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Il progetto di Luigi Di Maio è di stampo macroniano?

Governo

L’analisi di Gianfranco Polillo

“Insieme per il futuro”: è questo il nome scelto da Luigi Di Maio, per dar vita ad un movimento che vuol far dimenticare le sue origini grilline. Il nome sembra evocare quello di “Ensemble” la coalizione di sigle che, in Francia, ha sostenuto l’elezione di Emmanuel Macron nella sua doppia corsa all’Eliseo. E che, alle ultime elezioni legislative, si è confermata come forza di maggioranza relativa, seppur perdendo consistenza. Decisamente un bel salto in avanti da parte del Ministro degli Esteri italiano, se solo si paragona questa sua scelta al vecchio appoggio dato, durante il Governo giallo – verde, ai gilets jaunes francesi.

Semplice assonanza? Lo si vedrà nei prossimi giorni. Ensemble, come si è detto, è una coalizione che raggruppa ben sette partiti. La République En Marche, nota semplicemente come En Marche, fondata nel 2016 da Emmanuel Macron, all’epoca ministro del governo di Manuel Valls e successivamente divenuto presidente della Repubblica francese. Il Movimento democratico (MoDem) creato il 24 maggio 2007, da François Bayrou, leader dell’Unione per la Democrazia Francese, movimento politico centrista d’ispirazione democratica e liberale. Horizons (Orizzonti) con la sua collocazione di centro-destra era stato fondato nell’ottobre del 2021 dal sindaco di Le Havre ed ex primo ministro Édouard Philippe.

Sempre a destra, Agir, (Agir, la droite constructive) era stato fondato il 16 novembre 2017 in seguito ad una scissione da I Repubblicani. Mentre a sinistra, Territoires de progrès (TDP ou TdP), il movimento riformista, creato nel gennaio 2020 dai ministri Jean-Yves Le Drian et Olivier Dussopt. Con l’aggiunta de il Partito Radicale (PR), detto anche Valoisien (dal nome della piazza Valois in cui aveva sede), costituitosi nella sua forma attuale nel 1971 ed erede ufficiale del Partito Repubblicano, Radicale e Radical-Socialista fondato nel 1901. Ed, infine, En commun (EC), il partito politico ecologista creato nell’aprile 2020 intorno a Barbara Pompili, d’Hugues Renson et de Jacques Maire, deputati del gruppo La République en marche. Il tutto sull’onda di una vecchia tradizione: quella che aveva consentito a Francois Mitterrand di unire i socialisti, sparsi nei vari club, al congresso di Épinay, nel lontano 1971. E grazie a quest’operazione conquistare per ben due volte l’Eliseo.

Come sembrerebbe, non solo un nominalismo, ma, a guardar bene, un’indicazione di metodo. Quale potrà essere, infatti, lo spazio politico della nuova formazione guidata da Luigi Di Maio? La realtà italiana si presenta con un forte presidio a destra (Fratelli d’Italia) ed a sinistra (PD). Forze che, a loro volta, sono in grado di federarsi con altri movimenti, per accrescere il loro peso specifico. Di quanto? È difficile dire. Se fossero ancora così vitali, l’Italia, con il suo bipolarismo, non avrebbe, come Presidente del consiglio, Mario Draghi. Grande personaggio, ma decisamente un outsider rispetto alla politica politicante. Ma soprattutto non sarebbe prigioniera di una maggioranza così variegata e contraddittoria.

La forza, ma anche il limite delle due forze appena considerate sta nella tradizione. Entrambe rappresentano pezzi di storia nazionale. Un paracadute, specie in un periodo di crisi, quando almeno una parte dell’elettorato è alla ricerca di un porto sicuro. Ma lente ed impacciate nel guardare al futuro. Prigioniere di quella stessa eredità che impedisce loro di cogliere, in misura convincente, i fermenti di chi vorrebbe qualcosa di diverso. Più in linea con quel divenire sociale che caratterizza qualsiasi società. Il tutto aggravato dal peso di una demografia che, in Italia, non favorisce certo l’innovazione ed il ricambio generazionale. E con esso l’emergere di nuove idee e sensibilità.

Si spiega così l’enorme spazio politico esistente tra le due estreme, nel senso indicato in precedenza. Un mondo attualmente abitato da personaggi diversi – Giovanni Toti, Luigi Brugnaro, Carlo Calenda, Matteo Renzi – cui va riconosciuto il merito di aver scosso l’albero, ma di non essere stati capaci, almeno finora, di raccogliere i frutti necessari per un cambiamento di sistema. Varie le ragioni di quest’insuccesso. Troppo in anticipo sui tempi, l’ingombro di una precedente storia, il non rappresentare, con la necessaria incisività, il mondo degli emergenti: soprattuto giovani e professionalizzati. Chissà? La loro capacità, comunque, non è riuscita ad andare oltre la costruzione di piccole squadre, come quelle che formano Ensemble, ma che non hanno sulla loro testa una forza federativa.

Dalle prime dichiarazioni, rese da coloro che seguiranno Luigi Di Maio nella nuova avventura, emerge una confusa consapevolezza, che fa ben sperare. Quella che si è appena conclusa non sarà una semplice rivoluzione parlamentare, come ce ne sono state tante, nella vita politica italiana. Da “futuro e libertà” di Gianfranco Fini, al “Nuovo centro destra” di Angelino Alfano. Non a caso tutte costole nate dalla creatura di Silvio Berlusconi, forse il più refrattario nel prendere atto dell’inesorabile necessità dell’alternarsi delle stagioni. Non solo dal punto di vista metereologico.

Avendo come termine di paragone la tradizione inglese, sembrerebbe che il nuovo gruppo parlamentare abbia l’intenzione di trasformarsi in un vero e proprio partito politico. Lo farebbe guardando alla società italiana, facendo leva principalmente su quelle generazioni che già, in qualche modo, rappresenta. Dovrebbe, almeno secondo le intenzioni, tentare di federare forze che già operano sul campo, sull’esempio, appunto, di Ensemble. Ma perché loro e non Calenda, Renzi o qualsiasi altro personaggio? Innanzitutto perché la consistenza iniziale è diversa: non un leader ma un gruppo. Ma soprattutto perché siamo di fronte a storie che non hanno lo stesso comune denominatore. Ed è questo forse l’elemento che può attirare coloro, come Giuseppe Sala o Dario Nardella che, almeno fino ad ora, hanno deciso di rimanere alla finestra, continuando semplicemente – il che non è poco – a fare il proprio mestiere di sindaco.

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