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Come lo scontro tra Huawei e la politica Usa coinvolgerà lobbying, hi-tech e difesa

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Huawei

Apco, Google e non solo. Ecco le aziende sotto osservazione negli Stati Uniti per i rapporti con Huawei. Intelligence, lobbying, hi-tech e difesa: molto fa pensare che l’offensiva dell’amministrazione Trump sia solo all’inizio. L’analisi di Fabio Vanorio

 

L’arresto del Chief Financial Officer di Huawei, Meng Wanzhou, il 1 dicembre scorso a Vancouver (Canada) e la richiesta di estradizione avanzata da Washington (possibilità consentita da un Trattato bilaterale preesistente) rappresenta un evento di grande rilevanza geopolitica.

Il 7 dicembre scorso, Meng è apparsa davanti ad una corte di Vancouver, dove sono state formulate accuse a suo carico relative alla supervisione di schemi fraudolenti tesi (occultamente) alla vendita da parte di Huawei di attrezzature di infrastruttura di rete all’Iran in violazione delle sanzioni statunitensi; ed all’impiego di Skycom Tech, shell company con sede ad Hong Kong, come veicolo finanziario in transazioni realizzate in violazione delle sanzioni statunitensi.

Se condannata, Meng dovrebbe scontare fino a 30 anni di carcere negli Stati Uniti.

L’operazione che è in atto, in realtà, non è rivolta al ruolo di Meng Wanzhou, ma al suo legame con il padre, Ren Zhengfei. Meng Wanzhou, infatti, è figlia di Ren avuta con la prima moglie, Meng Jun, di cui porta il cognome per evitare eccessivi clamori nella sua attività nel colosso tlc del padre.

Ren Zhengfei è stato il fondatore di Huawei nel 1987, considerato una versione cinese di Steve Jobs, sulla cui esperienza pregressa nel PLA come tecnico tlc e sulle sue attuali (presunte) interrelazioni con il PLA cinese sono stati scritti fiumi di inchiostro. La mentalità militare di Zhengfei si ritrova in una indicazione strategica che recentemente Zhengfei ha rivolto ai dipendenti di Huawei (“We must stand at the forefront of globalisation rather than act as ‘air force commanders’ with our heads in the clouds. We must keep our feet on the ground. Our senior managers and experts must go to the forefront and fully immerse themselves in the entire process from lead to cash”).

Da ciò, il senso dell’importanza dell’attacco a Huawei come fase del conflitto tra forze globaliste e nazionaliste. E lo spettro d’azione, come vedremo, è molto ampio.

Inizialmente vi è l’aspetto relativo all’intelligence. Come emerso da documenti diffusi da Edward Snowden, la National Security Agency (NSA) ha da tempo penetrato Huawei creando proprie back-doors direttamente nei server di Huawei residenti a Shenzen (Cina). Obiettivi dell’operazione ShotGiant nel 2010 sono stati quelli di riscontrare collegamenti tra Huawei e il People’s Liberation Army (PLA) cinese, in particolare relativi alla fornitura di informazioni SIGINT al PLA ottenute attraverso impiego di strumenti di CNE (Computer Network Exploitation).

Nell’ambito di tale operazione, la NSA ottenne (tra l’altro) accesso all’archivio di email di Huawei (tra cui un notevole quantitativo di corrispondenza spedita ai dipendenti da gennaio 2009 da parte di Ren Zhengfei), nonché il sacro graal delle compagnie di Information Technology, ossia i codici sorgente dei prodotti Huawei, costringendo il colosso cinese a una contro-operazione “trasparenza” che portò a pubblicizzare – come volontaria disclosure – informazioni in realtà già note in ambienti ristretti, svalutandone così i contenuti di segretezza.

Dall’intelligence il passo naturale successivo è verso il settore del lobbying. Marketing, piani e obiettivi sono stati alla base della ricerca della NSA nei confronti di Huawei. Questo spiega il totale cambio di strategia da parte di Huawei nei confronti dell’attività di lobbying al Congresso statunitense dopo il 2012.

