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Tutti gli effetti (poco macroniani) delle elezioni in Francia

Macron

Il risultato del voto alle legislative segna un riposizionamento ideologico delle forze politiche francesi e la fine del superamento delle forze politiche tradizionali tentato da Macron dal 2017. L’approfondimento di Enrico Martial

 

All’esito del secondo turno delle elezioni legislative francesi, con 246 seggi all’Assemblea nazionale, la coalizione “Ensemble!” del presidente Emmanuel Macron è ben lontana dalla maggioranza di 289 voti necessari per far votare le leggi e le sue riforme. Inoltre, oggi prevalgono le voci contrarie a ogni forma di alleanza parlamentare.

D’altra parte, con la politica di assorbimento al centro, numerosi Républicains hanno nel tempo raggiunto Macron, da Edouard Philippe a Bruno Le Maire. I restanti, che hanno oggi 64 parlamentari (in calo dai 113 della passata legislatura), si collocano per lo più in contrapposizione al presidente della Repubblica. Le figure di spicco anti-Macron sono Eric Ciotti, che fu il candidato più a destra delle primarie del partito, la nuova generazione rappresentata da Aurélien Pradié, 36enne eletto nel dipartimento del Lot, e il segretario del partito, Christian Jacob. Non ci saranno evoluzioni immediate: su France 2, domenica sera, Jean-Francois Copé ha espresso una proposta di collaborazione parlamentare con una prudenza da minoranza interna, e limitata alle politiche proprie dei Républicains.

Jean-Luc Mélenchon, che detiene il volante della coalizione di sinistra, in un breve discorso ha persino fatto balenare l’idea che la sua area dovrà ancora progredire. Nell’ipotesi di scioglimento della Camera bassa, se fosse ingovernabile, forse tra un anno, potrebbe aumentare in consensi e guidare il governo, obiettivo non raggiunto in questa campagna, che ha consegnato alla coalizione Nupes 142 deputati. L’area è tutt’altro che compatta su diversi argomenti, dal nucleare all’Europa, dalla guerra alla spesa pubblica, ma al momento non ci sono segnali di tensioni interne.

La prima ministra Elisabeth Borne ha tracciato la strada per stanare delle maggioranze, caso per caso. La riforma dell’età pensionabile a 65 anni è scomparsa dai radar, a vantaggio di politiche di maggiore consenso parlamentare, dal rafforzamento del potere d’acquisto alle misure sul cambiamento climatico. Borne proverà anche a fare la conta delle forze minori e sparse, come i 21 socialisti contrari alla coalizione con Mélenchon, che sono comunque riusciti a farsi eleggere.

Il governo parte tuttavia indebolito. Alcuni ministri non sono stati eletti e dovranno lasciarlo, come Amélie de Montchalin, che aveva assunto da poco la pianificazione ecologica, o Brigitte Bourguignon, che cederà il dicastero della sanità. Due pezzi grossi sono stati sconfitti, Christophe Castaner, capo dei deputati, e Richard Ferrand, presidente uscente dell’Assemblea.

Infine, Marine Le Pen ottiene una presenza parlamentare forte di 89 seggi, rispetto agli 8 deputati del 2017. Sarà un’opposizione frontale, con la possibilità persino di cercare qualche maggioranza contro Macron su singole politiche, come su islamismo e “comunitarismo”, oppure sulla Russia e gli armamenti.

Il risultato del voto alle legislative segna un riposizionamento ideologico delle forze politiche francesi e la fine del superamento delle forze politiche tradizionali tentato da Macron dal 2017. I tre blocchi di sinistra, centro e destra che si erano manifestati al primo turno delle elezioni presidenziali di maggio scorso, con Emmanuel Macron, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon nell’area del 25% dei voti, si ritrova nel parlamento eletto, in cui si articolano inoltre posizioni radicali sia a sinistra sia, con il Rassemblement national, a destra.

Il voto del 19 giugno obbliga infine al cambiamento di metodo che Macron ha annunciato, restando tuttavia per gli osservatori un presidente accentratore, che ha molto trascurato il parlamento.

D’altra parte, tutta la Francia è ormai poco abituata alle mediazioni parlamentari, e ricorda preoccupata i conflitti della quarta repubblica. Con la riforma costituzionale del 2000, la riduzione del mandato del presidente da sette a cinque anni, la concomitanza delle elezioni legislative doveva assicurargli una maggioranza ed evitare le coabitazioni tra forze politiche concorrenti: ha però finora impedito la rielezione dei presidenti uscenti. Macron ha invece avuto successo, ma senza maggioranza parlamentare. Nella quinta Repubblica, soltanto Michel Rocard come primo ministro era arrivato alla Camera bassa con una maggioranza relativa, nel 1988. Aveva 275 seggi, 29 in più dell’attuale coalizione del Presidente Macron.

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