in ogni modo Huawei è stata serrata all’interno del paese (pur con eccezioni rappresentate, ad esempio, da AT&T, la quale anche se vincolata dalle linee guida federali che entreranno in vigore nel 2020 negli Stati Uniti, continua a utilizzare apparecchiature Huawei in Messico, dove è la terza maggiore azienda wireless), ma ha trovato limitato seguito all’estero.

Mentre Paesi come Australia e Giappone sono in linea con la posizione degli Stati Uniti, molti altri concentrandosi sui vantaggi di un rapido lancio del 5G, stanno privilegiando le sfide tecniche a breve termine piuttosto che le considerazioni strategiche a lungo termine dell’installazione di apparecchiature di telecomunicazione cinesi all’interno delle loro reti.

L’Unione Europea si è già mostrata pronta a respingere le richieste di Washington, multilateralmente e singolarmente. La Commissione Europea ha presentato proposte per migliorare la sicurezza delle reti di prossima generazione. Secondo le raccomandazioni, gli Stati membri dell’UE dovrebbero analizzare le reti 5G entro la fine di giugno 2019 e entro il 1° ottobre l’UE dovrebbe elaborare un approccio di sicurezza comune. Huawei ha dichiarato di essere pronta a lavorare a stretto contatto con tutte le strutture per rispettare i più elevati standard di sicurezza dell’UE. Contestualmente, singoli paesi come il Portogallo e la Germania hanno manifestato la volontà di continuare nel loro utilizzo di apparecchiature Huawei.

La decisione che ha fatto maggiore scalpore riguarda il Regno Unito, dove la partnership con Huawei è controversa data la collaborazione avviata 15 anni fa con British Telecom. Il governo di Londra ha deciso di continuare a consentire a Huawei la possibilità di fornire c.d. tecnologia “non-core” a compagnie telefoniche britanniche (e con questo mantenere un accesso per Huawei alla propria rete nazionale 5G), assicurando al tempo stesso di attenuare le preoccupazioni relative alle capacità cinesi in termini di ingegneria e sicurezza.

La decisione del Primo Ministro britannico Theresa May ha acuito le preoccupazioni già esistenti per la tenuta del c.d. Five Eyes Agreement (FVEY), posta a repentaglio dalla inversione di rotta da parte della Nuova Zelanda nel febbraio scorso.


Lo scontro tra FVEY e Huawei, già oggetto di analisi da parte mia su StartMag, avrebbe potuto essere motivo di discussione il 24 aprile scorso, allorquando i responsabili dei paesi Five Eyes si sono incontrati a Glasgow per discutere delle minacce informatiche. Come spesso accade, invece, la questione Huawei ha rappresentato “the elephant in the room”, ossia un argomento che tutti volutamente hanno ignorato pur sapendo che avrebbe dovuto essere affrontato.

Che storicamente vi sia una relazione privilegiata tra Londra e Huawei è noto. Ad oggi, Huawei ha creato 1.500 posti di lavoro nel paese, investendo quasi 2 miliardi di sterline (circa 2,5 miliardi di dollari). La società ha promesso di versare altri 3 miliardi di sterline (circa 3,8 miliardi di dollari) nell’economia britannica nei prossimi cinque anni. Data l’incertezza introdotta dalla Brexit, gli investimenti di Huawei sono utili per Londra. Huawei è un enorme investitore, commerciale e nella ricerca. In questo secondo campo, è di rilievo il sito già assegnato a Cambridge per la costituzione di un importante centro.

I principali operatori mobili britannici – EE di proprietà di British Telecom (BT), Vodafone, Three e O2 – hanno iniziato a testare la tecnologia 5G utilizzando apparecchiature Huawei. Un divieto totale nel loro uso paralizzerebbe il lancio del 5G, costando agli operatori centinaia di milioni di sterline per sostituire le precedenti apparecchiature Huawei, le quali potrebbero anche essere incompatibili con un fornitore concorrente. In linea con la decisione recente da parte del National Security Council britannico, nel Dicembre scorso, BT già aveva confermato la progressiva rimozione di tecnologia Huawei dalle aree core della sua rete 4G, parti sensibili e potenzialmente suscettibili di subire attacchi informatici. 