Successivamente al recente licenziamento dell’uomo storico di Huawei al Congresso, William Plummer, ad oggi Huawei dispone di una minima presenza nel lobbying a Washington D.C. dedicando i propri finanziamenti maggiormente al supporto di eventi di marketing tramite i quali migliorare la propria immagine ed aumentare la propria reputazione aziendale.

La spesa in lobbying nei confronti del Congresso statunitense effettuata finora nel 2018 è stata pari a 170,000 dollari destinati ad un’attività sia diretta che mediata tramite APCO Worldwide, storico colosso di Public Relations e Communications fondato nel 1984 da Margery Kraus come sussidiaria di Arnold & Porter, una delle principali (e discusse) law firms di Washington.

Tramite APCO, Huawei ha creato numerose partnership con think tanks statunitensi di cui una delle più interessanti è quella con la Brookings Institution, puntualmente evidenziata dal Washington Post in un sano spirito di competizione tra Amazon e Huawei.

Nel portafoglio attuale di APCO, Huawei è in buona compagnia condividendo l’attività di lobbying con altri attori rilevanti (in primis, ZHS IP Americas).

Dal lobbying si passa all’hi-tech con un riflesso inevitabile sulla difesa. Oltre alla interrelazione con APCO, infatti, fa ancora più rumore la “partnership strategica” esistente tra Google e Huawei, in particolare alla luce delle commesse per il cloud JEDI (Joint Enterprise Defense Infrastructure) del Pentagono in corso di definizione.

La recente decisione di Alphabet Inc., sussidiaria di Google, di non competere nelle gare per i contratti relativi al cloud-computing del Pentagono (valore complessivo del deal, 10 miliardi di dollari) “nel rispetto dei valori aziendali” imposti dalla “Tech Workers Coalition”, una sorta di sindacato di nuova costituzione dei lavoratori delle aziende hi-tech che sta condizionando ed influenzando le scelte di Google, ha scatenato reazioni da parte del Dipartimento della Difesa soprattutto per lo stop a Project Maven, programma di Intelligenza Artificiale del Pentagono, del quale Google rappresentava un attore fondamentale.

Ovvia, ed attesa, dunque, la ritorsione contro Google da parte del Congresso non appena è scoppiato il problema Huawei.

Dapprima, nel gennaio scorso, con una lettera al Chief Executive Officer di Google, Sundararajan Pichai, membri del Congresso repubblicani e democratici avevano chiesto a Google di riconsiderare la “partnership strategica” tra Alphabet (e Google in generale) e Huawei a causa dei “seri rischi per la sicurezza nazionale statunitense” e per i consumatori americani.

Tale richiesta, qualora accolta, comporterebbe enormi costi sia per Google che per Huawei. Huawei, infatti, impiega una versione del sistema operativo Android di Google sui suoi dispositivi e ciò rende Google imprescindibile. Inoltre, nel gennaio scorso, Google e Huawei hanno avviato una nuova partnership per lavorare congiuntamente sulla nuova generazione di SMS basata su protocollo RCS (Rich Messaging Service).

Ed ora, a bufera in corso, il Judiciary Committee della House è in procinto di audire il CEO di Google (la precedente audizione eèstata rinviata a causa dei funerali di George H.W. Bush). In tale occasione, è verosimile aspettarsi che i membri repubblicani del Comitato insisteranno duramente sia sul c.d. “conservative bias” (intolleranza verso i conservatori) caratterizzante Google a livello societario e di piattaforma digitale, sia sul futuro dei suoi rapporti con Huawei.

Intelligence, lobbying, hi-tech e difesa. Molto fa pensare sia solo l’inizio.

 

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Fabio Vanorio è un dirigente in aspettativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York e si occupa di mercati finanziari, economia internazionale ed economia della sicurezza nazionale. È anche contributor dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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