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Covid-19, come si spiega il basso numeri di morti in Germania

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Covid-19, che cosa succede davvero in Germania? L’articolo di Massimo Pittarello

In Germania ci sono più di 92.000 infezioni da Sars-Cov-2 (dati della Johns Hopkins University aggiornati al 4 aprile), il quarto Paese al mondo per numero di casi dopo Stati Uniti, Italia e Spagna. Ma lo stesso non si può dire per quanto riguarda i decessi dove, con 1.295 morti, la Germania è al decimo posto. Il tasso di letalità della malattia, infatti, è per i tedeschi all’1,4%, contro il 12% dell’Italia, circa il 10% di Spagna, Francia e Gran Bretagna, il 4% della Cina. Perfino in Corea del Sud, che per molti è il modello da seguire, il tasso di mortalità (1,7%) è più alto. Come è possibile questa enorme differenza?

LA CLASSIFICAZIONE DEI DECESSI

Certo, talvolta la classificazione dei decessi è diversa. Per esempio, chi muore di infarto, anche se affetto da Coronavirus, non viene conteggiato nel computo delle vittime del Covid-19, come sostenuto al Tg3 da Giuliano Rizzardini, direttore/responsabile Malattie Infettive 1 all’Ospedale Luigi Sacco di Milano. Ma il punto principale è quello dei tamponi, racconta oggi il New York Times confermando quanto scritto da qui qualche giorno fa. Fino a sabato in Italia sono stati effettuati 657 mila test, mentre la Germania, che programma di effettuarne tra i 350 e i 500 mila a settimana, ha raggiunto quota un milione. “Questo abbassa automaticamente il tasso di mortalità statistico”, sostiene il professore Hans-Georg Kräusslich, responsabile della virologia dell’Ospedale Universitario di Heidelberg, uno dei principali centri di ricerca del Paese.

LA QUESTIONE DEI TEST

Inoltre il più alto numero di test permette di identificare e isolare i positivi, compresi gli asintomatici, evitando il diffondersi del contagio, come spiega il Christian Drosten, capo virologo di Charité, il cui team ha sviluppato il primo test. Già da febbraio, infatti, in Germania si è attrezzata affinché molti laboratori del Paese potessero effettuare analizzare una grande quantità di campioni. Questo permette di muoversi per tempo, individuando e curando in ospedale anche chi non è ancora in gravi condizioni. “Alla fine della prima settimana dell’infezione c’è un punto di svolta – spiega Kräusslich – e se sei una persona i cui polmoni potrebbero collassare, è allora che inizierai a peggiorare. Se la diagnosi è tempestiva, il paziente può essere trattato per tempo, prima che la situazione peggiori. E questo aumenta le possibilità di sopravvivere”.

LA TERAPIA INTENSIVA

Tuttavia, non c’è dubbio che questo sia possibile anche grazie ad un maggior numero di posti letto in ospedale rispetto agli altri Paesi. Già a gennaio si contavano circa 28.000 posti di terapia intensiva dotati di ventilatori, ovvero 34 ogni 100.000 persone. Dodici volte in più che in Italia. E adesso i tedeschi hanno aumentato la dotazione, arrivando a quota 40.000. “Siamo così preparati e abbiamo così tanta disponibilità che siamo in grado di accettare pazienti da Italia, Spagna e Francia” spiega Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari dell’ospedale di Giessen. Tanto è vero che in Italia si contano quasi 21 mila ricoverati, mentre in Germania si arriva a 26.400.

I NUMERI

È la Welt a fare due conti a questo proposito: “L’Italia, a fronte di 60 milioni di abitanti, prima della crisi aveva 5000 posti in terapia intensiva. La Gran Bretagna, con circa 66 milioni di abitanti, ne ha 4100. La Germania, con circa 80 milioni di abitanti, aveva in partenza 28 mila posti in terapia intensiva. In questi giorni, la capacità in terapia intensiva è stata aumentata, su decisione del governo di Angela Merkel e dei vari Laender, a 40 mila. Alla fine del percorso, dovrebbero essere addirittura 56 mila”.

LA QUESTIONE ANAGRAFICA

Ovviamente poi c’è la questione anagrafica. L’età media dei malati da Covid-19 in Germania è di 49 anni, mentre in Francia e Italia è di 62. Per cui, secondo il presidente del Robert Koch Institut, Lothar Wieler “il tasso di letalità salirà nei prossimi giorni”. Ma le misure adottate fin da principio hanno in qualche modo contenuto i danni e quelle intraprese successivamente possono aver limitato un peggioramento della situazione in futuro. Tutti quelli tornati in Germania da Ischgil, località sciistica austriaca fonte di un vero e proprio focolaio, hanno effettuato il test e sono stati tracciati, evidenza il direttore dell’Istituto di virologia di Boon, Hendrik Streeck. Il quale sottolinea anche che tutti gli ospedali hanno severe linee guida di accettazione e trattamento dei pazienti. “Ma speriamo di non doverle usare”, puntualizza. Anche perché le misure di distanziamento sociale imposte da Berlino sembrano finora funzionare, con la curva dei contagi che si sta appiattendo.

IL DISTANZIAMENTO

In Germania, la percentuale delle persone adulte che vivono con i genitori è la metà di quelli che rimangono in famiglia in Italia. Ovvia la conseguenza: figli e nipoti, poco sintomatici o asintomatici, che contagiano genitori e nonni. Questi ultimi soprattutto, sono molto più a rischio.

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