Pensare che Londra non abbia capacità di controllo sulle attività cyber di Huawei è sinonimo di ingenuità. Huawei è costantemente sottoposta a controllo da parte del Governo di Londra tramite la supervisione dello Huawei Cyber Security Evaluation Centre (HCSEC). A dimostrazione della consapevolezza del Governo britannico, le conclusioni del Quinto Report annuale elaborato dal HCSEC a beneficio del National Security Council del Regno Unito hanno confermato sia l’esistenza di vulnerabilità significative nei prodotti 5G del gigante cinese delle telecomunicazioni, in particolare nel software, sia l’esigenza da parte della società di porre in essere procedure di sicurezza che siano più efficaci di quelle attuali.

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Il problema Huawei è chiaramente più complesso di quanto comunemente riportato e ricade nella sfera militare e dell’intelligence.

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Il 4 aprile scorso, il Defense Innovation Board statunitense ha pubblicato un rapporto che illustra i rischi e le opportunità per gli Stati Uniti nella competizione militare per lo sviluppo della rete 5G.

Storicamente, le forze armate statunitensi hanno sempre ottenuto enormi vantaggi dall’utilizzo di tecnologie all’avanguardia direttamente in teatri di guerra. La tecnologia 5G ha un potenziale innovativo sia sul miglioramento delle comunicazioni militari, sia sullo sviluppo di tecnologie militari legate alla robotica e all’intelligenza artificiale. Ad esempio, le capacità di intelligenza artificiale e di apprendimento automatico utilizzate dal Dipartimento della Difesa in Project Maven troverebbero miglioramenti notevoli sfruttando le velocità di elaborazione dei dati rese possibili dall’infrastruttura 5G.

In presenza di un dominio globale cinese nello sviluppo della tecnologia 5G, gli Stati Uniti e i loro alleati devono, dunque, considerare attentamente le implicazioni tattiche e operative del condurre in teatro operazioni convenzionali o di controinsurrezione in aree dove siano presenti infrastrutture 5G di proprietà o gestite da Pechino.

In assenza di una simile valutazione, l’integrità dei sistemi di comunicazioni militari statunitensi che si basano su reti 5G potrebbe essere compromessa nelle fasi chiave di un’operazione. Ad esempio, se gli Stati Uniti stanno conducendo un’operazione militare in un’area di interesse per la Cina (come il Mar Cinese meridionale, ad esempio, o l’area Indo-Pacifica), è plausibile che il governo cinese possa sfruttare Huawei per intercettare o bloccare le comunicazioni militari. Il predominio cinese delle infrastrutture 5G di telecomunicazione in un teatro di operazioni può limitare la capacità militare degli Stati Uniti di condurre un targeting di precisione che sfrutti la raccolta di informazioni sui segnali sulle reti di telecomunicazioni 5G. Come evidenziato dal Comandante di AFRICOM, Thomas Waldhauser, questa tipologia di scontro sul 5G con la Cina è già realtà in Africa.

E’ ragionevole, dunque, considerare il progressivo deterioramento – giorno dopo giorno – del rapporto tra il colosso delle comunicazioni cinese e Washington. Ma per le Amministrazioni Presidenziali statunitensi, Huawei è una minaccia per la sicurezza nazionale da quasi dieci anni allorquando il Permanent Select Committee on Intelligence della House del Congresso definì Huawei una minaccia per gli Stati Uniti. Da allora le pressioni sono diventate ogni giorno più forti, arrivando anche ad introdurre divieti all’accesso a contratti governativi. La FCC (Federal Communications Commission) ha recentemente ampliato il target bloccando anche le attività di China Telecom negli Stati Uniti, citando sempre le ragioni di sicurezza nazionale.

