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Come il network Five Eyes dell’Intelligence ha preparato il blocco mondiale a Huawei

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Huawei

 

 

 

 

Il 17 luglio scorso, in una località sulla costa della Nova Scotia (Canada), i direttori delle intelligence del network Five Eyes (FVEY, Australia, Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito), si sono riuniti per una serata informale dopo colloqui tenuti ad Ottawa. Prima della cena, il Primo Ministro canadese Justin Trudeau ha fatto un’apparizione condividendo un drink e trattando argomenti che già dal mese successivo avrebbero visto la loro concreta realizzazione.

Quando Trudeau è andato via, mentre veniva servita la cena a base di aragoste del Maine, accompagnate da calici di vino locale (verosimilmente uno Chardonnay come di abitudine, aggiungo io), la conversazione è tornata su un argomento molto caldo e di interesse per gli invitati, ossia l’attività cinese nel cyberspace.

Ciò che si sia detto in quel contesto non è importante. In linea generale, si è condivisa la preoccupazione che lo spionaggio e le interferenze straniere (in particolare cinesi e russe) continuano a essere una minaccia pervasiva, e per far fronte a questa sfida nessun altro gruppo di nazioni, oltre al network FVEY, può godere di così grande conoscenza condivisa, affinità culturale e competenza tecnica.

È rilevante, invece, analizzare cosa sia successo immediatamente dopo quell’incontro.

Nei mesi successivi a quella cena, infatti, una campagna senza precedenti è stata promossa dai Paesi FVEY contro il gigante tecnologico cinese Huawei e le sue attività di fornitura di apparecchiature per le reti wireless 4G e 5G. Da quell’incontro di luglio è iniziata una serie di interventi pubblici da parte dei capi dell’intelligence allora presenti nello sforzo coordinato di bandire, a livello mondiale, l’attività di Huawei dalle reti 5G.

Tutto è iniziato con uno degli ultimi atti di Malcolm Turnbull come Primo Ministro dell’Australia.

Il 24 febbraio scorso, Turnbull ha condiviso un briefing con la Comunità Intelligence statunitense, dove è stato richiesto che l’Australia considerasse fattivamente il blocco operativo per Huawei e ZTE nell’infrastruttura 5G australiana. Il 19 agosto, Turnbull ha avuto una conversazione telefonica con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nella quale l’ha informato della decisione di Canberra di escludere Huawei e il secondo produttore cinese di apparecchiature per telecomunicazioni ZTE dal lancio del 5G.

Il 23 agosto, il giorno prima delle dimissioni del Governo Turnbull, il Governo australiano, mediante uno statement congiunto dei Ministeri del Tesoro e delle Comunicazioni, ha fornito ai carrier telefonici nuove direttive di sicurezza per la tecnologia wireless 5G, richiedendo cautela nell’uso di fornitori legati a Governi stranieri, in particolare se “soggetti a direttive extragiudiziali da parte di un governo straniero“. Ergo, pur senza nominarli il messaggio era chiaro, nelle infrastrutture di rete wireless 5G evitate contatti con Huawei e ZTE.

Durante la cena di luglio, erano presenti in rappresentanza del Canada il Direttore del Canadian Security Intelligence Service (CSIS), David Vigneault, il Direttore dell’Australian Security Intelligence Organisation, Duncan Lewis, il suo omologo presso l’Australian Secret Intelligence Service, Paul Symon, e Mike Burgess, Direttore dell’Australian Signals Directorate (ASD).

Il 29 ottobre, Mike Burgess durante un discorso all’Australian Strategic Policy Institute (il primo commento pubblico di un Direttore dell’ASD in 70 anni di storia dell’organizzazione) ha posto l’enfasi sulla minaccia rappresentata da Huawei. Pur non nominando né Huawei, né ZTE, Burgess ha affermato che la posta in gioco con l’introduzione della tecnologia 5G “non potrebbe essere più alta” in quanto inerente “reti di comunicazione alle quali gli australiani si affidano ogni giorno”.

L’attività dell’ASD e di Burgess si è spinta anche nel mondo social, nel quale l’ASD ha aperto un account ufficiale Twitter con un vivace primo post.

 

Burgess si è persino dilettato in qualche leggero trolling di Huawei. Il 21 novembre, quando un dirigente di Huawei si è vantato di separare con successo il core dalle parti di accesso di una rete 5G in Nuova Zelanda, Burgess ha risposto “Grazie per la condivisione. Nella mia azienda non ho mai visto nulla di “completamente isolato …”.

