Mentre la guerra con l’Iran entra nella quarta settimana e le discussioni sulle trattative in corso per chiudere il conflitto si fanno più insistenti, il Pentagono accelera i preparativi sul campo.
L’ordine di schierare circa duemila paracadutisti della celebre 82ª Divisione Aviotrasportata dell’Esercito Usa rappresenta un’escalation significativa, che arriva proprio mentre Washington valuta opzioni militari più audaci – tra cui possibili azioni sul suolo iraniano – ma lascia aperta la porta alla diplomazia.
Le truppe d’élite, note per la loro capacità di intervenire in poche ore, potrebbero servire a rafforzare le posizioni americane, proteggere interessi strategici e, se necessario, appoggiare operazioni ad alto rischio come la presa di isole chiave nel Golfo Persico.
L’ordine di dispiegamento
Il Pentagono ha impartito martedì ordini scritti per inviare in Medio Oriente un contingente di circa duemila soldati della 82ª Airborne Division, di stanza a Fort Bragg, in North Carolina.
Come riporta il Washington Post, si tratta di elementi della 1st Brigade Combat Team e del quartier generale della divisione, comandata dal maggior generale Brandon Tegtmeier. Ordini verbali erano già stati approvati in precedenza.
Il New York Times parla di due battaglioni, ciascuno con circa ottocento uomini, più il comandante e decine di ufficiali di staff; altri soldati della brigata potrebbero seguire nei prossimi giorni.
Secondo fonti citate dall’Associated Press, il numero iniziale potrebbe attestarsi su almeno mille unità, con l’invio previsto nei prossimi giorni.
Reuters conferma che si tratta di migliaia di soldati e che la mossa amplia le opzioni operative, compresa la possibilità di schierare forze all’interno del territorio iraniano, anche se al momento non è stata presa una decisione definitiva in tal senso.
Chi sono i “diavoli in rosso” della 82ª
La 82ª Airborne è da decenni la forza di risposta rapida per eccellenza dell’Esercito americano.
Come scrivono sia il Washington Post sia il New York Times, i suoi soldati appartengono all’”Immediate Response Force”, un’unità addestrata a partire entro 18 ore dall’ordine per missioni che vanno dalla conquista di aeroporti e infrastrutture critiche al rafforzamento di ambasciate o all’evacuazione di emergenza.
I paracadutisti sono specializzati in assalti aviotrasportati in territorio ostile o conteso. Reuters sottolinea che la divisione può dispiegarsi in pochissimo tempo e che i suoi uomini sono addestrati proprio per operazioni di “forcible entry”, cioè ingressi forzati con il paracadute.
L’Associated Press ricorda che, a differenza dei Marines in arrivo, più orientati a missioni anfibie, protezione di ambasciate e aiuti umanitari, i soldati della 82ª sono pronti a balzare su obiettivi chiave e a tenerli fino all’arrivo di forze di follow-on.
Marines in mare e 50 mila soldati già sul posto
Questa nuova ondata di rinforzi si inserisce in uno schieramento militare già imponente.
Come riporta il New York Times, insieme ai circa 4.500 Marines del Tripoli Amphibious Ready Group, che include la 31st Marine Expeditionary Unit, e ad altre unità in arrivo dalla California (tra cui la 11th MEU), il totale dei nuovi soldati di terra inviati dall’inizio del conflitto sfiora i 7.000.
Nel teatro operativo, denominato “Epic Fury”, gli Stati Uniti contano già circa 50 mila effettivi.
Il Washington Post nota che le navi con i Marines si stanno avvicinando alla regione, mentre Reuters ricorda che proprio pochi giorni fa era stato accelerato l’invio della USS Boxer con la sua unità anfibia.
Trump ha ribadito che “tutte le opzioni militari restano sul tavolo”, come ha fatto eco la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly.
Le opzioni sul tavolo
Le possibili missioni per i paracadutisti della 82ª restano volutamente ambigue, ma i giornali indicano scenari precisi.
Il Washington Post e il New York Times parlano esplicitamente della possibilità di impiegare queste forze per la conquista dell’isola di Kharg Island nel Golfo Persico da cui passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere di Teheran.
Trump aveva già ordinato bombardamenti sui bersagli militari dell’isola, lasciando intatte le infrastrutture petrolifere per mantenere una leva negoziale.
Le truppe di terra potrebbero prendere rapidamente l’isola, ma dovrebbero poi resistere a ondate di droni e missili iraniani.
Il New York Times spiega che l’aeroporto dell’isola è stato danneggiato dai recenti raid americani, per cui prima potrebbero intervenire i Marines con i loro genieri per ripararlo, consentendo poi l’arrivo di materiali e truppe via C-130. In quel caso, i paracadutisti della 82ª fungerebbero da rinforzo, anche se – privi di mezzi corazzati pesanti – sarebbero vulnerabili a contrattacchi.
Altre ipotesi sul tavolo, come scrive Reuters, includono operazioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, chiuso di fatto da Teheran al traffico commerciale, o azioni lungo la costa iraniana.
Il Pentagono sta valutando anche l’invio di forze per proteggere infrastrutture o per creare condizioni favorevoli a un negoziato da posizione di forza.
Diplomazia e rischi politici
Il dispiegamento arriva in un momento paradossale.
Trump ha dichiarato martedì alla Casa Bianca che “siamo in negoziati proprio ora” con l’Iran, coinvolgendo il suo inviato Steve Witkoff, il genero Jared Kushner, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance. Come riporta l’Associated Press, il presidente ha detto che “l’altra parte vorrebbe fare un accordo”.
Tuttavia, l’Iran ha smentito l’esistenza di colloqui diretti e il portavoce militare di Teheran ha promesso di combattere “fino alla vittoria completa”.
Reuters nota che, nonostante i toni concilianti, la mossa militare aumenta enormemente i rischi: un uso di truppe di terra, anche limitato, potrebbe avere costi politici alti per Trump, soprattutto con un’opinione pubblica americana poco favorevole: secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, solo il 35% approva i raid, mentre il 61% li disapprova.







