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Conte e Vecchione tra lealtà e fedeltà

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L’improprio forcing di Conte sui Servizi, il ruolo di Vecchione e lo sconcerto. L’articolo di Francis Walsingham

C’è sconcerto in ampi settori della comunità dell’Intelligence, non solo italiana, per la vicenda degli incontri chiesti e ottenuti dall’amministrazione Trump ai Servizi italiani tramite il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Il premier italiano ha incontrato a metà agosto il ministro della Giustizia Usa, William Barr, con il capo del Dis, Gennaro Vecchione, il quale poi ha ordinato per iscritto (forse perché in via informale non aveva centrato l’obiettivo) ai vertici di Aise e Aisi di “aiutare” l’amministrazione Trump nella contro-inchiesta sul Russiagate che sta seguendo Barr.

Gli incontri tra un politico — nel caso specifico, un ministro — di un Paese seppure primo alleato dell’Italia per assecondare una questione personale legata al presidente degli Stati Uniti sono impropri. Tanto più — come si legge oggi sul Corriere della Sera — nel caso i Servizi avessero svolto indagini sul Russiagate su input dell’amministrazione americana; attività contraria a quella che sarebbe stata svolta durante il governo Renzi nel caso Mifsud.

Si può solo immaginare che cosa potrebbe succedere nel caso di impeachment ai danni di Trump e l’arrivo di un altro presidente alla Casa Bianca: i rischi di “ritorsione” contro “Giuseppi” non dovrebbero meravigliare troppo nel caso. Ma è bene non pensarci.

Inoltre, in Italia, neppure un magistrato di sua iniziativa può incontrare nell’ambito delle sue inchieste i vertici dei Servizi.

Per questo, quanto avvenuto getta di fatto – indirettamente – agli occhi degli osservatori internazionali discredito verso il presidente del Consiglio (che secondo editoriali di alcuni quotidiani potrebbe aver così agito per restare a Palazzo Chigi mentre era in corso una crisi di governo) e verso gli stessi vertici dei Servizi.

È stato sostenuto che se il capo del governo lo ordina — anche perché è lui l’autorità delegata — il direttore del Dis non può non eseguire un ordine del premier.

In verità, il capo del Dipartimento che coordina l’Intelligence ha anche il dovere di “istruire” il presidente del Consiglio.

Dunque Vecchione avrebbe dovuto far presente che la richiesta era impropria. Benché provenisse da un ministro, politico di un Paese — gli Stati Uniti — imprescindibile per l’Italia, la Nato e l’Occidente.

La situazione tende a incancrenirsi anche per la sortita — non smentita — della presidenza del Consiglio nelle ultime ore.

È stato scritto da alcuni giornali italiani che Conte “è irritato per alcune fughe di notizie – provenienti dagli apparati – che reputa «gravi» e sulle quali intende avere più di un chiarimento. Qualche testa è destinata quindi a cadere”.

Per di più si apprende oggi da Repubblica che Conte dice di aver agito perché “era nostro interesse chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri Servizi all’epoca dei governi precedenti”, ovvero degli esecutivi Renzi e Gentiloni.

Da tutta la vicenda Conte-Vecchione — al di là dei rumors — si deve trarre una lezione: è auspicabile che i rapporti fra governo e Servizi siano improntati alla lealtà e non alla fedeltà. Anche perché non sempre da chi si chiede fedeltà si riesce ad avere competenza.

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