Sei giorni dopo, il 27 novembre, la Nuova Zelanda ha vietato a Huawei di fornire apparecchiature 5G alla società di telefonia mobile Spark.

Il culmine di questa attività congiunta a livello mondiale di contrasto nei confronti di Huawei e’ stato rappresentato dall’arresto, l’1 dicembre scorso, del Chief Financial Officer di Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore del Huawei, Ren Zhengfei, a Vancouver, per presunte violazioni delle sanzioni statunitensi con l’Iran.

Il 6 dicembre scorso, il Direttore del Canadian Security Intelligence Service (CSIS), David Vigneault, nel suo primo speech pubblico tenuto all’Economic Club of Canada, ha ribadito la pericolosità della minaccia tecnologica (“Il CSIS ha evidenziato una tendenza di spionaggio sponsorizzato da Stati in campi cruciali per la capacità del Canada di costruire e sostenere un’economia prospera e basata sulla conoscenza. Sto parlando di aree come l’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica, il 5G, la biofarmaceutica e la tecnologia pulita. In altre parole, la base della crescita futura del Canada”). Nessuno aveva alcun dubbio che stesse parlando della Cina. Il divieto formale di operare per Huawei e ZTE da parte di Ottawa non è stato ancora formulato, ma è previsto ceteris paribus per le prime settimane del 2019.

Il giorno successivo, il 7 dicembre scorso, il Capo dell’MI6, Alex Younger – un uomo che firma i documenti ufficiali con inchiostro verde con una sola lettera “C” – ha tenuto un discorso (anche in questo caso, situazione rarissima), scegliendo come location la sua Alma Mater, l’Università scozzese di St Andrews. Younger ha avvertito che “gran parte della minaccia statale in evoluzione riguarda lo sfruttamento sempre più innovativo da parte dei nostri avversari della tecnologia moderna”.

Per il Regno Unito, la partnership con Huawei è controversa data la collaborazione avviata 15 anni fa con British Telecom. In risposta a una domanda, Younger ha affrontato direttamente il problema Huawei in Gran Bretagna affermando che il Regno Unito deve “decidere fino a che punto può sentirsi a proprio agio con la proprietà cinese di queste tecnologie e di queste piattaforme in un ambiente in cui alcuni dei nostri alleati hanno assunto una posizione ben definita.”

Lo stesso giorno il Gruppo BT ha annunciato che l’eliminazione delle apparecchiature di Huawei dal core delle sue attuali operazioni mobili 3G e 4G e la non opzione per la tecnologia cinese nella rete 5G.

Nell’ambito del FVEY, nessun paese è stato, comunque, più aggressivo degli Stati Uniti, rappresentati nell’incontro canadese dal neo-nominato Direttore della Central Intelligence Agency, Gina Cheri Haspel.

Gli Stati Uniti sono, infatti, concentrati su Pechino da ben prima del suo arrivo alla guida della CIA con sforzi in ogni ambiente governativo, dal Congresso alla più piccola Unità operativa dedicata. La giustizia statunitense, in particolare, è all’opera in maniera alacre nel contrastare l’attività di hacker cinesi. Tra le operazioni di maggior rilievo quella realizzata in Belgio dove, nell’aprile scorso, agenti americani hanno attirato il Vice Direttore del Ministero della Sicurezza cinese, Yanjun Xu, arrestandolo per aver gestito la sottrazione di segreti militari.

Ci sono anche speculazioni di ulteriori imminenti imputazioni relative alla campagna di hacking cinese “Operation Cloudhopper“, tramite la quale si ritiene Pechino abbia penetrato reti in tutto il mondo. Il 20 novembre scorso, l’Office of the U.S. Trade Representative (USTR) ha pubblicato un rapporto nel quale ha confermato che la Cina “fondamentalmente” non ha cambiato il suo comportamento in merito allo spionaggio informatico ricercando accessi abusivi alla proprietà intellettuale, ai segreti commerciali, alle posizioni negoziali e alle comunicazioni interne delle aziende statunitensi.

L’attitudine attribuita alla Cina nel cyberspace di sottrarre segreti industriali è solo una parte dei motivi alla base della collaborazione nel network FVEY. Ciascun governo e’ consapevole, infatti, che Pechino non esiterebbe a reclutare qualunque entità aziendale o fisica, per la sua causa. Anche negli stessi ambienti governativi avversari.

Un nuovo Grande Gioco è in corso e l’intelligence sta affiancando il decision-making politico mondiale.

 

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Fabio Vanorio è un dirigente in aspettativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York e si occupa di mercati finanziari, economia internazionale ed economia della sicurezza nazionale. È anche contributor dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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