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È davvero una tragedia greca che Gedi sia finita a Kyriakou?

La vendita di Gedi ai greci è stata una tragedia greca come dicono i giornalisti di Repubblica, l'Ordine e l'Fnsi? Perché tutti rimpiangono un editore così ingombrante come Elkann che aveva tanti conflitti di interesse mentre guardano con eccessiva diffidenza l'approdo sulle nostre coste di Kyriakou, che invece è un editore puro? La lettera di Francis Walsingham

Caro direttore,

credo di essermi lasciato persuadere dalle letterine controcorrente che hai pubblicato nel corso di questi mesi, mentre l’intera casta del giornalismo italiano pressoché compatta correva a demonizzare la vendita di Gedi e soprattutto le fattezze del suo compratore, il greco Theodore Kyriakou, azionista principale di K Group e presidente di Antenna Group, anche se alla fine s’è capito che nessuno sapesse bene di cosa stesse parlando e scrivendo perché nessuno qua in Italia pareva conoscerlo.

Quelle letterine hanno spiegato meglio di quanto non sarei in grado di fare io perché gli appelli e le pressioni del vostro Ordine e della Fnsi fossero totalmente fuori fuoco specie considerato il fatto che, come sottolineato sempre qua su Start, il passato editore di Repubblica e della Stampa non ha perso occasione per dimostrare la propria inadeguatezza in quel ruolo nemmeno persino nel giorno della cessione, con dichiarazioni che mi hanno fatto alzare più di un sopracciglio (fortuna che ne ho soli due, ma ben folti).

Quindi a conti fatti sono ben contento se Repubblica si allontani da John Elkann. E come avete già avuto modo di pubblicare dando spazio alle opinioni di chi vi scrive, il medesimo discorso lo farei anche per la testata torinese La Stampa, sia chiaro.

Attendo entrambi i nuovi editori di Repubblica e della Stampa al varco della prova dei fatti, confidando anzi che questa volta non venga concessa loro la medesima tolleranza dimostrata alla famiglia Agnelli – Elkann. Perché, diciamocelo pure, certe cose denunciate in solitaria da Carlo Calenda non hanno certo fatto onore alla vostra categoria.

Quando Ordine dei Giornalisti e Fnsi si riempiono la bocca di parole tonitruanti e paventano non meglio precisati rischi per la tenuta democratica se Elkann vende i giornali che teneva sotto braccio forse dovrebbero anzitutto chiedersi se a quei giornali fosse sempre concesso di andare in edicola liberamente: da uomo della strada, a giudicare dai recenti scioperi ricordati sempre qua su Start, direi che non è stato così. Non sempre, almeno.

I tanti interventi epistolari di Claudio Trezzano mi hanno convinto perché, contrariamente allo storytelling imperante, per Repubblica e Stampa sia un bene essersi lasciate alle spalle un editore tanto ingombrante, le cui aziende sono peraltro in crisi e il cui rapporto conflittuale con l’esecutivo italiano (si ricorderà il rifiuto di John Elkann ad andare in Parlamento, salvo poi scendere a Roma in un secondo momento, deciso però da lui) a mio avviso non permetteva ai giornalisti di Gedi di lavorare con la serenità che merita chiunque e merita ancor di più chi entra in simili templi dell’editoria cartacea o radiofonica.

Poi ho letto anche l’accuratissima testimonianza di Mattia Feltri e allora mi sono persino messo a malignare: ma non sarà che coloro che si stracciano le vesti per l’addio di Elkann e l’arrivo di Theodore Kyriakou temono solo ricadute occupazionali e intendono allora il giornalismo come ammortizzatore sociale? Redazioni a stregua degli impianti italiani Stellantis perennemente in cassa integrazione?

Anche per questo, direttore, confesso di essere rallegrato del fatto che il governo, dopo un tiepido interessamento, abbia fatto spallucce: vuoi perché ci definiamo tanto liberali e sarebbe bello se non brandissimo golden power ogni due per tre, vuoi perché gli asset strategici di uno Stato da non cedere a terzi sono ben altri (anzi, forse nell’editoria più un imprenditore è estero e meno interessi ha nel Paese dove ha le testate, meglio è, no?), vuoi perché Repubblica avrebbe contratto un debito immane se fosse stata salvata da un esecutivo che peraltro avversa fieramente…

Sono contento di osservare che non siamo nemmeno così in pochi a pensarla così. C’è infatti pure Luigi Marattin, che conosco perché ogni tanto va in televisione – mentre ho scoperto solo ora che è pure segretario nazionale del semisconosciuto Partito Liberaldemocratico – che sul suo X ha detto cose buone e giuste.

Infatti Marattin sottolinea: “in questo paese si urla alla “libertà di stampa messa in discussione” solo in un caso: quando l’acquirente non è incasellabile, a priori, nella stessa categoria politica di chi si lamenta. In realtà Antenna Group – il gruppo che ha acquistato Repubblica – fa parte di una specie quasi sconosciuta in Italia: l’editore puro. Cioè NON un imprenditore di un qualsiasi altro settore che compra un giornale (o una Tv) per compiacere una parte politica, o perché ha bisogno di creare un clima migliore per i suoi affari principali. No, un editore che ha un unico scopo: fare informazione di qualità, che informa sui fatti e offre commenti obiettivi. Quella che quando la guardi dici “caspita, non riesco a capire se questi sono di destra o di sinistra” (per fare un paragone, quello che oggi capita ad esempio guardando Sky). In Italia non ci siamo abituati: da noi l’informazione è mediamente uno strumento per orientare le masse, non per informare correttamente le masse (presupposto fondamentale affinché le liberal-democrazie funzionino)”.

Ecco, finalmente c’è arrivata anche la politica.

Anche se temo che i politici dicano certe cose solo quando sono ampiamente marginali rispetto al resto delle forze politiche in campo e dunque si lagnano solo del fatto che il pallone non arriverà mai ai loro piedi. Ma questo è un altro discorso.

Un saluto,

Francis Walsingham

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