La decisione del National Security Council britannico, pur aprendo ad indubbi benefici interni all’economia britannica, rende i comparti dell’intelligence e della sicurezza nazionali vulnerabili nei confronti di terzi e comporta rischi di compromissione nella cooperazione in materia di intelligence nell’ambito di accordi come il “Five Eyes Agreement”), o la NATO, minandone le fondamenta basate sulla salvaguardia della informazioni poste in circolazione nel suo ambito.

Con le defezioni di Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada, l’Australia – attualmente – è l’unico membro dell’accordo Five Eyes – a parte gli Stati Uniti – che ha ribadito il divieto totale di uso delle apparecchiature di telecomunicazione cinesi. Una delle ultime decisioni dell’ex Primo Ministro australiano, Malcolm Turnbull, fu proprio quella di vietare alle TelCo cinesi di far parte della rete 5G australiana così da evitare compromissioni. Finora la posizione è stata confermata ma la fermezza di Canberra nel mantenere in futuro questo divieto sarà presto messa alla prova.

La Cina, infatti, è il maggiore partner commerciale dell’Australia e, come verosimile ritorsione, nel Gennaio scorso ha ritardato lo sdoganamento del carbone australiano attraverso i suoi porti per “addizionali” controlli di conformità ambientale. Il carbone è la seconda esportazione più redditizia dell’Australia e gli acquisti di carbone cinese rappresentano quasi il 4% del PIL australiano. Il 18 maggio prossimo sono previste nuove elezioni in Australia ed e’ probabile che Pechino manterrà la pressione fino ad allora, con l’obiettivo di riesaminare la questione dopo le elezioni, potenzialmente con un nuovo governo a Canberra.

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Nel febbraio 2019, un tweet del Presidente Trump fece scalpore richiamando l’esigenza per gli Stati Uniti di dominare non solo nello sviluppo della tecnologia 5G, ma anche in quella 6G.

Le reti di Huawei non sono interoperabili e favoriscono la dipendenza da apparecchiature e aziende di telecomunicazioni cinesi. Per Pechino stabilire il dominio nel 5G significa disporre di un vantaggio competitivo tecnologico non indifferente nello sviluppo della successiva generazione di tecnologia wireless 6G ed oltre.

Riprendendo un lavoro pubblicato sull’International Research Journal of Engineering and Technology, tra le differenze tra 5G e 6G spiccano l’aumento vertiginoso della velocità, nonché una maggiore integrazione delle comunicazioni satellitari per migliorare la larghezza di banda. Le aspettative (perché in materia di 6G a quel livello siamo) sono per una piena integrazione tra intelligenza artificiale e sistemi di rete intelligenti, una concetto che l’Università di Oulu (Finlandia) chiama “distributed intelligent wireless computing“, dove la rete 6G sia definita con un’aspettativa di deep learning.

La Cina ha recentemente annunciato di aver iniziato a lavorare sul 6G utilizzando l’Internet of Things come uno dei suoi principali driver. In generale, Internet tattile, Internet of Skills e veicoli autonomi, tutte queste applicazioni entreranno nelle dinamiche 6G in un modo che non sarà mai stato possibile per il 5G. La Realtà Virtuale diventerà un’applicazione di supporto obbligatoria nel momento in cui 6G inizierà la standardizzazione e questo guiderà le velocità dei dati individuali a livelli più elevati di qualsiasi altra applicazione che conosciamo finora.

Un sistema costruito su milioni di ripetitori cellulari, antenne e sensori offrirà un potenziale di sorveglianza precedentemente impensabile già con il 5G. Il 5G provvederà a catalogare esattamente da dove arriva qualcuno, dove sta andando e cosa sta facendo. Abbinato al riconoscimento facciale e all’intelligenza artificiale, i flussi di dati e le capacità di localizzazione di 5G renderanno l’anonimato un artefatto storico.

 

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Fabio Vanorio è un dirigente in aspettativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York. Si occupa di economia della sicurezza nazionale, mercati finanziari, ed economia internazionale (con particolare attenzione al climate change, ed ai rapporti tra Intelligenza Artificiale e crescita economica). Scrive anche per l’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolo’ Machiavelli” e per l’Hungarian Defense Review.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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