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Come si muoverà davvero la Fed di Powell

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulle mosse della Fed

 

LE NOVITA’ DELLA FED

La riduzione progressiva degli asset acquisiti nel portafoglio con i tre successivi Qe, ed il conseguente assorbimento di liquidità in dollari, sta facendo emergere problemi rilevanti. In linea di principio, l’indicatore di liquidità sul mercato è rappresentato dal livello dei depositi eccedenti la riserva obbligatoria. In questo caso, la vendita sul mercato di titoli da parte della Fed ha come conseguenza una corrispondente diminuzione di questi depositi, senza impatti ulteriori. Accade però, da diversi mesi, che il mercato dei Fed funds, l’overnight in cui le banche si scambiano al tasso stabilito dalla Fed la liquidità ulteriore alla riserva obbligatoria, si sia isterilito: c’è poca liquidità.

CHE COSA HA PREVISTO IL CONGRESSO USA

Il Congresso americano, per incentivare le detenzioni presso la Fed, ed indirettamente per garantire una più efficiente gestione dei tassi sui Fed funds in quanto in un mercato asfittico il tasso si colloca troppo in alto nella forchetta decisa dalla Fed, ha previsto di recente la possibilità di remunerarli, ma ciò non ha determinato un aumento consistente. Al contrario, il totale delle riserve liquide detenute presso la Fed è diminuito costantemente. Dal picco di 2.800 miliardi di dollari del 2016, è passato ai 2.310 miliardi di dollari del dicembre 2017, ed infine ai 1.896 miliardi dello scorso ottobre, con una contrazione complessiva di mille miliardi e di 414 miliardi nel solo periodo compreso tra dicembre 2017 ed ottobre scorso.

COME LA FED HA RIDOTTO LA LIQUIDITA’

In un anno, tra il 13 dicembre 2017 e lo scorso 13 dicembre, la Fed ha ridotto la liquidità, mettendo sul mercato le sue detenzioni in titoli, per complessi 331 miliardi di dollari, tra cui 222 miliardi in Treasury Notes e 116 miliardi in MBS’s. Si rileva quindi che i depositi liquidi presso la Fed sono diminuiti più velocemente del ritiro della liquidità operato da parte della Fed.

L’economia americana ha evidentemente bisogno di liquidità, e difficilmente può sostenere una sua continua riduzione: il dato sopra riportato, relativamente al livello delle riserve liquide, è infatti pari alla metà di quello degli asset detenuti dalla Fed: al 13 dicembre scorso, i Treasury notes ammontavano a 2.102 miliardi di dollari e le Mbs’s a 1.653 miliardi, per un totale di 3.755 miliardi.

LA STRATEGIA SUI TASSI

La Fed, nella riunione di questa settimana, ha deciso di procedere comunque con il già programmato quarto aumento in un anno dei tassi, di altri 25 punti base. Si è trovata di fronte a più aspetti problematici da valutare: la sensitività declinante di alcuni indici che anticipano l’inflazione; il rallentamento di numerose economie, a partire da quelle di Giappone, Germania e Cina; l’andamento di Wall Street già riflessivo e contrastato. Ha deciso di procedere comunque nell’aumento, ritenendo che una sospensione del processo di normalizzazione della politica monetaria avrebbe rappresentato un segnale ancor più negativo, che avrebbe addirittura accelerato l’alleggerimento delle posizioni su Wall Street. Il mercato non ha gradito comunque, con gli indici scesi ai minimi.

La strategia della Fed ha dunque prevalso sulle preoccupazioni e sulle pressioni in senso contrario esercitate dal Presidente americano Donald Trump: a suo avviso, un aumento dei tassi sarebbe negativo per via dell’aumento del costo del credito e perché induce un rafforzamento del dollaro che peggiora le ragioni di scambio commerciale con l’estero. Ciò che è ancora più importante per la Fed, in un contesto in cui c’è da finanziare un imponente deficit pubblico ed un altrettanto ciclopico disavanzo delle partite correnti, è che da tutto il mondo affluiscano capitali.

Main Street, sia chiaro, sopravvive e consuma importando dall’estero ogni ben di Dio solo se Wall Street è capace di attirare risorse sempre nuove: un alto tasso di interesse sul dollaro è quindi una necessità insuperabile, soprattutto dopo che la Cina ha smesso di reinvestire in titoli del Tesoro il suo attivo commerciale con gli Usa, limitandosi al mantenimento delle detenzioni.

(2.continua; la prima parte si può leggere qui)

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